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di Ermes Antonucci

Il Foglio, 9 luglio 2024

Per il sindacato delle toghe elencare i fallimenti del magistrato di Torino Colace “supera il diritto di critica”. Una logica di casta, che non ammette valutazioni del proprio operato né al suo interno né da parte di soggetti esterni, come i giornalisti. La giunta distrettuale del Piemonte e della Valle d’Aosta dell’Associazione nazionale magistrati si è risentita per un articolo pubblicato sabato scorso su questo giornale, dedicato ai flop giudiziari di un magistrato in servizio alla procura di Torino, Gianfranco Colace. La giunta locale dell’Anm si è spinta a emettere un comunicato stampa in cui, oltre a “esprimere solidarietà” al collega, “condanna l’ennesimo attacco portato avanti nei confronti di un singolo magistrato, condotto con toni ed espressioni che, di certo, superano il diritto di critica giudiziaria e, inoltre, appaiono fondarsi su un’errata concezione del lavoro del pubblico ministero, gravato da una ‘obbligazione di risultato’ contrastante con l’impianto costituzionale e con il fisiologico sviluppo del processo penale”. Chi credeva di vivere in una liberaldemocrazia dovrà ricredersi: ormai non sono più i tribunali a stabilire se un quotidiano ha superato il diritto di critica, sfociando in un reato (come la diffamazione), ma basta un semplice comunicato del sindacato dei magistrati, in cui peraltro non si lascia spazio a dubbi (“di certo”). Una singolare e preoccupante concezione della libertà di stampa da parte dell’Associazione nazionale magistrati, soprattutto se si considera l’articolo da cui è nata tutta la vicenda.

L’articolo si limitava infatti a elencare una lunga serie di indagini condotte negli ultimi anni da Colace e terminate con l’assoluzione o l’archiviazione delle persone coinvolte (spesso a distanza di molti anni). L’ultima inchiesta, in ordine di tempo, è crollata giovedì, con il proscioglimento di tutti gli amministratori locali (tra cui l’ex governatore Chiamparino e gli ex sindaci di Torino, Appendino e Fassino) che erano stati accusati da Colace addirittura di aver contribuito alla morte di almeno 900 persone, non adottando misure adeguate per ridurre il livello di smog a Torino. L’accusa, piuttosto singolare (il reato contestato era di inquinamento ambientale colposo) e basata su accertamenti di dubbia validità scientifica, è stata bocciata in sede predibattimentale, cioè ancor prima di arrivare a processo.

Partendo da quest’ultima notizia, l’articolo elencava altre indagini di rilievo condotte da Colace che si sono andate a schiantare in sede di giudizio, ad esempio quella sulla vecchia gestione del Salone del libro di Torino, conclusasi con l’assoluzione di tutti i principali imputati (tra cui, di nuovo, Fassino), e quella contro Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, accusato di falso elettorale e assolto dal tribunale di Torino (nei suoi confronti Colace aveva chiesto una condanna a otto mesi). L’articolo si concentrava, poi, sulla maxi indagine avviata da Colace nei confronti dell’imprenditore torinese Giulio Muttoni, intercettato oltre 30 mila volte con l’iniziale accusa di associazione mafiosa e poi, archiviato questo filone, accusato di corruzione, turbativa d’asta e traffico di influenze illecite.

Nell’ambito di questa inchiesta Colace è giunto a intercettare illegalmente per tre anni circa 500 volte l’ex senatore del Pd Stefano Esposito, senza alcuna autorizzazione del Parlamento come invece richiederebbe la Costituzione. Un’attività condannata dalla Corte costituzionale con una sentenza durissima. Curioso che il comunicato dell’Anm del Piemonte, così attento all’”impianto costituzionale”, non faccia alcun accenno a questa vicenda, per la quale nei confronti di Colace è stato avviato pure un procedimento disciplinare al Csm (ignoto il suo destino).

La stessa Anm, soprattutto, sembra dimenticare che è la stessa legge a prevedere che la valutazione dell’operato dei magistrati da parte del Csm debba (o meglio, dovrebbe) fondarsi anche sull’esame degli esiti delle attività delle toghe: se un pm imbastisce venti processi e di questi venti soltanto uno si conclude con una sentenza di condanna, il Csm deve (dovrebbe) tenerne conto nel valutare l’operato del magistrato. Tanto più se l’attività di questo magistrato è stata pure censurata dalla Corte costituzionale. Altro che “obbligazione di risultato”: è la legge a parlare.

Ancora più curiosa è l’affermazione che l’Anm Piemonte fa nel comunicato secondo la quale “la richiesta di archiviazione non è indice di fallimento del pm, ma di serena ed equilibrata valutazione degli elementi di prova a tutela innanzitutto dell’indagato stesso, nel rispetto della cultura della giurisdizione”. Il passaggio risulta bizzarro per due motivi. Primo, solo alcune delle inchieste citate nell’articolo si sono chiuse con l’archiviazione su richiesta di Colace. Secondo, e ringraziamo l’Anm per lo spunto, ciò che emerge è una tendenza del pm Colace a chiedere - e a ottenere poi dal giudice - l’archiviazione delle indagini soltanto dopo che per anni queste sono state lasciate “a bagnomaria”, e soltanto in seguito alle richieste insistenti delle difese degli indagati.

Ciò è avvenuto, ad esempio, nel caso dell’indagine per associazione mafiosa contro Muttoni. Visto che Colace aveva aperto il fascicolo da anni, senza poi chiedere né l’archiviazione né il rinvio a giudizio, la difesa di Muttoni (avvocato Fabrizio Siggia) presentò istanza di avocazione dell’indagine alla procura generale della Corte d’appello. Solo dopo questo atto, Colace si decise a chiedere, dopo ben quattro anni, l’archiviazione dell’indagine. In un altro filone di indagine, il “caso Palavela”, riguardante sempre Muttoni e altri otto indagati, è andata persino peggio. Avviato nel 2017, il procedimento è rimasto a bagnomaria fino a quando nel settembre 2023 (sei anni dopo) è stato avocato dal procuratore generale Francesco Saluzzo, che ha chiesto e ottenuto l’archiviazione, disponendo pure la trasmissione degli atti al Csm per valutare eventuali provvedimenti disciplinari per Colace, che neanche aveva risposto alle richieste di informazioni da parte del pg (anche di questa valutazione disciplinare si sono perse le tracce).

Chissà ora se anche queste osservazioni saranno intese dall’Anm come un “attacco” a Colace, nella tradizionale logica di una casta, che non ammette valutazioni del proprio operato né al suo interno né da parte di soggetti esterni, come i giornalisti. Sentendosi intoccabile.