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di Luca Poniz*


Il Dubbio, 5 giugno 2020

 

"Il linguaggio che usiamo parlando in confidenza e intimità è un trojan. È una spia autentica, degnissima di fede. Via le maschere artificiali della decenza e della convenienza, mette in mostra una sostanza", scriveva Gustavo Zagrebelsky, commentando, un anno fa, la pubblicazione delle prime intercettazioni e di parti significative dell'indagine di Perugia. Un anno dopo, altri pezzi di dialoghi (quanto selezionati, e con quale criterio, si vedrà) offrono elementi ulteriori dello stesso mondo, ma con una "prospettiva" più ampia: un diffuso sistema di relazioni, e ulteriori aspetti della stessa sostanza.

Una sostanza che oscilla dall'illecito, al torbido, dall'inopportuno all'avvilente, e che interessa diversi, e diversamente gravi, piani: l'interferenza esterna sul Csm; carrierismo e correntismo, e rapporto tra magistratura e autogoverno (e dunque condizionamento interno del Consiglio); sospetti di interferenza giurisdizionale; rapporto tra politica e magistratura, nella sua evidente reciprocità, ben oltre i luoghi, e i momenti, in cui essa è fisiologica, e assume anzi i contorni di una relazione personale, e quelli discutibili di un'ambizione personale, evidentissima nel protagonismo di taluno.

Sarebbe naturalmente singolare affrontare oggi "il caso Palamara" dal solo lato del suo ruolo, e delle sue condotte: e tuttavia appare non meno singolare la pretesa - evidentemente tutt'altro che disinteressata - di trarre dalla sua pur indubbia, enorme rilevanza una sorta di paradigma dell'intera magistratura, e soprattutto del modo di essere della giurisdizione, della sua imparzialità, e del suo rigore, in un tentativo di delegittimazione che muove da giudizi sommari ed indistinti, e pretende di travolgere tutto, magistratura, Csm, associazionismo giudiziario.

Un anno fa emerse con nettezza un tentativo di condizionamento del Csm nella scelta del Procuratore della Repubblica di Roma; la gravità dei fatti portò ad una rivolta nella comunità dei magistrati, ed a conseguenze senza precedenti. Cinque consiglieri del Csm e il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione dimessi, come richiesto con fermezza dall'Anm. Ad oggi l'assunzione di responsabilità ha riguardato solo i magistrati coinvolti, mentre non ha riguardato minimamente il lato della politica.

Quei fatti mostrarono subito l'urgenza di interventi, che infatti l'Anm ha posto immediatamente al centro del dibattito e della proposta, rivolta alla politica, al Csm e naturalmente alla magistratura stessa, ed ai gruppi associativi. È doveroso ricordare che con largo anticipo rispetto all'esplosione dello scandalo rivelato dall'indagine di Perugia, l'Anm aveva sollecitato il legislatore ad intervenire sui tanti nodi che essa ha disvelato: sul rientro in ruolo dei magistrati dopo aver ricoperto varie funzioni politiche, ponendo in modo chiaro il tema della possibile compromissione dell'immagine di imparzialità e di terzietà; sul rientro in ruolo dei Consiglieri del Consiglio Superiore della Magistratura, sollecitando la previsione di un termine più ampio prima che potessero richiedere qualsivoglia incarico diverso da quello prima ricoperto (e siamo ancor oggi in attesa di conoscere chi, e perché, abbia voluto, all'opposto, cancellare del tutto il termine, evidentemente nell'interesse di aspirazioni soggettive); aveva sollevato reiterati rilievi sull'attuale legge elettorale per l'elezione del Csm.

Eppure non una delle nostre proposte è stata accolta; come nessuna delle altre avanzate, con ancora maggiore completezza, nel giugno del 2019, all'esplodere della crisi e alla esplicita presa d'atto che urgeva (ed urge oggi ancora di più) una serie di riforme imposte dalle ragioni della crisi stessa: un nuovo sistema elettorale in grado di restituire ai magistrati una scelta reale e non condizionata dai gruppi (l'Anm ha cercato, per le elezioni suppletive conseguenti alle dimissioni dei consiglieri, di favorire questo percorso, sia pure nei limiti delle norme esistenti); una modifica radicale delle norme sull'ordinamento giudiziario, al fine di ridisciplinare la carriera, le sue tappe (spesso trampolini di lancio per tappe ulteriori), e ridurre gli spazi di un'ampia discrezionalità che, concessa dal 2006 al Csm, ha costituito una formidabile occasione di esercizio di potere, più che delle correnti, dentro le correnti; una vera temporaneità delle funzioni direttive.

Molti altri i temi da affrontare: tra essi l'assetto delle Procure, improntato dalla riforma del 2006 ad una accentuata gerarchizzazione interna, e sottratto ad un penetrante controllo organizzativo che invece il Csm esercita sugli uffici giudicanti.

È sorprendente dunque che oggi l'Anm sia destinataria di critiche di segno opposto: inerzia colpevole, se non corrività; o "interferenza indebita", come se analizzare, discutere, proporre non costituisca la ragione stessa, e l'essenza, dell'associazionismo giudiziario. Essenziale, però, affrontare - senza l'alibi delle inerzie e delle responsabilità altrui - quello che la magistratura può e deve fare, da sé, senza attendere la politica, ed anzi precedendola: muovere da una severa, schietta, profonda autocritica, che riguarda il modo di concepire l'associazionismo, il suo ruolo, e in esso le correnti, la loro dirigenza, le relazioni improprie per loro tramite coltivate.

Se è vero che (l'avvilente) competitività tra i magistrati, determinata da diffuse ambizioni di carriera, ha trovato terreno fertile in riforme ordinamentali da ripensare dalle fondamenta, è non meno vero che essa ha intercettato le peggiori dinamiche di potere e i più deteriori costumi dentro le correnti: compito nostro è riscrivere le regole dell'etica dentro i gruppi, restituendo a loro e all'Associazione, che ne è l'alto denominatore comune, il ruolo essenziale che ha avuto nell'attuazione del modello costituzionale di giurisdizione. È in gioco la fiducia dei cittadini nei loro giudici, e con essa il fondamento della nostra legittimazione.

 

*Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati