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di Michele Serra

La Repubblica, 10 febbraio 2023

Un anno fa il caso degli arresti in Val Trebbia. La vulnerabilità degli enti locali di fronte alle procure. Un anno fa, il 10 di febbraio, una delle zone meno abitate del Nord Italia, l’alta Val Trebbia, è oggetto di una imponente operazione di polizia. Il quotidiano di Piacenza, la Libertà, scrive di “trecento carabinieri impegnati”, preceduti il giorno prima dal sorvolo di un paio di elicotteri per monitorare la zona, come quando si cercano latitanti o fuggiaschi. Tecnicamente: una grande retata.

I ricercati sono alcuni sindaci e imprenditori della zona accusati di avere messo in piedi un’associazione per delinquere fondata su appalti pubblici pilotati, con la macchia ulteriore dal voto di scambio (il riassunto è di chi scrive ed è inevitabilmente lacunoso: le indagini preliminari della Procura di Piacenza, un anno dopo la grande retata, non sono ancora chiuse). Quello che si sa si fonda soprattutto su quanto reso noto dalla Procura in conferenza stampa. E sul lavoro dei pochi cronisti locali che sono poi andati sul posto e hanno parlato con le persone, nella considerazione che le carte giudiziarie sono una fonte importante, ma insufficiente.

I Comuni coinvolti - Cerignale, Zerba, Corte Brugnatella, Bobbio, Coli, Ferriere - con l’eccezione di Bobbio, che è un bel borgo medievale, sono molto piccoli e in qualche caso minuscoli. Il più piccolo, Zerba, ha settanta abitanti. È in Val Boreca, poche case su pendenze andine, pochi campi coltivabili, poco passaggio di persone, poco di tutto. La vicesindaca, Claudia Borré, è una giovane donna. Quando i carabinieri, all’alba, suonano alla sua porta, lei chiama i carabinieri: “Ci sono persone che vogliono entrare, a quest’ora di notte…”. Il carabiniere si informa e la richiama: “Sì, sono nostri colleghi. Deve aprire”. Se la cava con il divieto di domicilio a Zerba, dove viveva con la madre disabile. L’appalto che la mette nei guai è di sedici mila euro.

Appena più grande di Zerba, ma più noto, è Cerignale, centoventi abitanti, che il sindaco Massimo Castelli ha trasformato in pochi anni in un modello di sopravvivenza delle comunità di montagna. Se ne è parlato anche sui giornali nazionali. Riqualificazione abitativa, basso impatto ambientale, bandi regionali ed europei tenacemente inseguiti, un forno comune per cuocere il pane, incontri culturali nella piazzetta dei Diritti e delle Tolleranze. Economisti, politici, giornalisti, gastronomi, imprenditori si ritrovano qui ogni estate. La ricompensa (che merita, in questo caso, l’abusata definizione di “lauta”) è una cena con i tortelli fatti a mano dalla mamma del sindaco, ultranovantenne ancora ai fornelli della sua trattoria-albergo. Il figlio serve ai tavoli.

Il sindaco Castelli è tra gli arrestati. Un paio di anni prima aveva fatto un discorso molto applaudito in Parlamento, da responsabile nazionale dell’Associazione dei piccoli comuni. Nome di punta della lista dei Coraggiosi (quella di Elly Schlein), se ne parla come del candidato per il centrosinistra a Piacenza. All’alba di quel 10 di febbraio è fuori casa, i carabinieri gli telefonano, si presenta nella caserma del capoluogo, lo portano in carcere. Per ottenere gli arresti domiciliari deve dimettersi da sindaco, dopo due mesi di galera torna nel suo paese, nel frattempo commissariato. La sua storia politica è chiusa.

La vicenda ha un certo clamore mediatico, proporzionato alla portata dell’operazione di polizia. Forse meno proporzionato alla portata degli appalti sotto inchiesta: staccionate, ciottolati, risanamento di una palestra, spostamento di una pompa di benzina, illuminazione di vicoli “adiacenti la casa del sindaco”. L’appalto più grosso è di trecentomila euro, costruzione della nuova centralina elettrica di Cerignale. Nessuno degli amministratori imputati è accusato di avere intascato denaro.

Ovvio che gli inquirenti, la cui fonte è una lunga serie di intercettazioni telefoniche, abbiano proceduto nella convinzione che siano stati commessi dei reati (concussione, corruzione, associazione per delinquere, abuso di atti d’ufficio: reati gravi contro l’erario pubblico). Altrettanto ovvio “confidare nella giustizia”, come si dice con formula un po’ inamidata ma inevitabile. Ma per le persone in attesa di giudizio questo significa, sostanzialmente, impotenza e attesa. Dice l’avvocato dell’ex sindaco di Cerignale, Ettore Grenci: “La difesa può solo aspettare. Aspettare il momento in cui puoi finalmente avere un contraddittorio con l’accusa sotto uno sguardo terzo. Quel momento è il processo, dove porti i tuoi testimoni, le tue parole, la tua verità. Ma l’attesa può durare anni”.

Visto che si deve attendere, per ingannare il tempo qualche pensiero è inevitabile farlo - a meno di decidere che ogni discorso sul funzionamento della giustizia sia, in sé, un discorso fuori luogo. Il primo pensiero è che possa esserci stata sproporzione tra i fatti contestati, le misure cautelari, lo spiegamento di forze di quel 10 febbraio. Come entrare con un fucile da sub in una vasca di pesci rossi. Il secondo pensiero riguarda la grande distanza (in questo caso anche fisica: la distanza tra una città, Piacenza, e i monti a un’ora e mezza di macchina) che separa gli inquirenti, lavoro difficile e necessario, dalla vita degli accusati - lavoro difficile anche il loro - e dal contesto sociale in cui agiscono.

I fatti si sono svolti in un mondo piccolo nel quale la conoscenza personale conta molto, magari troppo, la pratica quotidiana prevale su tutto, e pur di accorciare i percorsi burocratici e sistemare le cose ci si affida all’impresa locale piuttosto che a quella “venuta da fuori”, che ha vinto l’appalto con un’offerta molto al ribasso ma non dà garanzie di lavoro ben fatto. Il tutto per opere pubbliche da realizzare, quando ci si riesce, in tempi accettabili; e realizzate.

Molti di quei sindaci non hanno nemmeno un segretario comunale, fanno tutto da soli, scrivono le delibere, interpretano le procedure, si dannano per trovare soluzioni possibili e rapide. Ma il sindaco di un paese di cento abitanti deve sottostare alle stesse procedure del sindaco di Roma. Che possa commettere reati, più che possibile, è probabile. Ha detto Antonio Decaro, primo cittadino di Bari e presidente dell’Anci: l’attuale normativa penale è una norma in bianco che espone il sindaco a qualunque tipo di rischio.

La fortuna di chi scrive sui giornali è non avere alcun mandato per condannare o assolvere - anche se è la presunzione di colpevolezza, non certo quella di innocenza, a gonfiare i titoli e dare ali alle inchieste. Il nostro compito è raccontare, e in questo racconto è obbligatorio risalire quell’erto, interminabile serpente che è la Statale 45, fino ai “luoghi non giurisdizionali” dei quali scrisse il poeta Giorgio Caproni che in queste valli splendide e ardue trascorse i suoi ultimi anni. Il verso di Caproni - luoghi non giurisdizionali - non sta a indicare illegalità: semmai lontananza. Una incolmabile lontananza.

PS - Conosco e frequento da anni il sindaco di Cerignale e ho spesso mangiato i tortelli di sua mamma. È corretto che chi legge questo articolo ne sia al corrente.