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di Adalgisa Marrocco

huffingtonpost.it, 25 gennaio 2023

Intervista al giornalista e scrittore Pierluigi Battista dopo che Peter Pan è stato inserito nella lista dei libri sconsigliati dall’Università di Aberdeen agli studenti per gli “stereotipi di genere” e dopo il “codice di condotta” inviato dallo Scottish Book Trust a 600 scrittori: “Chi pensava che fosse un fenomeno passeggero, sbagliava. È una slavina che fa sempre più danni”.

L’Isola che non c’è, da oggi, non c’è più per davvero. Il romanzo Peter Pan, di J.M. Barrie, è finito sotto la scure dell’Università scozzese di Aberdeen, che lo ha inserito nella lista dei titoli “problematici”, sconsigliati agli studenti perché conterrebbero “stereotipi di genere”. E mentre il bambino che non cresce mai viene silenziato, gli scrittori scozzesi non vivono sorte migliore: lo Scottish Book Trust, l’albo nazionale degli scrittori, ha da poco fatto pervenire ai suoi 600 membri un “codice di condotta” che limita la possibilità di esprimersi su una vasta gamma di questioni, incluse quelle legate al genere e al sesso. Si tratta della prima volta che nel Vecchio Continente un ente governativo decide di imporre paletti di questo genere ai suoi intellettuali. La cancel culture e il politicamente corretto, dunque, stanno stringendo ulteriormente le loro maglie? Ne abbiamo parlato con Pierluigi Battista, giornalista e scrittore, firma di Huffpost per la rubrica Uscita di Sicurezza.

Cosa ci racconta la vicenda scozzese? La cultura della cancellazione ha affilato ulteriormente le sue armi?

L’asticella si sta alzando sempre di più. Fino a qualche anno fa avremmo ritenuto improbabile la messa al bando di Peter Pan o delle opere di Shakespeare, sarebbe stata inconcepibile la distruzione della statua di Cristoforo Colombo, o lo scempio vandalico perpetrato ai danni di quella di Churchill, che ha combattuto contro Hitler. Avremmo liquidato come una boutade anche la decisione di rimuovere il nome di Lincoln da un’università con l’accusa di razzismo, nonostante sia stato il presidente americano che ha abolito la schiavitù. E invece, purtroppo, è tutto vero: chi sottovalutava il fenomeno, giudicandolo passeggero, sbagliava.

Le prospettive sembrano cupe. Cosa dobbiamo aspettarci?

Siamo di fronte a una slavina destinata a fare sempre più danni. La cultura della cancellazione emana le sue sentenze attraverso un vero e proprio tribunale dell’intolleranza, che non si limita all’ammonimento verbale: in Inghilterra ci sono stati docenti sospesi dall’insegnamento o che hanno visto decurtati i loro stipendi; nei grandi giornali americani chi non si adegua è costretto ad andare via. Siamo in una fase in cui si grida spesso al pericolo autoritario, senza rendersi conto che il totalitarismo del ventunesimo secolo è proprio questo. Le istituzioni ormai hanno introiettato questa ideologia, il cui obiettivo è sradicare tutto ciò che appartiene alla storia, all’arte e alla cultura, alle idee e ai concetti del passato. Si vuole fare tabula rasa di tutto ciò che ci ha preceduto, bollandolo come corrotto, come qualcosa che deve essere “purificato” in base agli schemi della nuova ideologia.

Insomma: oggi davvero non si può dire più niente?

Ormai, prima ancora dei provvedimenti, subentrano le forme di autocensura. Nelle università, i professori di materie umanistiche misurano ogni parola: evitano paragoni, metafore o ironia, onde evitare fraintendimenti o accuse. Il linguaggio, inevitabilmente, viene svilito e appiattito. E gli atenei, che dovrebbero essere i luoghi della diversificazione del sapere e del confronto di idee, vengono demoliti nella loro funzione, trasformandosi in scuole dottrinarie dove la libertà accademica non esiste in più. La realtà sembra ricalcare la profetica trama del romanzo La macchia umana (2000) di Philip Roth, in cui un docente di Lettere deve combattere contro la political correctness che imperversa negli Stati Uniti e, a causa di una frase scambiata per commento razzista, si trova costretto a rassegnare le dimissioni.

Se le università piangono, la letteratura non ride. Ha fatto notizia, in questi giorni, il caso del giovane Laur Flom, artista librario che nel suo laboratorio di Toronto, in Canada, passa ore e ore a strappare copertine e frontespizi dai volumi della saga di Harry Potter, per poi ricostruirli a modo suo. Ovvero, eliminando il nome dell’autrice, JK Rowling. Il 23enne, che si identifica come non binario, ha raccontato di essere stato ferito dalle affermazioni fatte dalla scrittrice sul concetto di sesso e di identità di genere. Dalla cancel culture alla cancellazione propriamente detta, insomma. Che ne pensa?

Purtroppo non mi stupisce. Ben prima della vicenda canadese, tra le scrivanie del New York Times, uno dei templi della cultura giornalistica internazionale, qualcuno aveva già pensato di citare Harry Potter senza nominarne l’autrice, che da anni è al centro di una tempesta per le sue prese di posizione.

E in Italia com’è la situazione?

Non abbiamo ancora assistito a forme di censura così violente tranne quando, nel 2018, si manomise il finale della Carmen di Bizet al Maggio Fiorentino per non dare alimento culturale al femminicidio. Ma riscrivere un’opera è come sfigurare un dipinto, è come gettare vernice sulla Gioconda. Siamo di fronte a una nuova forma di vandalismo che non conosce limiti.