di Michele Marangon
Corriere della Sera, 12 febbraio 2024
Una pesante accusa di violenza sessuale, la lunga detenzione prima di arrivare al processo, incomunicabilità, abbandono. Sono tanti gli elementi che hanno portato al suicidio un cittadino indiano nel carcere di Latina, trovato impiccato la notte tra sabato e domenica nel bagno di di una cella nella struttura di via Aspromonte- la più sovraffollata d’Italia - a due passi dal centro del capoluogo pontino. A nulla è valso l’intervento degli agenti della polizia penitenziaria che hanno rinvenuto il corpo nella stanza in cui, probabilmente, era da solo come spesso capita ai detenuti per reati a forte riprovazione sociale.
Gli anni di abusi e la denuncia della moglie - Una storia, quella del bracciante indiano Parwinder Singh, che nei mesi scorsi era già stata raccontata per via delle pesanti accuse che lo avevano portato all’arresto: violenza nei confronti della moglie, maltrattamenti che l’uomo metteva in atto poiché voleva a tutti i costi un figlio maschio. Vicenda che si inquadra in un contesto culturale particolare, che si mescola alla condizione carceraria che, a Latina come altrove, emerge in tutta la sua drammaticità. Parwinder si è tolto la vita quando mancavano pochi giorni alla prima udienza dopo che, nell’ottobre scorso, durante un’audizione protetta in tribunale, la moglie trentenne aveva ribadito le pesantissime accuse nei suoi confronti, raccontato anni di abusi subiti tra le mura domestiche.
“In carcere da 8 mesi, voleva rivedere le figlie” - L’uomo era stato arrestato nel giugno scorso, era dunque in carcere da oltre otto mesi. “Sono dispiaciutissima per quello che gli è successo- racconta l’avvocato Pina Tenga. Anche se non lo vedevo da un po’ di tempo, posso dire che stava vivendo una situazione complessa: non era in grado di comunicare, era completamente solo da mesi, dal giorno del suo arresto. Ed anche del suo decesso non è stato avvisato nessuno. La prossima udienza era prevista il 20 febbraio e lui era disperato- racconta il legale- perché avrebbe voluto rivedere le sue figlie. Quasi nove mesi di custodia cautelare preventiva sono troppi, certo va applicata, ma serve una gestione più umana dei detenuti. Era incensurato: avevamo dato disponibilità per un alloggio dove potesse scontare i domiciliari - racconta - ma nessuno ha risposto. Dobbiamo chiederci seriamente il perché di tutti questi suicidi in carcere nell’arco di pochi mesi”.
De Fazio (Uilpa Polizia Penitenziaria): “Situazione al limite” - Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, ricorda che “Dall’inizio dell’anno, è il 17esimo ristretto che si toglie la vita, il terzo per reati sessuali dopo quello di Verona e Ancona. Bisogna aggiungere anche un appartenente al Corpo di polizia penitenziaria che, altresì, ha deciso di farla finita. La strage evidentemente continua, mentre dalla politica maggioritaria e dal Governo non si intravedono soluzioni. Neppure il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Giovanni Russo, audito mercoledì scorso dalla Commissione Giustizia della Camera, ha potuto indicare soluzioni concrete e immediate dopo aver ammesso le oggettive difficoltà del sistema. È evidente a tutti che continuando così si arriverà a un numero di morti di carcere impensabile per qualsiasi paese civile, e ciò è davvero inaccettabile”.










