di Antonio Gibelli
Il Manifesto, 17 ottobre 2025
“Annibale alle porte”, il libro dello studioso di temi migratori Amoreno Martellini, uscito per Il Mulino. Da molti decenni la questione delle migrazioni è al centro della politica italiana, europea e più in generale - basti pensare agli Stati Uniti dell’era Trump - occidentale. Mai seriamente affrontata in modo attivo e propositivo, è stata ed è agitata come uno spauracchio ad alta efficacia demagogica: il flusso crescente dei migranti verso il cuore del mondo sviluppato è un’invasione, costituisce un pericolo mortale per l’identità, la sicurezza, le tradizioni nazionali, persino una minaccia di sostituzione etnica. Gli stranieri, in quanto tali, sono portatori di disordine, devianza, in breve di criminalità.
Per quanto ci riguarda, la criminalizzazione dei migranti è cominciata nel momento del passaggio dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione, verificatosi negli anni Settanta, ma si è consolidata e ha avuto il suo primo momento di espressione compiuta come conseguenza di un tragico episodio accaduto quarant’anni fa: l’attentato di un gruppo di terroristi palestinesi contro la sede della compagnia aerea israeliana El Al nell’aeroporto di Fiumicino. Fu in quella occasione che prese forma l’identificazione degli stranieri come terroristi, e dell’immigrazione come una minaccia incombente: Annibale alle porte, come suona il titolo di un libro dello studioso di temi migratori Amoreno Martellini uscito quest’anno per i tipi del Mulino (pp. 208, euro 20), in una serie della collana Percorsi denominata “Dal porto al mondo”, patrocinata dal Centro internazionale di storia dell’emigrazione italiana (Cisei) di Genova.
Il libro comincia con un’ampia ricostruzione di quell’episodio. È venerdì 27 dicembre 1985. Mancano pochi secondi alle nove quando quattro giovani mediorientali tirano fuori da un borsone bombe a frammentazione e kalashnikov e aprono il fuoco sul pubblico dei viaggiatori in attesa. Sono momenti di terrore.
Una tempesta di colpi sbriciola i cristalli e crivella le pareti mentre gli agenti della sicurezza israeliana e italiana reagiscono sparando anche loro all’impazzata. Quando le armi tacciono, a terra ci sono i corpi senza vita di tredici vittime dell’attentato e di tre terroristi. Il quarto viene catturato ferito ma vivo: ha 18 anni, è vissuto nel campo profughi di Sabra e Shatila, dove falangisti libanesi coperti e coadiuvati dall’esercito israeliano hanno consumato tre anni prima uno dei più feroci massacri di rifugiati palestinesi di tutta la loro storia prima del genocidio di Gaza. Nelle sue tasche viene trovato un biglietto dove si rivolge ai nemici sionisti con queste parole: “Come voi avete violato le nostre terre, il nostro onore, il nostro popolo, così noi violeremo ogni vostra cosa. Le lacrime che abbiamo versato saranno ricambiate con altro sangue. Un fiume di sangue”.
L’attentato fu collegato immediatamente all’eccesso incontrollato di stranieri presenti sul suolo nazionale e presto vide lievitare l’allarme. Il saggio segue passo passo il dibattito a cui la drammatica vicenda diede corso, nelle aule parlamentari, sulla stampa, nelle sedi politiche, nei centri di ricerca, attingendo anche a fonti d’archivio come le carte del ministero dell’Interno. Vediamo così delinearsi inesorabilmente lo stereotipo razzista e xenofobo destinato a orientare in modo determinante la politica italiana nei decenni a seguire, dilagando progressivamente come fattore decisivo di formazione delle opinioni pubbliche e quindi degli orientamenti elettorali. Principale - anche se non sufficiente - argine contro questa deriva, la Chiesa cattolica, da sempre impegnata nella difesa e nell’accoglienza dei migranti. Illusoria invece la convinzione, per alcuni anni coltivata, che potesse fungere da antidoto la memoria del passato migratorio degli italiani: luogo comune di cui Martellini fornisce un ampio repertorio.
CERTO, oggi lo stereotipo, ancora dominante, non si riferisce tanto al fenomeno terroristico ma piuttosto alla criminalità comune, a proposito della quale si citano spesso in maniera semplificata o scorretta le statistiche della popolazione carceraria. Anzi, e peggio: il crimine è divenuto la migrazione stessa in quanto tale. Nell’era della globalizzazione gli unici che non possono muoversi liberamente sono gli esseri umani. E in quanto tali sono perseguitati. Costruendo recinti, progettando detenzioni illegali, espulsioni e deportazioni, ostacolando i salvataggi, criminalizzando per delitto transitivo le organizzazioni di soccorso.
La traiettoria cominciata negli anni ottanta ha raggiunto così il suo culmine e i governi come quello italiano, che praticano queste politiche anche a costo di plateali sprechi e di vistosi insuccessi pratici, registrano una certa stabilità nei consensi a dispetto dell’inconcludenza su questo e sugli altri maggiori problemi sociali.











