di Alessandro De Pascale
Il Manifesto, 23 agosto 2026
Intervista all’avvocata delle vittime, dopo le nuove sanzioni emesse dagli Stati uniti contro alti funzionari della Corte penale internazionale. Il 19 agosto gli Stati uniti hanno nuovamente colpito la Corte penale internazionale (Cpi) con sanzioni personali nei confronti della sua presidente, la giudice giapponese Tomoko Akane, e dell’avvocato capo dell’accusa e viceprocuratore senegalese Abdoulaye Seye. È soltanto l’ultimo episodio di una campagna di pressione che negli anni ha già interessato questa istituzione internazionale con sede a L’Aia (Paesi Bassi), del quale abbiamo parlato con Laura Guercio, avvocata delle vittime presso la Cpi, professoressa associata alla Link Campus University, già segretaria generale del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il ministero degli esteri italiano.
In che contesto arrivano queste nuove sanzioni Usa alla Cpi?
Gli Stati uniti contestano alla Corte di esercitare la propria giurisdizione nei confronti di cittadini di Stati che non hanno aderito allo Statuto di Roma, in particolare statunitensi e israeliani. La questione è diventata ancora più evidente con le indagini in relazione al caso Palestina e con i mandati di arresto contro il premier israeliano Netanyahu e l’allora suo ministro della difesa Gallant. Gli Usa sostengono che la Corte eserciti la propria giurisdizione in maniera politicizzata e che la sua azione minacci la sovranità degli Stati.
Cosa risponde a tale accusa?
Una cosa è contestare giuridicamente la competenza della Corte o le sue decisioni, un’altra è colpire con sanzioni i giudici e gli operatori della giustizia internazionale per le funzioni esercitate. Bisogna distinguere la giustizia internazionale dalla politica internazionale: la Cpi non è stata concepita per sostituire la politica, ma per affermare che politica e potere hanno un limite rappresentato dal diritto. Il diritto internazionale non può essere legittimo quando riguarda gli avversari e illegittimo quando riguarda gli alleati. La giustizia internazionale non deve essere né filo né anti-occidentale, né filo né anti-russa: deve essere fedele al diritto.
Quindi lei difende la Corte?
Sì, ma difenderla non significa considerarla infallibile: può essere criticata nelle procedure e nel comportamento dei giudici, non attraverso pressioni politiche volte a impedirle di esercitare la propria funzione. Quando un giudice viene sanzionato perché ha preso una decisione sgradita a un governo, il problema non è più solo quella decisione ma l’indipendenza stessa della funzione giudiziaria. La giustizia penale internazionale resta uno dei risultati più importanti della costruzione di un ordine fondato sul diritto: l’idea che gli autori dei crimini più gravi - genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione - rispondano delle proprie responsabilità anche quando gli ordinamenti nazionali non vogliono o non possono farlo è un principio cardine della lotta contro l’impunità.
Gli Stati però rivendicano la propria sovranità...
Non si tratta di scegliere tra sovranità degli Stati e giustizia internazionale, ma di riconoscere che la sovranità non può costituire uno schermo rispetto all’esercizio della giurisdizione penale internazionale, quando ricorrono i presupposti previsti dal diritto internazionale. Gli Stati restano i principali soggetti delle relazioni internazionali, ma la loro sovranità si esercita all’interno di un ordinamento di norme e principi alla cui formazione essi stessi hanno contribuito. Rispettare gli accordi sottoscritti, le norme sulla protezione dei civili nei conflitti armati e l’indipendenza della giustizia internazionale significa, in definitiva, affermare che anche i rapporti di forza devono misurarsi con il diritto. La sovranità e la potenza di uno Stato non possono tradursi in un’esenzione dalle regole che la comunità internazionale ha costruito, con un lungo e difficile percorso, sulle ceneri della Seconda guerra mondiale.
Presso la Cpi lei è avvocata abilitata alla rappresentanza delle vittime. Come si svolge concretamente questo lavoro?
Rispetto ai tribunali precedenti, la Cpi ha riconosciuto alle vittime un ruolo processuale attivo, non sono più solo fonti di prova o testimoni, ma soggetti che possono partecipare ai procedimenti tramite i propri rappresentanti legali e, quando ne ricorrano i presupposti, accedere a forme di riparazione. Il lavoro dell’avvocato delle vittime si colloca tra dimensione giuridica e dimensione umana: da un lato richiede un’analisi rigorosa dei fatti secondo il quadro normativo dello Statuto di Roma, dall’altro, la capacità di ascoltare, raccogliere e rappresentare l’esperienza delle persone coinvolte, traducendo la loro voce nel linguaggio e nelle forme proprie del processo. È un lavoro che contribuisce non solo all’affermazione della giustizia, ma anche alla conservazione della memoria delle vittime e delle violazioni che hanno subito.









