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di Vinicio Marchetti

avellinotoday.it, 30 giugno 2026

Quattordici bambini che crescono dentro un carcere. Non perché abbiano fatto qualcosa di sbagliato, ma perché le loro madri sì. È questa la realtà dell’Icam - Istituto a custodia attenuata per madri con bambini al seguito - di Lauro, in provincia di Avellino, visitato ieri da Aldo Di Giacomo, segretario della F.S.A.-C.N.P.P.-S.PP. Il quadro che emerge dalla visita è a due facce. Dentro, le cose funzionano. “Ho trovato una situazione ottimale di accoglienza e di assistenza”, ha dichiarato Di Giacomo, sottolineando il lavoro del personale penitenziario: “Un grande e appassionato impegno di tutto il personale che si prodiga in ogni forma di assistenza ai piccoli e alle madri”.

Sette di quei bambini sono stati vaccinati per la prima volta proprio qui. Conoscono i giochi, frequentano percorsi educativi, vengono seguiti nella crescita. Quasi tutte le madri sono di etnia rom, prive di reti familiari su cui contare, con storie segnate da tossicodipendenza, alcolismo, prostituzione, furti.

Fuori dal carcere: il vuoto dell’assistenza e dei servizi - Fuori, il vuoto. Il problema, come lo definisce Di Giacomo senza giri di parole, “è dopo i sei anni di vita di questi bambini: di chi si occuperà di loro?”. Le uniche due case famiglia protette esistenti in Italia si trovano a Milano e a Roma. Sono insufficienti. Le normative di riferimento non sono state aggiornate. E la legge di bilancio 2026 ha tagliato di oltre il 60 per cento i fondi destinati alle strutture della giustizia minorile.

I numeri in crescita aggravano la crisi - Nel frattempo, i numeri peggiorano. Un anno fa i bambini in questa condizione erano una dozzina. Oggi sono trenta. C’è anche un altro elemento che Di Giacomo non manda giù. Con il decreto sicurezza del 2025, il rinvio della pena per le donne incinte o con figli di età inferiore all’anno è diventato facoltativo. Una scelta che, secondo il sindacalista, tradisce una lettura distorta del fenomeno: “Il governo ha reso facoltativo il rinvio della pena avendo come obiettivo proprio loro, le quali secondo il governo fanno figli principalmente per non andare in carcere”.

Un’accusa diretta, che fotografa una tensione profonda tra politica penitenziaria e tutela dell’infanzia. L’affido resta uno strumento valido, ma non applicabile in tutti i casi. Le soluzioni strutturali tardano. “L’impegno del sindacato di Polizia Penitenziaria proseguirà su un tema che è soprattutto di civiltà e che è stato già fortemente sottovalutato”, ha concluso Di Giacomo. Trenta bambini. Nessuna colpa. Nessuna alternativa.