di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 17 gennaio 2025
La vita di cinque figli di detenute per droga, reati connessi all’immigrazione o furti. Una giornata nell’istituto. Rilievi del Quirinale sulla stretta del ddl sicurezza per le donne in cella con minori C’è Daniele che quando vede un mazzo di chiavi si tappa le orecchie per non sentire le mandate. E c’è Michele che quando va dalla nonna chiede: “a che ora si chiude la porta?”. C’è Cristina che ricorda alla mamma di “fare la domandina per comprare i quaderni”. E poi c’è Angela che dorme, col ciuccio in bocca, nel passeggino. Aperta la porta blindata, sotto lo sguardo vigile di Mary Poppins, entriamo nel carcere degli innocenti per definizione. Bambini di pochi mesi o pochi anni, che condividono con le madri condanne che non hanno potuto scontare fuori.
Bambini che tra questi corridoi cominciano a camminare e parlare. Bambini che imparano ad osservare il mondo da dietro grate e cancelli, per quanto camuffati tra le magie della babysitter più famosa al mondo, trai denti della balena di Pinocchio, nella barba dei sette nani o nella criniera di Re Leone. Ma questa dei “bambini dentro” è una fiaba in partenza senza lieto fine. Per quanto qui - nell’Icam di Lauro (Avellino), il principale istituto a custodia attenuata per madri detenute al Sud-non si respiri l’aria ferma del carcere.
Ci sono ancora tracce dei regali di Natale quando entriamo in questo edificio che fin dai colori pastello della facciata vorrebbe far dimenticare la sua natura. Spalancato il cancello, incontriamo storie di vite ai margini, di reati talora gravi e sensi di colpa ancor maggiori; storie di “generosi operatori”, per usare le parole del Presidente della Repubblica; ma vediamo anche il lungo cammino normativo alla ricerca di un bilanciamento tra il diritto del figlio a non essere privato del legame materno neiprimi anni di vita e la domanda di sicurezza della collettività. Oggi per una donna incinta o con un figlio di pochi mesi esiste il differimento obbligatorio della pena. Il disegno di legge sicurezza, in discussione in Parlamento, punta ad eliminarlo, ma il testo è di fatto ancora in evoluzione, dopo i rilievi del Quirinale proprio su questo punto - la stretta per le detenute-madri - e altri.
Quando arriviamo in questo lembo della provincia di Avellino, l’Icam è al minimo delle presenze, pur rimanendo il più pieno dei cinque istituti speciali introdotti in Italia dal 2 oli. Quattro le donne ospiti a Lauro, provenienti da più regioni del centrosud, con 5 figli. Dodici in totale i bimbi contati a fine dicembre nelle strutture di Milano (2); Torino (1) e Venezia (3). L’Icam di Cagliari di fatto non è operativo, mentre una madre col figlio è nel carcere femminile di Rebibbia a Roma (uno dei 19 con un asilo nido). Secondo gli operatori, si ripetono tre profili di detenute (italiane e non): donne condannate per droga; quelle a cui si contesta lo sfruttamento della prostituzione o la tratta di esseri umani; e quelle arrestate per furti o rapine, comprese le borseggiatrici da cui gli annunci nelle metropolitane mettono in guardia.
Come in ogni casa con figli piccoli, sono loro a scandire l’organizzazione della giornata: alle 7.30 i più grandi vengono accompagnati dalle madri fino al cancello, dove il pulmino della scuola fa la sua prima tappa (“per non far vedere agli altri scolari dove vive”, spiegano gli operatori, anche se poi sono i più piccoli a chiamare le cose col loro nome: “mi porti in carcere?”). La mattina anche le madri straniere partecipano a corsi di alfabetizzazione (“spesso fanno fatica anche a compilare la domandina”, spiegano, il modulo cioè che dietro il diminutivo cela la via obbligata per ogni richiesta); o lavorano nelle pulizie o in cucina.
O lavano la biancheria dei bilocali dove ciascuna vive coni figli, quando i numeri bassi delle presenze lo consentono: zona giorno con tavolo e angolo cottura; bagno dignitoso e zona notte, con letto per la mamma e quello per i figli o la culla. Sul muro il televisore. Solo le grate, coperte da tende colorate, ricordano che quello non è un condominio qualsiasi, come lascerebbero pensare le porte semplicemente in legno o la (non) presenza di telecamere, perfettamente camuffate. Una delle tante cautele che si ripetono nell’assenza di uniforme per gli agenti della polizia penitenziaria o nell’uso di un’auto senza scritte o lampeggianti (“anche sei bambini si divertono tantissimo quando li vedono”).
Sì, perché se un bimbo sta male a scuola è al carcere che chiamano; se deve essere sottoposto alla visita di uno specialista, il carcere attiva il servizio piantonamento. Come avviene per accompagnare in ospedale ogni detenuto. E se è invitato ad una festa di compleanno o coinvolto in un’attività sportiva? “Noi facciamo un po’ tutto e ci affidiamo a volontari, che conosciamo e che avranno già conquistato la fiducia della madre”. “I nostri bambini - come li chiamano agenti, educatori, dirigenti- partecipano quanto più è possibile alle iniziative esterne, come i campi estivi della Croce Rossa; e vanno alle feste degli amici; al contrario gli altri bimbi - raccontano - non sono stati mai invitati qui. Servirebbero autorizzazioni”.
E questo resta un carcere. Con le sue regole, benché tutto venga interpretato all’insegna del “buon senso e dell’equilibrio”, sintetizza Mariarosaria Casaburo, direttrice della Casa circondariale di Avellino, da cui dipende l’Icam di Lauro. Parole d’ordine con cui interpretare le norme anche sugli aspetti non definiti. Come avviene d’altra parte nelle realtà penitenziarie più complesse, dove il gigantismo dei numeri, come a Poggioreale, fa ombra ai quotidiani sforzi. Così con “buon senso ed equilibrio” la direttrice si interroga pure sulle preoccupazioni delle altre madri che incontra: “le detenute con figli in casa famiglia o all’estero; quelle con figli adolescenti, che avrebbero bisogno di essere seguiti come questi bimbi”.
Una madre resta tale anche quando il bimbo avrà superato i in anni, limite per restare in un Icam (in caso di condanna definitiva della donna; sei per la custodia cautelare). Dietro le porte di questo Icam, non vivono le madri delle favole raccontate nei corridoi, che conducono anche all’area azzurra per padri (“ma non è mai capitato”). Ci sono donne con vite drammatiche, come Bevo o Belinda, nomi di fantasia come tutti quelli citati- entrambe nigeriane, entrambe arrestate per reati connessi alla tratta di esseri umani. Ci sono donne, come Sabrina, che dopo la chiusura dell’osteria dove lavorava cominciò a spacciare “consapevole di ciò a cui andavo incontro, ma ero in difficoltà. Fui arrestata dieci giorni prima del parto del mio primo figlio”.
Andò ai domiciliari, poi è entrata nell’Icam - anche con la seconda bimba - per evasione. Ci sono poi figli, come Elsa che ha raccontato all’Icam di “essere rimasta giorni nella roulotte del campo rom” e ci sono quelli che vengono mandati ad intercedere presso gli operatori. “Vengono i bambini a dirmi: mamma piange, le puoi dare una sigaretta?”, racconta uno di loro. Quelle che incontriamo sono madri consumate dal senso di colpa. “Alfonso mi continua a ripetere, torniamo a casa! Capisce benissimo dove si trova e quando vede il cancello piange.
Spesso non mangia e ha problemi di logopedia”, racconta Sabrina. Belinda si interroga sulle terapie perii figlio di 7 anni (in carcere da 4) che ha un problema alla gamba: oggi non è a scuola e gioca nei corridoi dove tutto resta aperto fino alle 22. Beka, invece, da 5 anni dentro e con altri 6 da scontare, viene consolata dalla figlia: “se mi vede giù mi dice: dai, tra poco andiamo in permesso”.
Con un ribaltamento dei ruoli, è lei a ripetere alla madre: “se fai la brava, usciamo prima”. E proprio come hanno fatto i genitori, l’educatore ha aiutato i piccoli scolari durante la pandemia con la didattica a distanza, dopo la donazione a tempi record di pc da parte di un territorio che ha abbracciato le sorti di questi bimbi. Carcere e bambini: tutto qui sembra un ossimoro. Ma tutto qui parla anche di futuro, come la sala giochi piena di palle o il giardino con altalene, scivoli e panche. Come in un pic-nic della domenica. Ma qui non ci sono famiglie da pubblicità e per i protagonisti di questa storia nessuno si sente di prevedere che “vissero felici e contenti”.










