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di Paolo Frosina

Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2026

Il Consiglio superiore peggio del Governo: nuovi divieti alle toghe Niente interviste o “canali informativi riservati”, ma solo comunicati o tutt’al più, “in via eccezionale”, conferenze stampa. Vietate “aggettivazioni enfatiche, dettagli superflui, denominazioni suggestive delle operazioni” e “ogni espressione che presenti l’indaga - to o l’imputato come colpevole”. Proibito citare tra virgolette le ordinanze di arresto, mentre sono raccomandate “rettifiche, precisazioni e aggiornamenti” se uno sviluppo successivo contraddice l’ipotesi d’accusa.

Ecco le nuove Linee guida per la comunicazione rivolte alle procure di tutta Italia, elaborate dal Consiglio superiore della magistratura per adeguarsi alle leggi che negli ultimi anni hanno soffocato l’informazione giudiziaria. La Settima Commissione del Csm ha approvato all’unanimità uno schema di delibera che aggiorna le attuali Linee guida - datate 2018 - “alla luce dei decreti legislativi 188 del 2021 e 198 del 2024”: cioè i due “bavagli” introdotti dai governi Draghi e Meloni su ispirazione di Enrico Costa, attuale capogruppo di Forza Italia alla Camera. Nel documento, che mercoledì sarà ratificato dal plenum (l’organo al completo), si afferma la necessità di una “comunicazione impersonale, sobria, controllabile e non esposta a forme di enfasi o spettacolarizzazione”, rivendicando il “passaggio a una tutela più ampia” rispetto alla semplice presunzione di innocenza, “che include in modo espresso la protezione reputazionale” di indagati e imputati.

Nel concreto, le Linee guida riprendono il decreto firmato nel 2021 dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia, affidando le comunicazioni esclusivamente al procuratore capo. “La forma ordinaria della comunicazione”, ricorda il Csm, “è il comunicato scritto”, mentre “la conferenza stampa costituisce modalità eccezionale, utilizzabile solo in presenza di uno specifico e concreto interesse pubblico”. A prescindere dal mezzo, poi, “va evitata ogni rappresentazione delle indagini idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza delle persone indagate (un paradosso per chi rappresenta l’accusa, ndr); devono essere omessi i dettagli non indispensabili e ogni riferimento non necessario idoneo ad aggravare il pregiudizio reputazionale”.

Ancora, “vanno evitati canali informativi riservati” e “non sono di regola consentite interviste, specialmente in esclusiva, aventi ad oggetto singoli procedimenti”. Il testo recepisce anche il bavaglio più recente, quello di fine 2024 che ha trasformato in reato la citazione testuale delle ordinanze di custodia cautelare: cioè degli atti - pubblici - con cui un giudice spiega i motivi per cui ha disposto l’arresto di un indagato. “In nessun caso possono essere diffusi testi, estratti o riproduzioni” delle ordinanze, si legge, “ferma restando la possibilità di comunicare, con le cautele linguistiche necessarie, il contenuto essenziale del provvedimento, ove sussista concreto interesse pubblico”.

Ma la novità più grossa è l’inedito obbligo di rettifica imposto ai procuratori: se informano su un’indagine tramite un comunicato o una conferenza, dovranno poi fare altrettanto se un giudice, in qualsiasi momento successivo, contraddice la loro ricostruzione dei fatti. “Quando l’ufficio abbia diffuso una comunicazione relativa a indagini preliminari, misure cautelari o altri atti a forte impatto reputazionale, esso cura l’adozione di successivi comunicati di aggiornamento in presenza di archiviazioni, revoche, annullamenti, proscioglimenti, assoluzioni o altri sviluppi di segno significativamente diverso, secondo criteri di tempestività, visibilità e rigorosa simmetria informativa rispetto alla comunicazione iniziale”.

Qui il Csm supera addirittura la politica, imponendo alle toghe ciò che il centrodestra non è ancora riuscito a imporre ai giornali: l’obbligo di pubblicare le sentenze di assoluzione con lo stesso spazio dato alle notizie sulle indagini (oggetto di un disegno di legge firmato dal solito Costa). Il messaggio ai pm, insomma, è che conviene comunicare il meno possibile: altrimenti, se un giudice gli darà torto, gli toccherà pure fare pubblica ammenda.