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di Nadia Urbinati*

Il Domani, 27 maggio 2025

Come riconoscere quando una democrazia non è più tale? L’autoritarismo che sta avanzando in occidente assomiglia alle metamorfosi, quelle trasformazioni che avvengono senza che chi perde nella gara se ne accorga. Narra Ovidio, che per conquistare Europa, la figlia del re Agènore, Giove assunse l’aspetto di un toro bianco e si mescolò agli armenti che pascolavano sulla spiaggia dove la fanciulla giocava con le amiche. Poiché “maestà e amore non vanno d’accordo” e “non possono convivere”, il re degli dei nascose le proprie sembianze e nelle vesti di un bianco toro rapì Europa - “niente di minaccioso nella fronte, lo sguardo non mette paura. Un muso tutto pace”.

La metamorfosi consiste di mutamenti accettati senza sforzo. Si potrà poi dire poi che tutto è avvenuto per libera scelta, che il rapimento della democrazia non è che l’esito di un processo fisiologico. È non solo possibile, ma innocuo e coerente al sistema, perfino condiviso. La democrazia, insomma, può sostenere una gamma di trasformazioni senza che il regime cambi. Il rompicapo che ci si impone è quindi questo: sono le nostre democrazie ancora democrazie? Come riconoscere i mutamenti che avvengono al loro interno?

È difficile riconoscere l’autoritarismo. Le menti più raffinate lo avvertono ma non sanno né anticiparlo né suggerire che fare. Max Weber scrisse nel 1919: “Non abbiamo davanti a noi la fioritura dell’estate, bensì una notte polare di fredde tenebre e di stenti”. Commentava Norberto Bobbio che chi è cresciuto nella tradizione dell’illuminismo, è “condannato a credere nella sola ragione” e forse per questo non sa vedere che cosa di attraente si celi nei “movimenti autoritari di destra” che conquistano le opinioni e dai quali le democrazie vengono “ammazzate”. Qui, il potere invisibile che aiuta, forse senza volerlo, la metamorfosi si annida nella fabbrica delle opinioni, quel lavoro quotidiano che invece di rendere i cittadini attenti e diffidenti, dispensa “favole belle” sulla bontà di riforme e trasformazioni che vengono cucinate dai governi che ambiscono al dominio. Questo sta avvenendo alle nostre democrazie.

Il loro mutamento autoritario non segue le orme del secolo passato. Si serve di strategie decisionali che “trasformano le istituzioni pubbliche in armi politiche, utilizzando le forze dell’ordine, le agenzie fiscali e di regolamentazione per punire gli oppositori e intimidire i media e la società civile, relegandoli ai margini”, scrivono Steven Levitsky, Lucan Way and Daniel Ziblatt sul New York Times. Questo si chiama autoritarismo competitivo, un sistema nel quale i partiti competono nelle elezioni, ma “l’abuso sistematico del potere da parte di chi è al governo altera le regole del gioco a sfavore dell’opposizione”. Tra gli interventi più preoccupanti vi è quello che mette a repentaglio l’autonomia del potere giudiziario da quello esecutivo.

In Italia, un tassello centrale di questa metamorfosi è la riforma nota come “separazione delle carriere” (tra magistrati inquirenti e giudicanti) completata con una separazione interna al CSM. La riforma ha un impianto chiaro: la subordinazione dell’azione e della carriera dei magistrati inquirenti al governo. Gli inquirenti si avvicinano più alla polizia (e quindi al potere esecutivo) che alla giustizia.

Gli opinionisti che si sforzano di stare sopra le parti ci dicono che i pro e i contro hanno entrambi buone ragioni, e suggeriscono di attendere che la riforma mostri nei fatti i suoi effetti. Non anticipare il peggio. Si legge su il Post che “se in futuro le cose cambieranno, bisogna comunque tenere conto dei vincoli imposti dall’articolo 104 della Costituzione” secondo il quale “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.

Ma perché sperimentare con i sistemi di giustizia, quando se ne conoscono le implicazioni con abbondanza di dati passati e presenti? Una riforma che rispetti quell’articolo della Costituzione deve riconoscere i limiti del potere politico rispetto al quello giudicante nelle sue due fasi. Se è una buona riforma deve presupporre il peggio, non attendersi un probabile meglio: presupporre che chi ha potere e chi non ce l’ha si trovino su due piani sbilanciati, per cui è saggia quella legge che dissocia il potere inquirente dalla vocazione naturalmente repressiva dei corpi di polizia, e quindi del dominio dell’esecutivo. Ma vi è di più: questa riforma renderà eventualmente il progetto meloniano di premierato un fatto che sta, se così si può dire, nelle cose. La metamorfosi autoritaria la si cucina con studiata determinazione, affinché appaia come l’esito di un processo fisiologico.

*Politologa