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di Nunzio Smacchia*

 

Gazzetta del Mezzogiorno, 19 dicembre 2019

 

La società attuale e il pensiero moderno sono attraversati da un sentimento molto forte che è la paura, rappresentata e vissuta in tutte le sue forme e in tutti i suoi contesti. L'idea della funzionalità sociale scevra da crisi, trasformazioni e identità è alla ricerca di un concetto unitario, garante e rassicurante, che possa dare nuovi modelli interpretativi in una dinamica psichica e mentale, che confluiscano nel pensiero-azione e attuino una sinergia sociale.

La paura ha accompagnato l'uomo da sempre, segnalandogli pericoli e stati d'animo di fronte all'inconoscibile e oggi è un grave motivo di ansia e di preoccupazioni esistenziali costituite da catastrofi, malattie e crimini sempre più efferati.

L'uomo ingaggia con la paura lotte distruttive e riesce, poi, a emergere da forze contrarie. Si ritiene che il razzismo sia un modo per negare diritti, per distruggere persone e popolazioni in nome di un'ideologia e lo si alimenta in maniera inconscia, senza sapere riconoscerlo e soprattutto senza rendersi conto del perché si hanno queste reazioni negative; non sempre il termine razzismo è esplicitato chiaramente, ma spesso è accompagnato da stati emotivi che racchiudono disapprovazione e odio per persone ed etnie. In questo modo si formano nell'individuo sacche di ozio intellettuale, che distraggono e allontanano dalla conoscenza, dalla riflessione, dal confronto e dalla comprensione dell'altro.

E questo processo si chiama pregiudizio, che diventa ideologico quando nega cose diverse. Il razzismo, quello antropologico e culturale, si presenta con modelli stereotipati, sotto mentite spoglie, alle volte come "differenza culturale" che si ha quando si sostiene una visione etnocentrica, per le accezioni ideologiche, complesse e molteplici. In sostanza, il razzismo è "l'atteggiamento di esclusione che assume il carattere di permanenza" (Colette Guillaumin), di chi si presenta come altro.

La segregazione è un modo di essere, di pensare e di comportarsi, escludendo qualcuno o qualcosa in modo definitivo; va ricercata nei concetti e nei fenomeni di etnicismo, di religione e di genere, termini che hanno in comune una connotazione di fondo: la paura. Questo sentimento di brivido racchiude la paura dell'altro, di ciò che non si conosce, che può in qualche modo limitare il proprio esistere. La mentalità che è alla base del razzismo criminoso è la filosofia della paura e, in casi più estremi, la logica del terrore. La concezione del razzismo isola chi è diverso, non favorendo la conoscenza.

Questa negazione porta all'ignoranza e alla formazione di stereotipi, cioè quelle cognizioni che sono già patrimonio degli altri e che da questi sono condivise. La paura, quindi, non riesce a vedere al di là del naturale dell'Altro, non distingue le differenze culturali, fisiche, morali e reali; si crede vero ciò che è approvato dalla generalità e si respinge, e quindi non si accetta, quanto non rientra in essa.

Al razzismo si associa l'idea di razza, facendone esclusivamente un fatto sociale. In questo rientra il termine pregiudizio, ossia un assunto che non viene esposto ad una giusta fase di riflessione. Se ci sono forme codificate di tradizione e di pensiero di un certo tipo di cultura che non si confronta con altre, questa diventa una sorta di gabbia da cui non è facile uscirne, senza forzarsi: diventa pregiudizio.

Il preconcetto, avvalorato da diverse considerazioni psico-sociali, determina manifestazioni d'intolleranza e di discriminazione, a volte criminali, come il negare i più elementari diritti umani. Nel pregiudizio è radicata la rigidità tipica del soggetto psicologicamente autoritario, anche se non sempre questi è un individuo che ricorre ai pregiudizi; può essere intollerante, ma non per questo una persona piena di pregiudizi.