di Diana Ligorio
Il Domani, 2 settembre 2025
Romano, 21 anni, è detenuto nel carcere minorile di Casal del Marmo. “In carcere non ti tutela nessuno - dice - Si litiga per qualsiasi motivo, ma non ti puoi ammazzare ogni giorno”. Intanto non riesce a immaginare la sua vita quando uscirà: si metterà a lavorare o tornerà a spacciare? “Fra tre giorni sono quattro mesi che sto carcerato”. Li conta i giorni, Mirko. Ma il tempo in carcere gli scivola via veloce: il corso di ex-art, il laboratorio di rap, gli incontri con l’educatrice. “Mai fatte tutte ‘ste cose”. Mirko striscia l’indice sotto il naso e mette subito in chiaro una cosa: tra un’ora e mezza ha il colloquio con la famiglia e non se lo può perdere per nessuna ragione. Vengono a trovarlo la mamma e la sorella. Gli porteranno il pacco.
Mirko ha 21 anni. Dentro deve farsi 12 mesi. È la sua prima volta in carcere. Per questo, nonostante fosse maggiorenne, le autorità hanno preferito per lui una detenzione nel minorile. Nel carcere per adulti sarebbe stato un numero e si sarebbe confrontato con altre esperienze di vita e di reato. Prima dell’arresto, Mirko è stato in casa famiglia e in comunità, ma a questa preferisce il carcere: “Dalla comunità riesci a scappare e poi ti danno le sigarette contate”. Mirko confessa una cosa inaspettata: non voleva avere la possibilità di evadere: “Mi serviva uno stop”.
Le circostanze del reato - “Del fuori mi manca tutto. Il bagno mio, il letto mio. E il cibo. Qua ci danno da mangiare la monnezza”. A Natale Mirko ha avuto il permesso per pranzare a casa di sua madre. Ha mangiato tutto quello di cui è stato capace. Era una fame strana, quella, impossibile da saziare. Ha sperato che il cibo di mamma entrasse in una scatola di ricordi da attivare quando sarebbe poi tornato alla mensa dell’istituto. Per dare con la mente un sapore alla pasta al sugo e alle cotolette, coprirle di ricordi, metterci una casa intorno. “Il vitto del carcere è sempre freddo, gelato”.
Chissà come sarebbe se, una volta ogni tanto, uno chef venisse in carcere a cucinare per questi ragazzi. Dal gusto, da come un cibo si presenta, dai colori nel piatto passa un nutrimento che racconta la cura, evoca una memoria, sancisce una condizione. Un cibo freddo parla di distanza, disinteresse, assenza. Le parole tra i ragazzi in cella invece sono calde e difficili da digerire per chi le ascolta: “Tra noi parliamo del reato che c’hai, tra quanto esci, scalamenti, permessi. Ci chiediamo perché l’hai fatto”. Mirko ha un’idea precisa sulle motivazioni che portano a compiere un reato: “C’è chi ha bisogno, chi lo fa perché deve sistemarsi la famiglia, chi sta per strada e lo deve fare per forza”. Mi racconta di ragazzi vissuti senza madre o senza padre, abbandonati dalla famiglia, cresciuti in quartieri dove devi imparare a cavartela da solo. “Le circostanze sono tante”, dice. Le circostanze. Una parola che spunta inattesa nella lingua usata da Mirko. La parola “circostanze” disegna un cerchio di possibilità in cui si può essere inclusi o da cui si può essere estromessi. Allude a uno spazio sociale e politico che si allarga intorno al ragazzo detenuto e dentro quel cerchio ci finisce tutto. Ci finiamo tutti.
Educazione carceraria - “A che mi serve stare qua dentro? A capire l’importanza della famiglia”, risponde Mirko guardandosi i pollici che girano su se stessi. È sulle spalle della famiglia, infatti, quando lo stato non fa il suo, che pesa la riuscita o il fallimento di un figlio e il suo destino. Le parole di Mirko disegnano quelle foto famiglia con le espressioni fisse di genitori e figli e in quegli sguardi immobili nel tempo ci passa tutta la vita, anche quella che deve ancora venire. “E soprattutto - continua Mirko - ho capito che se devo tornare carcerato, d’ora in poi ne deve valere la pena”. Poggia i gomiti sul tavolo per spiegare il suo ragionamento: “Sono disposto a farmi anche dieci anni di galera, ma quando esco c’ho qualcosa da parte. Ora fuori da qui non c’ho niente”. Mirko sa che ad aspettarlo ci sarà una situazione identica a quella che ha lasciato, se non peggiore. Ma lui nel frattempo sarà cambiato? E quel cambiamento sarà più forte delle circostanze? “Quando esco, non vado a fa’ il fanciullo. Può darsi che me rimetto a spaccià o che vado a lavorà”. In passato Mirko ha fatto il magazziniere, dalle 6 di mattina alle 5 del pomeriggio, ma non ha retto più di 15 giorni: “Mi rode andare a lavorare per 1.100 al mese”. Quei soldi, con lo spaccio, Mirko li guadagnava in un giorno e mezzo.
Vita da spacciatore - Mirko viene da una periferia romana, nota per il traffico di sostanze stupefacenti. “Prima stavo notte e giorno in piazza, ora non potrò più. Stiamo tutti divisi: chi si è sparato, chi ha litigato”. Quando inizia a spacciare, Mirko si fa il motorino, va in giro vestito bene: “Mi piaceva farmi vedere dalle pischelle tutto firmato, fare il coatto”. Ma ora, se ritornerà a fare quella vita, si muoverà sotto traccia: “Piuttosto esco con le scarpe bucate”. Più volte sua madre lo ha buttato fuori casa: “Lei da me non si prende un euro, anche se è in difficoltà”. La madre di Mirko fa le pulizie in tre uffici tutte le mattine e poi i pomeriggi continua in ospedale. “È da una vita che lei si alza alle 3:30 di mattina. Le piace dormire tranquilla che i suoi soldi sono onesti”. Quando spacciava, Mirko si svegliava con le paranoie: “Di notte stavo con l’ansia. Qui in carcere dormo tranquillo. Ma da un mese. Prima non dormivo bene. Stavo chiuso in cella. Il tempo non passava mai”.
Convivere tra risse e invidie - Appena entrato in carcere, Mirko ha cominciato a subire vessazioni da chi era dentro da più tempo. Risse, provocazioni, scontri in cui lui avrebbe spaccato la testa a tutti, ma da cui è uscito sconfitto. Allora ha cercato di isolarsi e di passare quanto più tempo in cella finché non è stato trasferito in un’altra palazzina. “Fuori si litiga per la piazza, il cliente, la zona. Dentro si litiga per qualsiasi motivo”. Soprattutto per invidia. “Magari quello c’ha più di te. Magari la madre gli ha portato il pacco, e a te no. Quindi lui c’ha il pacco e tu no. Io c’ho la tuta e tu non ce l’hai, quello c’ha le scarpe nuove e tu con ce l’hai”. Per Mirko in carcere non esistono amici, non esistono fratelli. Devi solo farti furbo e convivere: “Non ti puoi ammazzare tutti i giorni. Qui dentro non ti tutela nessuno”. Uscito dal cancello dell’istituto, si dimenticherà di tutti. Tranne della sua educatrice. Mirko divide la cella con altri quattro ragazzi: “In cella ho un omicidio. Un tentato omicidio. Una rapina. Un furto. Cose così”. Secondo Mirko, i detenuti dovrebbero essere raggruppati per reato. Chi spaccia con chi spaccia, chi ha ammazzato con chi ha ammazzato. “Solo così ci si può capire”.
Secondo Mirko, sono i carcerati a fare il carcere. “E se non funziona è perché siamo troppi. Troppe teste”. Secondo Mirko, il carcere è come la piazza di quartiere. Ha trovato o ricreato la stessa logica di sopravvivenza, di stare al mondo. Eppure, qualcosa si è mosso. Per la prima volta ha capito di saper fare qualcosa con le mani che non fosse chiudere le bustine di droga. Costruire lettere in acciaio. “Come mi immagino la vita a 30 anni? Non so nemmeno che faccio tra mezz’ora”.
Quale futuro? - Mirko parla dell’importanza della famiglia. Mirko chiama mamma sua nonna. La madre biologica è una tossicodipendente a cui hanno tolto i figli. La nonna lavora e cresce i suoi figli e i suoi nipoti. Nel 2019 Mirko ha avuto un incidente ed è finito in ospedale. Quando si è svegliato, si è trovato davanti un uomo che non conosceva e che gli ha detto di essere suo padre. Fin da piccolo Mirko ha avuto problemi di attenzione. Lo hanno capito in carcere psicologi ed educatori. Difficile avere attenzione in un’attività o a scuola, se tu stesso non l’hai mai ricevuta. Mirko si è sentito importante per la prima volta quando ha spacciato perché è riuscito in qualcosa. E si è sentito importante quando mi ha vista interessata a lui, quando ho ascoltato la sua storia. Secondo la sua educatrice, Mirko avrebbe tutte le capacità per lavorare se una volta uscito trovasse intorno le giuste circostanze. Lei non ha dubbi: “Se fosse stato seguito, lui qua dentro non ci sarebbe arrivato”.









