di Adalberto Perulli*
Corriere del Veneto, 21 maggio 2025
L’anniversario della morte del professore ucciso dalle Br. Dalla precarietà alla flessibilità fino al Nordest delle piccole imprese. I più deboli e il no alla società dei conflitti. Oggi ricorre l’anniversario della morte del professor Massimo D’Antona, assassinato dalle Brigate rosse in via Salaria, a Roma, la mattina del 20 maggio 1999. Ricordare la sua memoria è importante per molte ragioni. Anzitutto perché porta al cuore l’immagine della mitezza: di un uomo mite e di un diritto mite, capace di trovare soluzioni ai problemi delle persone, in sintonia con la capacità di creare ponti, di cercare di pacificare piuttosto che di creare conflitti. È una lezione che va ben al di là del diritto del lavoro, il suo campo d’azione, per riguardare tutti i settori della vita in comune e in particolare l’aspirazione alla giustizia sociale e quindi alla pace, universale e duratura. E poi perché quasi tutti gli insegnamenti che D’Antona ci ha trasmesso sono più che mai attuali e attendono ancora risposte.
Il ruolo del sindacato nel mercato del lavoro e la necessità di una legge sulla rappresentanza sindacale, che è un fatto di democrazia anche per dare ai contratti collettivi di lavoro una efficacia generalizzata. Una disciplina razionale ed equa del licenziamento, in grado di garantire il diritto del lavoratore alla stabilità dell’impiego, mentre la stratificazione normativa ha creato un sistema talmente diversificato da creare incertezza giuridica e disagio sociale.
La precarietà dell’impiego e il controllo della flessibilità è un altro argomento su cui D’Antona aveva puntato l’indice, e non può certo dirsi, oggi, un problema superato, al contrario. La necessità di ampliare le tutele oltre la sfera del lavoro dipendente e di abbracciare il complesso mondo del lavoro autonomo, così diffuso e importante in regioni come il Veneto, ha visto in D’Antona uno dei principali sostenitori. E l’attenzione al diritto europeo, come catalizzatore di istanze sociali transnazionali che solo in una dimensione sovranazionale possono trovare soluzione, è un’altra delle grandi lezioni di quest’uomo mite, che viveva il diritto del lavoro come una finestra sul mondo.
Quando D’Antona cadde sotto il piombo dei terroristi, le sue idee influenti davano speranza. Oggi che ne ricordiamo la memoria, dovremmo essere consapevoli che solo il progetto sociale, la capacità di guardare al futuro del lavoro con idee alte e lunghe, può condurci sulla strada dell’inclusione e della protezione dei più deboli, che rimangono, nella nostra società, le persone che vivono del loro lavoro, e del loro sacrificio anche in termini di vite umane. Non abbiamo bisogno di freddi tecnicismi, ma di calorose iniziative solidaristiche, che abbiano nei principi di eguaglianza e di libertà i punti di riferimento essenziali.
Troppo spesso invece vediamo attorno a noi il prodotto dell’incapacità di progettare il futuro, di dare forma ai valori che ispirano la nostra vita sociale: siamo ancora legati al conflitto sociale, e non guardiamo ai benefici che una collaborazione potrebbe comportare; nello stesso tempo ci ammantiamo di strumenti troppo deboli di regolazione sociale, non all’altezza del compito che D’Antona aveva indicato.
Un esempio? La legge, approvata in Senato nei giorni scorsi, sulla partecipazione dei lavoratori nelle imprese, che lascia al potere dell’imprese decidere se accedere o meno al modello partecipativo, rischiando di ridurre, invece che di aumentare, le prerogative dei lavoratori. Un’occasione sprecata, non in linea con gli standard europei, di raggiungere effettivamente l’obbligo di portare i rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione o di sorveglianza delle imprese, come accade nella maggior parte dei paesi europei.
Un altro esempio? Aspettiamo ormai da un paio d’anni che il parlamento legiferi sui licenziamenti nelle piccole imprese, dopo la sentenza-monito della Corte costituzionale, ma tutto tace, e questo non va affatto bene per un sistema produttivo, come quello del Nordest, basato su piccole e piccolissime imprese. Non ci si deve lamentare, allora, se alcune forze sociali propongono il ricorso al referendum popolare sulle materie del lavoro.
Non ve ne sarebbe bisogno, se i legislatori degli ultimi lustri avessero dimostrato la capacità di stare lì, dove pensatori come Massimo D’Antona avevano indicato: nel punto più alto dell’equilibrio che in una società pluralistica la dignità del lavoro deve raggiungere, per diventare davvero un lavoro “sovrano”.
*Docente di Diritto del Lavoro Università Ca’ Foscari di Venezia











