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di Raffaella Calandra

Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2025

Se e vero che la Costituzione scommette sul cambiamento del detenuto, questo non può che essere un percorso. Graduale, con più fattori e attori. Cosı a due anni dalla sottoscrizione dell’accordo tra Cnel e ministero della Giustizia verso l’ambizioso obiettivo di una recidiva zero, dati positivi - come l’aumento delle imprese pronte a cercare manovalanza nel sistema penitenziario e l’aumento di detenuti impiegati - convivono con gli ostacoli di istituti spesso privi di spazi adeguati, sovraffollati, con pochi mediatori e una scarsa conoscenza di domanda e offerta di lavoro. Tutte questioni emerse in prevalenza nei tavoli tecnici della seconda edizione del progetto. In attesa del piano del commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria - atteso con Dpcm per oine mese, a quanto trapela - il quadro di partenza lo traccia il neo capo Dap, Stefano De Michele. Su quasi 62mila detenuti, al 31 dicembre era impiegato il 34%, un dato cresciuto rispetto al 26% di dieci anni prima: la stragrande maggioranza, l’85%, e al servizio dell’amministrazione penitenziaria (pulizie o cucina); 3.172 i detenuti impiegati da cooperative o imprese. Si lavora soprattutto all’interno delle mura di cinta (1.151 gli impiegati:

902 per cooperative, 249 per aziende) o in regime di semilibertà (1.123); meno in lavoro esterno (898 persone). Un punto su cui prova ad intervenire il decreto sicurezza. Negli ultimi anni, il numero di imprese beneficiarie degli sgravi previsti dalla legge Smuraglia in caso di impiego di detenuti risulta in costante crescita. Oltre 11 milioni le concessioni del credito di imposta per 694 aziende nel 2024 e nel 2025 i numeri sono già superiori: 12 mln 706mi1a a favore di 73o imprese. Se si va pero in profondità, come nell’analisi di Filippo Giordano, membro del segretariato permanente Cnel e professore Lumsa, si scopre la scarsa continuità (su 210 nuovi enti ammessi agli sgravi l’anno scorso, solo 88 hanno ottenuto fondi anche per il

2025) ed emergono alcuni ostacoli, come l’impossibilità di far lavorare dopo le 17:30 il detenuto, che spesso ha un fine pena troppo breve per essere formato (8.087 con pena residua fino a un anno nel 2024) o un alto tasso di dipendenza da sostanze. Per favorire l’incontro tra domande e offerta di lavoro, in 8 penitenziari di 5 Regioni è partita una sperimentazione con ministero del Lavoro e Inps attraverso la piattaforma Siisl, anche per una “profilazione” della popolazione detenuta, un aspetto valorizzato in particolare da Emilio Minunzio, presidente del segretariato permanente del Cnel: gli operatori caricano i curricula dei candidati, le imprese li selezionano e possono indicare le proprie esigenze. Uno scambio proiettato anche verso il cruciale momento del fine pena. Da un territorio all’altro, non cambia solo la domanda, cambia anche la formazione, cosı i dirigenti Dap sollecitano livelli di prestazione essenziali minimi per favorire uniformità e uno Statuto per i lavoratori alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Ma ancora troppo spesso, com’e successo anche in realtà ad alta vocazione industriale e forte sensibilità per le carceri come Brescia, le imprese non hanno potuto dare seguito a progetti di collaborazione per mancanza di spazi adeguati nel vecchio istituto di Canton Mombello. “Se la detenzione non porta via la visione del futuro legata al lavoro, e già un primo passo per il recupero”, plaude il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, che in questo contesto non richiama la sua proposta di liberazione anticipata per ridurre il numero dei reclusi. Quando le celle sono sovraffollate e la tensione sale, più difficile diventa ogni iniziativa. Lo ricordano spesso i direttori delle 189 carceri collegati a distanza nella giornata dedicata alla “Recidiva zero”.