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di Luca Rampazzo

milanopost.info, 4 febbraio 2025

L’avvocato Marco Tavernese: “Al nostro cliente era stato fatto firmare un foglio, senza data, in cui si dichiarava che una parte importante del suo lavoro era svolto sotto forma di volontariato. Questa dichiarazione era stata corroborata da generiche testimonianze, assunte in maniera irrituale, come riporta la sentenza, di alcuni agenti di polizia penitenziaria”. Quindi il Ministero si era rifiutato categoricamente di pagare il dovuto. Il giudice ci ha dato ragione, riconoscendo che tutto il lavoro andava pagato, che quella dichiarazione non era rilevante e che le testimonianze erano inammissibili.

Se non ci fosse una sentenza, del Tribunale di Roma, a darne conto, non ci si crederebbe: il Ministero della Giustizia sfrutta il lavoro nero dei detenuti. Le circostanze sono davvero incredibili. Un detenuto, MC, lavora nel suo carcere. È una delle attività che consentono una piena riabilitazione e reinserimento in società, che poi è la funzione primaria del carcere nella Costituzione. Alcune attività gli vengono pagate. Altre no. Giustizia qui è stata fatta. Ma ci sono altre migliaia di casi in cui, in virtù della disparità di rapporto tra datore di lavoro e lavoratore, il Ministero non paga e la fa franca. Ci stiamo attivando per riparare a questi torti. Chi porta il nome della Giustizia nel nome del proprio Ministero non può consentire che queste cose avvengano sotto i propri occhi”.

Già nei mesi scorsi lo Studio Tavernese aveva ottenuto un importante riconoscimento, dalla Corte di Cassazione, sul diritto dei carcerati a termini di prescrizione umani: calcolati cioè dal fine pena, quando sono liberi, letteralmente, di far valere le proprie ragioni senza rischi di ritorsioni. E non, come sosteneva il Ministero, dalla fine del singolo “rapporto” (l’equivalente del contratto, solitamente annuale). Vedremo con il tempo se potremo parlare di una stabile vittoria per il mondo della riabilitazione penale, intanto oggi c’è un (ex) detenuto che, giustamente, festeggia. Giustizia, infine, è stata fatta.