di Adriano Moraglio*
Avvenire, 8 aprile 2026
In Italia esiste una forma di strabismo per un verso voluto, per un altro non consapevole: lo Stato premia con incentivi le imprese e le cooperative sociali di tipo B (quelle che fanno produzione) quando offrono lavoro ai detenuti internati negli istituti penitenziari, ma esclude da questi aiuti (crediti d’imposta e sgravi contributivi) gli imprenditori che accettano di portare dentro la propria azienda una persona che sta scontando all’esterno la pena residua della sua condanna. Questa è la fase più difficile e rischiosa del ritorno in società di un carcerato: quando è quasi-libero, quando letto e cibo non sono più assicurati dall’istituto penitenziario, ma occorre guadagnarsi da vivere.
In questa condizione si trovano quei detenuti che passano dall’essere “ristretti” in carcere alle cosiddette misure alternative: prevalentemente, i regimi di detenzione domiciliare e di affidamento in prova al servizio sociale. Ben più restrittivo il primo (in genere poche ore di libertà d’uscita da casa), più favorevole il secondo (di norma c’è l’obbligo di farsi trovare a domicilio per i controlli delle forze dell’ordine tra le 22 e le 6, la notte).
Ben pochi sanno che le persone sottoposte a misure alternative alla detenzione sono numericamente superiori ai carcerati internati. A fine 2024, stime dello Stato, c’erano in Italia almeno 77mila persone in detenzione domiciliare, in affidamento in prova oppure in semilibertà. Contro i poco più che 60mila detenuti incarcerati negli istituti. E allora: che cosa possono fare queste 77mila persone, specie se non abbienti, con bassa scolarità, con un passato di lavori saltuari e la frequentazione di ambienti non certo “sani’; se non hanno una prospettiva di lavoro? Il lavoro, quella forma della vita umana, che dà dignità e sostanza all’essere donne e uomini?
Ecco, per le donne e gli uomini sottoposti a “esecuzione penale esterna” non c’è legge che incentivi le imprese a offrire loro un lavoro. La legge 193 del 2000, conosciuta come Legge Smuraglia, dal cognome del senatore che la propose, concede incentivi solo alle assunzioni di detenuti incarcerati. In tutta Italia, nel 2024 soltanto 537 imprese e cooperative ne hanno approfittato. Ma se questa norma, come da più parti si invoca, fosse estesa alle assunzioni di chi sconta all’esterno la sua condanna, quante più imprese e cooperative sicuramente potrebbero decidere di diventare inclusive?
Le imprese potrebbero avere crediti di imposta fino a 520 euro al mese per ogni assunto o assunta con qualche forma di contratto, avere anche sgravi contributivi al 95 per cento. Certo, tutto questo deve avvenire dentro processi di accompagnamento delle persone in misura alternativa, che non le lascino sole nel difficile passaggio dal carcere alla quasi libertà.
È quello che facciamo con l’organizzazione di volontariato torinese La goccia di Lube ETS, con il progetto Impresa Accogliente. Ma se Governo e Parlamento capissero che bisogna estenderla alle misure alternative favorirebbero un grande salto di civiltà. E di risultati contro ogni forma di recidiva.
*Presidente de La goccia di Lube Ets











