di Vittoria Melchioni
Corriere di Bologna, 3 gennaio 2025
La storia esemplare di Avvocato di strada, l’associazione che dà consulenza legale ai clochard, i figli, il ruolo della moglie, le prime esperienze, i progetti per il futuro. Così l’avvocato Antonio Mumolo ha provato a cambiare il mondo. “Non esistono cause perse”, questo è il motto di Antonio Mumolo, avvocato brindisino, ma bolognese di adozione, classe 1962, fondatore di “Avvocati di strada”, l’organizzazione di volontariato che mette a disposizione dei senzatetto assistenza legale gratuita. Inserito nella lista dei personaggi emiliano-romagnoli più influenti del 2024, ha da poco ottenuto una grande vittoria: l’approvazione da parte del Parlamento di una legge sull’assistenza sanitaria alle persone senza fissa dimora.
Come mai tra le tante persone fragili ha scelto di dedicarsi proprio ai senza fissa dimora?
“Agli inizi degli anni 90, con un gruppo di amici, decisi di fare volontariato in carcere. Con l’aiuto di un giornalista fondammo un giornale: “Le voci di dentro”. Fu un esperimento completo che diede molta soddisfazione a noi e ai carcerati. Alcuni dei detenuti/giornalisti uscirono dal carcere e si trovarono letteralmente in mezzo ad una strada, finendo nei dormitori. Così, nel 1993, per loro abbiamo fondato Amici di Piazza Grande, la storica associazione che si occupa dei senzatetto. Portammo avanti il progetto giornalistico, fondando la prima testata in tutta Europa redatta e distribuita da persone senza fissa dimora intitolandola, appunto, “Piazza Grande”. Fu anche il primo progetto di auto-aiuto che supportasse queste persone ad “uscire” dalla strada, dalla precarietà, dalla povertà. Non tendevano più la mano per chiede re l’elemosina, mala tendevano per vendere il loro giornale. Riacquistando dignità attraverso il lavoro, il loro lavoro”.
Come si è arrivati allo sportello di assistenza legale gratuita?
“Una sera alla settimana noi volontari uscivamo per conoscere meglio la realtà dei senzatetto, chiacchierando con loro, fumando una sigaretta insieme. Sebbene io uscissi sempre in jeans e felpa, non in giacca e cravatta come mi vesto al lavoro, mi venivano sempre rivolte domande di argomento legale perché si era sparsa la voce che ero un avvocato. Capii che anche in strada c’era voglia di legalità, di giustizia e così è nata l’idea di mettere a loro disposizione la nostra professionalità”.
Quante persone avete assistito negli anni?
“Solamente nel 2023, le persone assistite sono state 2.691. Gli avvocati e i volontari impegnati quotidianamente in 60 città sono 1.334. Un valore del lavoro legale messo gratuitamente a disposizione pari a 1.8 milioni di euro. Perlopiù per casi sulla residenza anagrafica, oltre a questioni di diritto di famiglia, fogli di via, tutela di persone vittime di violenze e aggressioni, multe paradossali e diritto dell’immigrazione. Siamo presenti nelle principali città italiane, abbiamo oltre 44.000 pratiche aperte e siamo diventati lo studio legale più grande d’Italia”.
Com’è la situazione in strada ora?
“I senza fissa dimora aumentano sempre di più. I dati ci dicono che la povertà ormai è raddoppiata: la crisi immobiliare, il Covid, la guerra, il progressivo impoverimento del ceto medio, scarse politiche di contrasto alla povertà (a volte addirittura politiche di lotta ai poveri, non a fianco dei poveri) sono le ragioni. C’è la necessità di aprire nuovi sportelli, purtroppo”.
Che distinzione c’è tra i vostri assistiti?
“È tutto riportato nel nostro bilancio annuale. Attualmente è disponibile quello relativo al 2023 che registrava il 77,6% di uomini e il 22,4% di donne con quest’ultimo dato in calo consistente rispetto al 2022, quando erano il 27,6%. Tale rapporto, tuttavia, cambia notevolmente a seconda delle aree geografiche di provenienza. All’interno del gruppo dei provenienti dall’ Unione Europea le donne sono il 49,35%, mentre trai provenienti dal Sud America, le donne risultano essere addirittura in maggioranza rispetto agli uomini, raggiungendo il 57,4%. Nel totale il 20,9% è composto da italiani, il 74,5% da extracomunitari e il 4,6% da cittadini comunitari”.
Come sono cambiati i clochard nel tempo?
“Scordiamoci l’iconografia dell’hippy anni 70 che faceva del vagabondaggio una scelta di vita poetica e dormiva sotto le stelle. All’inizio della nostra attività erano per lo più persone con dipendenze: tossici, alcolisti, individui con malattie mentali. Adesso è tutto completamente cambiato: in maggioranza la gente di strada non ha problemi di salute, casomai vengono loro proprio a causa della vita di strada. Sono padri separati, sono cinquantenni senza lavoro che non riescono a ritrovare una collocazione professionale a causa delle normative vigenti, pensionati al minimo, imprenditori falliti, piccoli artigiani. Tutte categorie che possono essere aiutate ad uscire dalla strada e che se, magari, fossero state aiutate prima, non ci sarebbero neanche finite in strada”.
Come sono percepiti i senza tetto dalla società?
“Siamo ancora schiavi di una mentalità calvinista, di una filosofia di vita improntata al lavoro, al dovere per la quale se una persona diventa povera, cosa che può accadere a tutti, è per colpa sua e per ogni colpa è prevista una punizione. Quest’idea produce conseguenze: la prima è l’emarginazione, l’invisibilità. I poveri devono stare lontani. Poi ci sono le punizioni corporali di cui spesso, purtroppo voi giornalisti date notizia. A Bologna la via fittizia per dare la residenza ai clochard prima si chiamava via Senzatetto, ora è via Mariano Tuccella dal nome di un nostro utente, un ex operaio metalmeccanico che dormiva in via Ugo Bassi, ridotto in fin di vita da un gruppo di balordi che morì al termine di un ricovero in terapia intensiva. Mi sono battuto molto affinché la strada fittizia avesse il suo nome. Poi c’è l’invisibilità a livello amministrativo e giuridico ed è qui che entriamo in campo noi”.
Un caso che le è rimasto nel cuore?
“Quello di un nostro utente che si ritrovò in strada da un giorno all’altro e dopo tre giorni di digiuno rubò un pezzo di formaggio alla Pam di via Marconi. Fu preso in flagrante, ma riuscimmo a convincere il giudice che, sebbene il furto fosse un reato punibile, l’intenzione che aveva mosso il “ladro” era perdonabile”.
Una vostra grande vittoria recente è stata l’approvazione della legge per l’assistenza sanitaria per i senzatetto...
“Dopo un vero e proprio calvario durato quindici anni, finalmente anche le persone di strada avranno diritto ad un medico di base e alle cure senza dover andare in pronto soccorso”.
Lei ha due figli: Giovanna e Carlo. Cosa ha trasmesso loro riguardo alla sua attività di volontariato?
“Giovanna è avvocato penalista e anche lei svolge volontariato nella nostra associazione. Carlo è uno sportivo, laureato in scienze motorie su una tesi sui mondiali antirazzisti. Penso di aver lasciato qualcosa anche in loro. Ma la persona a cui devo di più è mia moglie Paola, senza di lei, che è un avvocato molto più capace di me, non so se ce l’avrei fatta”
La prossima battaglia?
“Il tema della residenza. Il fulcro di tutto”.











