di Salvatore Giuffrida
La Repubblica, 23 novembre 2020
Positivi in aumento nei penitenziari della Regione. I detenuti in sciopero della fame. Di sera battono pentole e scodelle contro le sbarre della cella, per far sentire la loro protesta al mondo libero. Oppure rifiutano il cibo del carcere per urlare la loro rabbia e chiedere diritti e sicurezza contro il Covid. Che ormai ha portato a nudo il problema cronico delle carceri laziali: il sovraffollamento nelle celle.
I detenuti protestano a Regina Coeli e Rebibbia, a Latina e adesso anche nel carcere di Viterbo, dove oltre alla battitura (le proteste con pentole e scodelle) stanno rifiutando il vitto e lo donano alla Caritas: accettano solo zucchero, caffè, acqua e tabacco, e due rappresentanti per ogni sezione del carcere viterbese sono entrati in sciopero della fame.
Al ministero dell'interno l'allarme è rosso: si sta tornando al punto di non ritorno di marzo, quando le proteste infiammarono le carceri del paese. Del resto crescono i focolai nelle celle: nella sezione femminile di Rebibbia ci sono almeno 17 casi accertati, erano 6 la settimana scorsa. Pochi giorni fa nel carcere di Frosinone si sono registrati 22 casi, ora sono 16.
In tutto sono poco più di 30 i detenuti positivi nel Lazio ma si tratta solo dei casi accertati: il timore, fondato, è che ce ne siano altri. Il virus è entrato di nuovo dentro il carcere dove la sua diffusione è facilissima visto che in questi giorni, per fare un esempio, a Rebibbia ci sono celle di 14o 16 metri quadrati che contano fino a 6 detenuti.
I positivi sono in isolamento, ma si naviga a vista. Sospese le attività di reinserimento: niente scuola, niente lavoro all'esterno, niente legge 199 che prevede di scontare la pena fuori dal carcere al di sotto dei 18 mesi e per reati non gravi. Rimane l'ora d'aria ma martedì alcuni detenuti della sezione reati comuni di Rebibbia si sono rifiutati di rientrare in cella e altri rifiutano le mascherine. Rimangono attivi solo i servizi essenziali di vitto e pulizia ma sono sospesi corsi e laboratori, attività lavorative, studio, sport, anche l'assistenza spirituale è ridotta all'osso: due preti di Rebibbia hanno il virus.
Anche le visite sono in sostanza sospese: niente volontari né familiari. L'impatto è devastante: pure a Latina, nell'istituto penitenziario di via Aspromonte, si sentono pentole e scodelle dalle 19 in poi. E se aumenta la "battitura", la tensione sale. Gli occhi della polizia penitenziaria sono puntati sulle carceri più affollate: Rebibbia ha una capienza di mille detenuti ma ne conta 1400, Regina Coeli mille detenuti ma ne ha 200 in più del previsto e il carcere di Viterbo ha 440 posti ma 513 detenuti: difficile convivere in cella, rispettare i turni per farsi una doccia o curarsi dal medico o telefonare alla famiglia. Ed è impossibile mantenere il distanziamento.
"I detenuti manifestano in maniera non violenta - spiega il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia - chiedono la riduzione del sovraffollamento: speriamo che le Camere potenzino le misure alternative. Come ha indicato il procuratore generale Salvi, occorre ridurre gli ingressi in carcere ai casi gravi e potenziare la rete di accoglienza dei detenuti con pene brevi". Anche la Garante dei detenuti di Roma Capitale Gabriella Stramaccioni lancia l'allarme: "È urgente che la magistratura di sorveglianza applichi le leggi per alleggerire la presenza negli istituti penitenziari".











