di Eleonora Mattia
huffingtonpost.it, 14 giugno 2025
Nel Lazio ci sono 326 detenuti iscritti a un corso di laurea. Un dato che accende una speranza a beneficio di tutta la società e che abbiamo il dovere di sostenere. Ho sempre pensato che lo stato di salute di una società civile si evince da quanto essa si prenda cura delle sue componenti più vulnerabili, accogliendole e non rimuovendole. In tal senso le carceri sono un ambito d’intervento essenziale, non solo per le emergenze già tristemente note come i suicidi, il sovraffollamento e altre condizioni di disagio, ma ancora per la proposta di percorsi di recupero e reinserimento sociale, che possano dimostrare che lo Stato vuole davvero continuare a investire sul reintegro delle persone detenute.
Di recente, in un convegno intitolato “L’Università in carcere: lo studio come riscatto” che ho promosso presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, una delle tante testimonianze delle operatrici e degli operatori faceva notare come nella parola “riscatto” ci sia tutta l’essenza del destino di una persona detenuta, una parola dove una semplice lettera, la “s” può fare la differenza e cambiare le sorti di una persona trasformandone la condizione svantaggiosa di “ricatto” a una più promettente di “riscatto”. Questo è il potere riabilitante che può avere un percorso di formazione e istruzioni su una persona detenuta.
Dal confronto svoltosi nell’ateneo romano è emerso che nel Lazio ci sono 326 detenuti iscritti a un corso di laurea. Un dato che accende una speranza a beneficio di tutta la società e che abbiamo il dovere di sostenere. La sfida collettiva che possiamo assumerci è aumentare a un milione di euro le risorse destinate alla legge regionale 7 del 2007 per la tutela dei diritti delle persone detenute, invertendo la tendenza che oggi registra una riduzione del 42% dei fondi regionali, passati dai 950mila euro stanziati nel 2022 ai 550mila per il 2025.
Ma non è solo una questione di risorse economiche. Diverse le misure necessarie per garantire la continuità e la qualità dei percorsi di studio. Come segnala infatti l’ultima Relazione del Garante per i diritti delle persone detenute del Lazio relativa al 2023, la principale difficoltà è garantire continuità dei percorsi formativi, spesso condizionati dai trasferimenti dei detenuti; servono inoltre ambienti idonei, come aule studio e biblioteche e la presenza di tutor che possano seguire gli studenti. La Regione Lazio inoltre potrebbe prevedere apposite borse di studio, da concedere agli studenti, i cui criteri di assegnazione potrebbero essere legati ad esempio al superamento degli esami o al conseguimento dei titoli di studio, onde evitare quella distribuzione, a pioggia, che costituisce non solo uno sperpero di denaro pubblico, ma è soprattutto diseducativa. Tra i prossimi passi, incentivare la creazione di poli universitari nei luoghi di detenzione.
Perché se da un lato c’è la forma mentis dello “scarto” sociale, del rimosso, dall’altro c’è al lavoro, nonostante le difficoltà, un mondo ricco di professionalità, competenze e umanità, che mette cuore e testa nel costruire un orizzonte di speranza.











