di Gianni Alemanno e Fabio Falbo
Il Dubbio, 23 agosto 2025
Non è stato lo stesso Ferragosto per le persone detenute permessanti, cioè quelle che hanno maturato i requisiti per ottenere i permessi premio dai magistrati di Sorveglianza. Alcune di questi permessanti hanno ricevuto l’autorizzazione all’uscita dopo due mesi dalla richiesta e quindi senza il rispetto delle date che erano state indicate. Ad altri è andata peggio: sono rimaste nella loro ‘ bella cella’ del carcere sovraffollato di Rebibbia, senza ottenere nessuna risposta, con grave nocumento per sé stessi e per i propri familiari.
Noi ci ricordiamo ancora le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella inviate, in occasione del convegno per il cinquantesimo dell’Ordinamento penitenziario, con un messaggio alla giudice Monica Amirante, coordinatrice nazionale dei magistrati di Sorveglianza: “La dignità umana non conosce zone franche di esclusione. È questa la premessa che offre ai detenuti, attraverso percorsi lungimiranti, il recupero e l’accesso ai valori della socialità e della legalità”. Ci chiediamo se la stessa coordinatrice è a conoscenza di come alcuni magistrati di Sorveglianza operano, e della parsimonia per la quale vengono concessi i benefici penitenziari da parte del Tribunale di sorveglianza di Roma. È giusto far conoscere questo dato, visto che con meno popolazione detenuta e con meno magistrati di Sorveglianza, lo stesso Tribunale nel periodo di Ferragosto 2024 ha concesso il permesso premio a circa 60 persone del Carcere di Rebibbia N. C., mentre quest’anno sono uscite circa 10 persone detenute. Questi dati sono a conoscenza dei nostri Garanti dei diritti dei detenuti, che non dicono niente in merito, forse perché anche loro sono in ferie. Ebbene, nel Reparto G8 ci sono diverse persone detenute ‘permessanti’ che stanno subendo una regressione del trattamento penitenziario senza
A un giustificato motivo. Fino a qualche tempo fa ottenevano i permessi nei giorni effettivamente richiesti, con delle ore continuative di libertà e molto spesso venivano avvisati con largo anticipo, in modo da poter programmare al meglio i 45 giorni di intervallo tra un permesso e l’altro. Adesso molti di loro hanno perso queste possibilità. Sempre all’evento in questione il Capo dello Stato ricordava che la vita penitenziaria deve assicurare sempre “il pieno rispetto dei diritti dei detenuti. in particolare di quelli più vulnerabili, nell’adempimento dei principi della Costituzione, ispirandosi al senso di umanità che essa prescrive”.
Ci chiediamo che umanità può esserci se le persone che hanno diritto al permesso premio rimangono in carcere senza motivo? Vi avevamo accennato in un precedente articolo che nel 2024 nel Lazio sono stati concessi solo 1.138 permessi premio su 6.665 persone detenute (senza conteggiare le 749 persone al 41 bis o. p. in carico allo stesso Tribunale), con un rapporto di 0,17 permessi per persona detenuta, il più basso d’Italia. In Lombardia, nello stesso anno, sono stati invece concessi 14.840 permessi su 8.840 persone detenute, con un rapporto di 1,68, una percentuale enormemente più alta rispetto al Lazio.
Non sappiamo se anche la Coordinatrice nazionale Amirante, oltre ovviamente al ministro Nordio, hanno qualcosa da dire in merito, visto che vi è una palese violazione dell’art. 3 della Costituzione dato che il destino di una persona sembra dipendere dalla regione in cui è detenuta.
Ma vi è da dire un’altra cosa sul modus operandi usato dal Tribunale di sorveglianza di Roma, che obbliga la persona ‘permessante’ a rispettare un intervallo di 45 giorni tra il rientro da un permesso premio e una nuova concessione. Sappiamo che non vi è una norma che disciplina tutto ciò, visto che la Lombardia non impone nessun intervallo di 45 giorni, e questo deve far riflettere su come viene amministrata una concessione di permesso premio in Lombardia e nel Lazio. Inoltre nel Lazio è accaduto che, nei provvedimenti di concessione, il Magistrato indica il rientro nell’istituto di pena in anticipo rispetto ai giorni concessi e conteggiati.
Capita spesso che le ore libere non siano continuative e che l’uscita sia solo in presenza di un prossimo congiunto, così se questo congiunto lavora o è occupato, il ‘permessante’ non ha la possibilità di fruire delle ore libere. Se poi il permesso non viene concesso nei giorni richiesti, i disagi dei familiari si moltiplicano, poiché in molti casi hanno chiesto ferie al proprio datore di lavoro, o hanno programmato delle ospitalità in date stabilite.
Ancora, il Capo dello Stato auspicava che l’anniversario era l’occasione per compiere: “un bilancio e riflettere sul nostro sistema detentivo in un contesto particolarmente critico”. Non sappiamo se questa riflessione è stata fatta da chi vigila negli istituti di pena ed è consapevole del contesto particolarmente critico del sistema carcerario, che allo stato attuale è al collasso. Ci si dimentica che una palese regressione nel trattamento deve essere motivata da comportamenti negativi della persona detenuta, come la violazione delle prescrizioni, la commissione di nuovi reati o altri elementi che dimostrino un venir meno del percorso rieducativo. Non è ammissibile una retrocessione immotivata nel percorso trattamentale, perché ogni passo nel trattamento deve essere orientato verso il reinserimento sociale della persona detenuta.
Vogliamo ricordare che ogni magistrato di Sorveglianza è tenuto a motivare in tempi adeguati ogni provvedimento, specialmente se questo incide negativamente sui diritti della persona detenuta. Lo stesso provvedimento che può essere impugnato, anche denunciando l’omissione in atti d’ufficio. Ci si augura che anche gli educatori possano intervenire, facendo capire ai magistrati che una risposta in ritardo, o in alcuni casi mancata, è lesiva del percorso rieducativo e contraria al principio di progressività del trattamento sancito dall’Ordinamento Penitenziario. Chiudiamo citando ancora le parole del Capo dello Stato: “La pena si ispiri al senso di umanità prescritto dalla Costituzione”. Questo richiamo costituzionale non può non ispirare ogni scelta che incide sulla vita delle persone detenute.











