di Stefano Liburdi
Il Tempo, 16 febbraio 2023
Viaggio nei 14 istituti del Lazio dove c’è carenza di personale e si vive in pochi metri quadrati. A Regina Coeli il triste primato di detenuti che si sono tolti la vita lo scorso anno.
Di lui non conosciamo il nome, sappiamo che era nato in Libia, senza fissa dimora aveva trent’anni. Verso l’ora di pranzo del 18 gennaio scorso si è impiccato nella sua cella nel carcere di Regina Coeli. È il primo detenuto che si è tolto la vita nei penitenziari del Lazio nel 2023.
L’uomo era entrato in prigione da tre giorni e si trovava nella VII sezione in isolamento Covid. Dopo l’anno nero del 2022 che ha visto il record di suicidi nelle carceri italiane con 85 persone che hanno deciso di farla finita, anche il 2023 non sembra portare buone notizie su questo drammatico tema: già cinque le vittime in un mese e mezzo.
L’ultima è morta la sera del 10 febbraio dopo più di una settimana di agonia. Luis V., ventunenne peruviano, era entrato nel carcere milanese di San Vittore il 31 dicembre. Un mese dopo si è impiccato nel bagno della sua cella.
Secondo i dati di “Ristretti Orizzonti” nel Lazio durante i dodici mesi del 2022 ci sono stati sette suicidi più almeno due morti da accertare. Un detenuto italiano si è tolto la vita a Frosinone, uno straniero e una donna italiana a Rebibbia e quattro stranieri al Regina Coeli dove, riferisce il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, si sono verificati anche 259 atti di autolesionismo e 46 tentati suicidi. Nel carcere di via della Lungara dal 2012 al 31 gennaio 2023, si sono uccise 14 persone e in 204 hanno tentato di farlo. Analizzando i dati, appare evidente come in molti casi a suicidarsi sono stati cittadini stranieri: cinque su sette nel Lazio durante lo scorso anno, più il primo del nuovo anno. Le persone non italiane detenute nei 14 penitenziari del Lazio sono 2.205 (circa il 37% del totale). Tra loro il 32% in attesa di giudizio (per gli italiani il dato è 29%). Nella regione sono presenti detenuti di 95 nazioni differenti.
Quelli con maggior presenza sono i cittadini rumeni (19,7%), poi albanesi (8,7%) e i marocchini (8,2%). La triste tendenza che spesso ha accomunato i suicidi avvenuti nel 2022 è che questi si sono verificati durante i primi giorni di detenzione: a livello nazionale il 40% nei primi 90 giorni e il 60% nei primi sei mesi, il 20% nei primi dieci giorni. Anche questo scorcio del nuovo anno sembra confermare la pericolosità dei primi momenti trascorsi dietro le sbarre, che iniziano con l’isolamento previsto dalle disposizioni anti Covid.
Il trauma della carcerazione, mette a dura prova il sistema emotivo della persona che la subisce, soprattutto se si trova ad affrontare questa situazione per l prima volta. Spesso a finire in carcere è anche chi si è macchiato di reati minori oppure chi non ha ancora affrontato il processo e si trova ristretto per via della ormai abusata carcerazione preventiva.
Ci si chiede allora se in alcuni casi non sia meglio fare ricorso a delle misure alternative al carcere, peraltro previste dal legislatore. Sarebbe un modo per contrastare anche altri gravi problemi che attanagliano i penitenziari. A cominciare dal sovraffollamento che contribuisce a rendere insopportabile la vita nelle quattro mura da condividere con quattro, cinque e a volte anche sei persone. Non sembra un caso che nel Lazio, il carcere con il numero più alto di suicidi è il Regina Coeli che per struttura sarebbe più adatto a ospitare un museo che delle persone.
Secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aggiornati al 31 gennaio 2023, nell’edificio in pieno centro della Capitale, stanno scontando la loro pena 996 detenuti a fronte di una capienza che ne prevede 628. La struttura non ha aree verdi o cortili adeguati dove praticare dello sport e la convivenza tra persone con età, culture e abitudini diverse è difficoltosa in spazi così ristretti.
Anche a Rebibbia Nuovo Complesso il sovraffollamento è un problema: qui sono ospitati 1.473 detenuti, esattamente trecento in più dei 1.176 previsti. Sempre nel Lazio, la situazione più critica è alla casa circondariale di Latina con 110 persone recluse in una struttura che ne prevede 77. A Rieti ci sono 35 detenuti “in eccesso”, a Civitavecchia N.C. 129. L’uso di misure alternative al carcere, renderebbe più agevole il lavoro del personale che opera nelle carceri da sempre in carenza di organico.
Secondo i dati dell’associazione “Antigone” “Le piante organiche del Ministero della Giustizia prevedono 37.445 agenti di polizia penitenziaria, 908 funzionari giuridico-pedagogici”. E invece nei 190 istituti penitenziari italiani “gli agenti di polizia penitenziaria effettivamente impiegati sono 31.680 (-5.765 rispetto a quelli previsti), gli educatori 681 (-227). Il rapporto tra il numero totale dei detenuti e il numero totale degli agenti è di 1,7 detenuti per ogni agente di polizia penitenziaria.
Il rapporto rispetto al numero totale di funzionari giuridico-pedagogici effettivamente impiegati è di 80,5 detenuti per ogni educatore (a Velletri si arriva 201 detenuti per ogni educatore)”. Numeri troppo bassi per dare assistenza a chi ne ha bisogno. Realtà rispecchiata anche nella tutela della salute mentale e dalla carenza di copertura psichiatrica.










