di Francesco Damato
Il Dubbio, 9 maggio 2024
Il rischio che le vicende penali condizionino il legislatore si aggiunge all’egemonia dei magistrati nei ministeri. Come per le guerre all’estero e le loro connessioni, chiamiamole così, per esempio fra Ucraina e Gaza, così per le guerre interne, pur senza il sangue delle altre, rischiamo di perderne il conto. Stavo leggendo le cronache giudiziarie dalla Liguria, con l’arresto del governatore Giovanni Toti e tutto il resto - e riflettendo sui curiosi tempi di una, anzi più indagini avviate quattro anni fa, che hanno sorpreso anche un esperto come il ministro della Giustizia ed ex magistrato Carlo Nordio - quando sono stato raggiunto dalla notizia dell’incontro fra lo stesso Carlo Nordio e il presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati Giuseppe Santalucia sulla riforma della giustizia in cantiere fra Palazzo Chigi e via Arenula. Essa prevede di sicuro la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, la divisione del Consiglio superiore in due sezioni, un’Alta Corte per i procedimenti disciplinari riguardanti tutte le magistrature, che ora vi provvedono direttamente e da sole, forse anche un intervento sulla obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Costituzione.
Con una franchezza in ogni caso apprezzabile, da preferire a frasi e formule ambigue, il presidente del cosiddetto sindacato delle toghe ha dichiarato di avere annunciato al ministro una “opposizione culturale e costituzionale” della sua categoria. Una opposizione cioè politica - “non sindacale”, ha riconosciuto Santalucia - alla riforma in arrivo come proposta del governo. Un’opposizione politica condotta in una sede non politica, non essendo l’Associazione dei magistrati un partito, né rappresentato in Parlamento né extra- parlamentare. Tanto alla Camera quanto al Senato, l’Associazione dei magistrati si affida evidentemente al sostegno che la sua opposizione riuscirà a trovare, o meritarsi, nei e fra i gruppi parlamentari.
Se tutto questo sia regolare o opportuno francamente non so. È sicuramente ordinario, entrato cioè nelle abitudini consolidate, aggravate dalla circostanza che i magistrati hanno di avere, dietro l’apparenza della estraneità, sostanzialmente una doppia rappresentanza, indiretta e diretta. Indiretta con la pratica appunto dei collegamenti con i partiti e rispettivi gruppi parlamentari, diretta con il notissimo distaccamento di tante toghe presso uffici del governo, ministeri e quant’altro, dove si confezionano i disegni di legge, i decreti legge, i decreti delegati eccetera, e dove si stendono anche le modifiche che maturano nel percorso parlamentare dei provvedimenti.
Già messa così, la situazione appare, anzi è molto complessa, a dir poco. Ma essa diventa imbarazzante o inquietante, sempre a dir poco, quando l’annunciata “opposizione culturale e costituzionale” dell’Associazione dei magistrati a una riforma in gestazione, o a quelle già all’esame del Parlamento, si somma, s’intreccia, si contorce con una miriade di iniziative giudiziarie, più o meno clamorose che siano, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Puglia alla Liguria e domani chissà dove. Iniziative che, condotte a carico dei politici e, più in generale, di una politica sospettata e accusata di banale o criminale commercio di favori, più o meno inevitabilmente si sovrappongono anche alle campagne elettorali, che non mancano mai, in un Paese in cui c’è sempre qualche organo rappresentativo da rinnovare. Quali sono - mi e vi chiedo - i rapporti fra queste iniziative, prese singolarmente o nel loro complesso, e l’opposizione di natura - ripeto - culturale e costituzionale, cioè politica e non sindacale, non solo esercitata ma ora anche rivendicata dal presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati? Che peraltro è alla viglia di un congresso al quale è stata assicurata la rispettosa presenza della politica ai livelli anche massimi del presidente della Repubblica e del ministro della Giustizia.
La domanda che mi sono posto e vi ho girato come lettori nasce pure da un allarmato appello appena lanciato dal vice presidente della Camera Giorgio Mulè, di Forza Italia, ai politici di ogni colore a svolgere il loro mandato di parlamentari, e riformatori anche della Costituzione, senza lasciarsi intimidire dalle proteste di chi si sente colpito. Se non è una guerra anche questa, poco francamente le manca.










