di Irene Famà
La Stampa, 24 gennaio 2025
Il documento con cui i giudici chiedevano l’arresto: “È il direttore di quel lager. Ha partecipato personalmente alle violenze. Assassinati anche medici e religiosi”. Spietato. Sadico. Osama Almasry Njeem, “Mr Njeem”, il comandante libico arrestato a Torino su mandato internazionale e lasciato libero per un cavillo giudiziario, è un uomo crudele. Lo racconta il mandato di cattura della Corte dell’Aja. Che lo accusa di crimini di guerra e contro l’umanità. Di stupri, omicidi, torture, botte. È vero, si legge negli atti, Almasry “non ha un titolo ufficiale”. Ma nella prigione di Mitiga, ad ovest della Libia, “tutto avviene sotto il suo controllo e con il suo consenso”. Lì occupa “la posizione più alta”. È il direttore di quel lager. Dispone di vita e di morte.
Dodici sezioni, celle che si susseguono. Quelle dell’isolamento, quelle in cui i detenuti vengono ammassati. Oltre 5140 dal febbraio 2015 a marzo 2024. Ci sono, dicono, alcuni terroristi di Al Qaeda e altri jihadisti. E poi ci sono tanti altri. Arrestati dalla Rada, gruppo paramilitare a supporto del Governo di unità nazionale, di cui Almasri è tra i personaggi al vertice. Ci sono tanti altri imprigionati per motivi politici, religiosi. Per atteggiamenti considerati immorali, perché omosessuali o transgender. Perché non rispettano la legge islamica.
“Gli interrogatori sono brutali”, scrive la Corte penale internazionale. A Mitiga “non vengono rispettati i più basilari diritti umani”. Torture fisiche e mentali per “sottomettere, togliere la dignità”. I bambini vengono divisi dalle madri, alle donne “vengono negati anche gli assorbenti”. I prigionieri sono “stuprati, seviziati”. Si tortura con gli elettrodi, con finte esecuzioni. In “un’atmosfera di terrore e oppressione”. Si lasciano uomini appesi a testa in giù per ore. Ad altri viene tolto il respiro: la testa viene spinta nell’acqua, come a volerli annegare. Poi vengono ripresi. E poi di nuovo giù, quasi a soffocarli.
A Mitiga non ci sono regole. O meglio. È il generale Almasri a dettarle. “Mr Njeem era presente - si legge nel mandato d’arresto della Corte dell’Aja - quando le guardie picchiavano e uccidevano i detenuti”. E ha promesso di “punire quelli che i reclusi li hanno aiutati”. Magari con del cibo, magari consentendo una telefonata a casa, magari non infierendo su corpi esanimi. “Lui stesso ha picchiato, torturato, ammazzato, stuprato. Ha abusato, anche minori”. Per la Corte dell’Aja, il generale “sapeva cosa stava facendo”. Sapeva di violare non solo l’umana pietà, ma anche le leggi internazionali. Eppure “oltraggiava con crudeltà”. La sua “violenza - si legge - è inflitta di proposito”. Non solo. Tra le accuse c’è anche “la persecuzione, la riduzione in schiavitù”. E “l’emettere sentenze” di condanna senza un giusto processo.
Trentaquattro le persone ammazzate nella prigione di Mitiga, di cui la Corte racconta nel dettaglio. “Dodici morte per le torture subite, sedici lasciate senza cure mediche anche se malate. In due poi, sono stati chiusi in una cella al gelo, senza coperte né vestiti”. Il generale Almasri sa. Gli viene comunicata ogni cosa. E di numerose brutalità è proprio lui il protagonista. “L’arresto è necessario” per la Corte penale internazionale. Almasri deve finire in manette: solo così “finirà davanti a un giudice”, solo così “non potrà danneggiare le indagini”. Solo così “non potrà continuare a commettere crimini”.
Il 2 ottobre 2024, il procuratore generale della Cpi chiede un mandato d’arresto per Osama Almasri Njeem. “Per i crimini commessi in Libia dal febbraio 2015 all’ottobre 2024”. Il 18 gennaio 2025, la decisione di procedere viene presa a maggioranza. E Almasri viene intercettato dalla Digos di Torino mentre, con alcuni amici, sta tornando in hotel dopo essere stato allo stadio a vedere la sua squadra del cuore. In un borsello nero di marca ha tre passaporti intestati a suo nome, un portafoglio, carte di credito tra le più svariate, qualche moneta, un accendino, una penna. Al polso un Rolex fasullo. Almasri, destinatario “di un mandato d’arresto internazionale a fini estradizionali” a quanto risulta nella banca dati dell’Interpol, finisce in manette. I suoi amici, Ayoub Yousef Sghiar, Murad Shiboub Bramithah e Osama Mohamed Uta, vengono indagati per favoreggiamento. E raggiunti da un ordine di espulsione: devono lasciare l’Italia entro domani.
Il generale viene scarcerato tre giorni dopo, il 21 gennaio. Per un “errore di procedura”, sostiene la Corte d’appello di Roma. Il ministro della Giustizia non sarebbe stato avvertito in tempo. La Corte dell’Aja, in una nota, assicura: “L’Italia sapeva”. Esplode la bagarre politica, il rimpallo di responsabilità. Il generale Almasri, nel frattempo, viene rimpatriato. Lo scorso martedì, in tarda serata, torna in Libia, a Tripoli. E c’è una foto, diffusa sui social, che lo immortala mentre scende sorridente, accolto da braccia amiche e fuochi d’artificio, sotto le scalette dell’aereo che lo ha riportato a casa: un aereo che sul lato, ben in vista, la bandiera italiana.
Per la Corte dell’Aja, Almasri è un torturatore, da punire con la pena massima dell’ergastolo. Per chi era ad aspettarlo a Tripoli, il generale è una sorta di eroe nazionale. Per chi lavora nella prigione di Mitiga, Almasri è la legge. Per chi è detenuto, il generale è sinonimo di vita. O di morte.









