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di Carmelo Lopapa e Liana Milella

 

La Repubblica, 21 maggio 2020

 

Respinte al Senato le mozioni di Lega e +Europa contro il ministro della Giustizia. I vertici 5S fanno quadrato ma gli ex Paragone e Giarrusso lo attaccano. Il premier in aula, il pd Marcucci: ora discontinuità. Sulle carceri allusioni alla trattativa Stato-mafia.

Lascia Palazzo Madama col sorriso di chi l'ha scampata. Ancora una volta. "Mi manca il rapporto con gli studenti, coni giovani dell'Università", scherza coi cronisti il premier Giuseppe Conte. Ma è l'ironico bluff di chi non ha alcuna intenzione di mollare la presa e tornare a Firenze. In quei minuti, le votazioni che avrebbero portato da lì a poco alla bocciatura delle due mozioni di sfiducia contro il Guardasigilli Alfonso Bonafede - quella del centrodestra e quella che porta la prima firma di Emma Bonino - sono ancora in corso. L'esito però lo ha già scritto nel suo intervento Matteo Renzi.

"Voteremo contro, ma lei sia ministro della Giustizia e non del giustizialismo", è la conclusione. Al fianco di Bonafede, al banco del governo, c'è il premier e tutto lo stato maggiore del M5S, a conferma della della portata del rischio: Di Maio, D'Incà, Crimi, Fraccaro. Espressioni contratte, che si scioglieranno solo all'esito del voto. Quando il responsabile della Farnesina rompe ogni prescrizione sanitaria e stringe felice la mano di Bonafede. È fatta. Le due mozioni, nate in seguito al caso Di Matteo, alla rivolta delle carceri e alle scarcerazioni dei boss, sono respinte.

Quella del centrodestra incassa 160 no, 131 sì e un astenuto. Quella promossa da Emma Bonino e da una parte di Forza Italia (Renato Schifani in testa), bocciata con 158 no, 124 sì e 19 astenuti. Ma il risultato non spegne il vulcano attivo grillino, tornato anzi in ebollizione.

Chi è già con un piede fuori sputa veleno e minaccia di passare alla Lega portandosi dietro l'ala destra del Movimento. Mario Giarrusso vota per la sfiducia e si distingue per un "vaffa" urlato alla presidenza del Senato, stigmatizzato dalla Casellati, con lui che precisa: "Era rivolto a Faraone" capogruppo di Italia Viva. Gianluigi Paragone è durissimo col "ministro, che deve spiegare: ha tradito Di Matteo, era il nostro faro". Sono già fuori, i due. E a un passo dalla Lega, stando alle voci di Palazzo. Applauditi, in effetti, da quei banchi.

Il capogruppo dem Andrea Marcucci "grazia" il ministro ma invoca a nome del partito, adesso, "un cambio di passo" sulla giustizia. La sensazione è che sia ripreso il circo Barnum di sempre. Solo le mascherine dei senatori a dare una parvenza di connessione con la storia che scorre là fuori. Si torna a scontrarsi sulla giustizia come a inizio anno sulla prescrizione. Come nulla fosse successo. Le urla, i buuh. Pier Ferdinando Casini che interviene per dire quanto sia surreale discutere di due mozioni di sfiducia al ministro che siano l'una l'opposto dell'altra, la prima che lamenta i boss fuori dal carcere, l'altra i troppi carcerati.

C'è la voce tremante di Emma Bonino a far calare il silenzio: "Chiediamo le sue dimissioni perché non vogliamo un ministro del sospetto, la giustizia non può essere un mezzo di lotta politica o di moralizzazione civile". Scoppia soprattutto un caso tra i berlusconiani. Assenti al voto delle mozioni Lonardo, Perosino, Sciascia e Stabile. Presenti non votanti Quagliariello, Romani, Berrutti, Cangini. Un segnale.

"Perché siamo stanchi di ritrovarci appiattiti sulle posizioni della Lega, trascinati a destra dal duo Bernini-Gasparri: sulla mozione come sulla manifestazione del 2 giugno, alla quale la metà di noi non andrà", afferma un ex ministro forzista estraneo agli otto. Anche lì, le voci di nuovi esodi, dopo quello di Francesco Scoma approdato a Iv e di Antonio Germanà, si moltiplicano. Salvini si limita a sparare a pallettoni fuori dall'aula: "Vi ringraziano i 500 boss scarcerati e i 500 mila clandestini sanati".

Dentro, fa parlare Giulia Bongiorno: "Ministro, cosa intende fare dopo la dichiarazione del pentito Mutolo secondo il quale la scelta di non destinare Di Matteo al Dap è stata la ripercussione della trattativa Stato-mafia?" Il ministro, nell'arringa difensiva, taglia netto: "Non ci furono condizionamenti" perché l'idea era di farne il suo Falcone al ministero. Nomina sulla quale irrompe anche Renzi, mandando "espressioni di saluto e stima per Napolitano".

Dando così eco al tam tam che ricondurrebbe il veto a Di Matteo alle intercettazioni (poi distrutte) che, nel processo Stato-mafia, registrarono anche la voce dell'ex presidente della Repubblica. Allusioni, veleni, tutto è tornato come prima.