di Edoardo Albinati
Corriere della Sera, 12 aprile 2026
L’Alto Commissario Onu per i rifugiati, al termine del suo secondo mandato, traccia un bilancio delle tante emergenze che attraversano il mondo. “Le regole delle Nazioni Unite vanno riviste: perché il sistema tenga, servono maggiori rinunce a una parte di sovranità, il che non mi sembra oggi nelle corde dei singoli stati”. Dialogo con uno scrittore, cinque anni dopo il primo faccia a faccia. Filippo Grandi ha da poco terminato il suo secondo quinquennio come Alto commissario Onu per i rifugiati. Alla fine del suo primo mandato, nel gennaio del 2021, lo avevamo intervistato per il Corriere: sarebbe dovuto restare altri due anni e mezzo soltanto, ma le continue crisi hanno fatto sì che egli fosse in qualche modo obbligato a restare e a completare anche il secondo mandato con l’Unhcr.
Gennaio 2021-Dicembre 2025: forse un giorno nei libri di storia verrà ricordato come un periodo di eventi clamorosi, imprevedibili…
“Al termine dei primi cinque anni, avevo effettivamente pensato di rimanere ancora mezzo mandato. Ma c’era il Covid, e molte nostre attività avevamo dovuto rallentarle… E poi le crisi più grandi sono arrivate proprio durante il secondo mandato! Perché se tu sommi appunto il Covid, la guerra in Ucraina, la guerra in Etiopia, che era iniziata prima ma è stata seguita da tutta una serie di emergenze, quindi l’Afghanistan nel 2021”.
Col ritorno al potere dei talebani dopo vent’anni…
“E subito appresso l’Ucraina. Lì la guerra in realtà era cominciata nel 2014 ma la grande invasione con tutto quello che ne è seguito ha avuto inizio nel febbraio del ‘22, e l’anno dopo è scoppiata la guerra in Sudan, un’emergenza enorme di cui si parla troppo poco, quindi Gaza, e adesso abbiamo l’Iran, insomma quasi a scadenza annuale una grande crisi, tante altre meno gravi, più tutte le vecchie che non si sono risolte. Quindi per completare la decisione di Trump di tagliare tutti i fondi umanitari, il che ha avuto un impatto abbastanza catastrofico anche sulla mia organizzazione. Insomma, se si parte dal Covid e si arriva alle tasche vuote, passando per tutte queste crisi, sono stati cinque anni drammatici”.
E dove lo mettiamo il Venezuela?
“In realtà l’esodo dal Venezuela era cominciato prima, con numeri impressionanti, otto milioni di persone, e lo stesso si può dire del Congo, o della fuga dei Rohingya in Bangladesh… Ma vorrei ricordare anche un evento positivo, cioè il rientro degli ivoriani in Costa d’Avorio, nel 2021. Su 300 o 350mila ivoriani, sono tornati quasi tutti”.
Non si considera infatti che il problema non sono solo quelli che lasciano un paese ma anche chi vi fa ritorno e lo trova distrutto. È quel che accade oggi in Siria. Perché, quando uno ritorna, cos’è che trova?
“Molto spesso le persone tornano in paesi ancora fragilissimi, l’investimento consiste nel farli reintegrare nella loro società. In Siria il regime è imploso all’improvviso, quando io ho lasciato l’incarico due mesi fa già più di un milione di persone era tornata dall’estero, più tutti gli sfollati all’interno del paese, quindi circa tre milioni di persone che tornavano a casa, per modo di dire, dato che trovavano quasi solo macerie. Il regime di Assad era crollato l’8 dicembre del 2024, io sono andato poche settimane dopo, ad Aleppo, e ho incontrato un gruppo di donne siriane tornate perlopiù dalla Turchia, una trentina. Tu chiedi: “Di cos’è che avete più bisogno?”, loro si sono consultate e una portavoce ha detto “L’elettricità”. E perché, questo? Una ha detto che il figlio deve studiare e senza elettricità a casa non può fare i compiti, un’altra in Turchia gestiva una bancarella di roba da mangiare, al mercato, “sono bravissima,” ha detto con orgoglio, “ma senza elettricità come posso cuocere il cibo?”, mentre un’altra raccontava di essersi abituata in Turchia a uscire di casa senza paura, “e come faccio se qui ora non c’è la luce per strada?”. Sono cose abbastanza ovvie ma questo è il nostro lavoro, provare a soddisfare in modo efficace bisogni primari. Quindi abbiamo contribuito a promuovere la ricostruzione della rete elettrica con i fondi forniti dai paesi del Golfo e da altri donatori tra cui l’Italia. Il mio principale argomento dopo la caduta di Assad era però che l’Europa in particolare e anche i paesi Arabi erano troppo lenti, insomma, avete una circostanza eccezionale, un paese che è stato nemico, che ha prodotto milioni di rifugiati, e di colpo la situazione si rigira, sbrigatevi, se non si fa in fretta a restaurare condizioni minime di vita, il caos ricomincerà daccapo”.
In effetti il grosso delle persone costrette a lasciare le loro case non fugge all’estero ma rimane nel suo paese: sono i cosidetti IDP’s, nel gergo umanitario, Internal Displaced People, gli sfollati…
“Adesso in Ucraina è così: all’inizio quasi tutti sono scappati all’estero perché pensavano che i russi avrebbero occupato il paese, e invece poi i russi sono stati arginati, ma quelli che restano soprattutto nelle zone vicino al fronte continuano ad avere le case distrutte, l’energia tolta, eccetera. Gli sfollati in Ucraina sono tantissimi”.
L’esempio forse più clamoroso, perché lì non potevano proprio andare altrove, è a Gaza...
“Lì direi che è un caso ancora più drammatico, perché a Gaza non c’era alternativa, se non sfollarsi all’interno della striscia. E poi era un dilemma irresolubile. Perché se fossero andati in Egitto si sarebbe realizzato il piano di quelli che volevano svuotare la striscia, capito? Gli egiziani hanno tenuto chiusa la frontiera, anche per non diventare complici di una pulizia etnica. Sono stati tirati fuori da Gaza malati, feriti, bambini, studenti. Ma è stata, anche da questo punto di vista, una situazione piena di dilemmi insostenibili”.
Secondo te, perché alcune crisi, come quella di Gaza, o prima l’Ucraina, hanno monopolizzato l’opinione pubblica, mentre altre vengono totalmente ignorate?
“Perché l’Ucraina è Europa”.
Insomma la comunicazione si fa qui e questo implica già una diseguaglianza...
“Eppoi era una potenza mondiale che aveva invaso un’altra nazione. E qualsiasi cosa vogliamo pensare del conflitto Israele-Gaza, è al centro della coscienza del mondo quel conflitto. Non so se questo derivi dalla natura stessa della regione, la Terra Santa. Storicamente è piantata nel centro della nostra coscienza. Inoltre, la quantità di attenzione dell’opinione pubblica è limitata, quindi se un tot viene dedicato all’Ucraina o a Gaza ne resta poca per il Sudan, cioè una guerra lontana, e molto complicata”.
Sì, per esempio, se provi a capire cosa sta succedendo in Yemen, le forze in campo sono talmente tante che uno non si raccapezza.
“In Sudan è una guerra pazzesca, fa più danno quella in Sudan che tutte le altre messe insieme, eppure è stata per noi una battaglia cercare di attirare l’attenzione su quel paese. Insomma, tutte le guerre sono terribili, sono tutte uguali da quel punto di vista, però... Se l’Ucraina fosse stata invasa poniamo dalla Romania sarebbe altrettanto grave, però il fatto che la Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, abbia creato questo precedente rimette in discussione la validità dell’intero sistema di controllo dei conflitti che è stato creato nel Dopoguerra con i vincitori della Seconda guerra mondiale. Capisci cosa voglio dire? Lo stesso principio vale per Israele e Hamas, no? Hamas ha commesso dei crimini abominevoli, però, se Hamas è un movimento, diciamo, terrorista, quell’altra è un’entità statuale democratica. Questo è anche il senso delle pressioni che si fanno su Israele”.
Le Nazioni Unite sembrano in piena crisi di credibilità...
“È un sistema creato nel 1945, basato su regole che ovviamente non funzionano più, è chiaro che bisogna rivederle. Però io non butterei via l’ONU col suo funzionamento, rivedrei piuttosto il funzionamento, per esempio allargando il Consiglio di Sicurezza, eliminando il diritto di veto, e così via. Ma per far sì che questo sistema serva a garantire stabilità e a trovare un punto di dialogo, ci vogliono maggiori rinunce a una parte di sovranità, il che non mi sembra oggi sia nelle corde dei singoli stati”.
Già. È il problema anche dell’Europa…
“Ma se non si fa questo ragionamento, per così dire, anti-sovranista, è difficile salvare il concetto stesso di Nazioni Unite. Poi, intendiamoci, le Nazioni Unite hanno tanti pezzi che ancora funzionano, e l’UNHCR è uno di quelli, le agenzie che fanno lavoro pratico lo fanno ancora. È chiaro che però se il sistema poco a poco viene soffocato, anche le agenzie alla fine saranno travolte, quindi è importante pensarci anche perché cosa abbiamo come alternativa? Il rischio è di tornare al 1939”.
A proposito della guerra all’Ucraina, dimmi onestamente, era qualcosa che tu prevedevi potesse accadere? Come profeta io sono senz’altro scarso, ma ero uno di quelli che diceva: figurati se può esserci un’invasione in Europa, è impossibile! E invece poi è accaduto. Che livello di preparazione avevate?
“Fino al 24 febbraio 2022, credo che la maggioranza delle persone la pensasse come te, un’invasione sembrava impensabile. Ma nelle ultime settimane l’intelligence degli stati occidentali, soprattutto americani e inglesi, avvertivano che le tensioni stavano aumentando. Abbiamo avuto un po’ di difficoltà a convincere gli stati a prepararsi. Succede spesso, gli stati sono riluttanti, perché non vogliono dare per scontato e in un certo senso facilitare quello che poi sarà il fatto compiuto. Ricordo, forse una decina di giorni prima dell’invasione, di aver chiesto ai miei colleghi che si occupavano di Ucraina: quali sono gli scenari possibili? E loro hanno proiettato le carte sulla parete. Tutte le possibilità, fino a quella peggiore”.
Worst-case scenario…
“Esatto. Hanno mostrato come ultima l’ipotesi di un’onda enorme di rifugiati che si rovesciava in Europa e abbiamo deciso di prepararci anche a una tale eventualità, ed è proprio quello che è successo. Anzi è stato persino peggio dell’ipotesi peggiore. Tutto nel giro di quattro o cinque giorni, mai visto un esodo come quello, in Polonia, in Moldavia, le colonne infinite di macchine, di persone, di animali… Sul serio un esodo biblico”.
Prendi con le molle la considerazione che mi appresto a fare, ma ce ne sono ormai troppi indizi: e cioè che a mio avviso quasi tutti gli eventi politico-militari degli ultimi anni soffrono di una totale assenza di logica e di strategia. Fino a farmi addirittura immaginare che in chi comincia una guerra più che un impulso, diciamo così, omicida, prevalga piuttosto un impulso suicida, masochistico. Porto l’esempio di Hamas col 7 ottobre, ma anche di Israele con la sua campagna di rappresaglia, che gli ha alienato mezzo mondo, senza raggiungere davvero il suo obiettivo. O penso ai russi, al sacrificio umano mostruoso, e per ottenere cosa? E la guerra con l’Iran, aspettiamo di vedere come va, ma potrebbe trattarsi di un altro di questi casi. Sembra che queste gravi decisioni vengano prese con un lancio di dadi…
“Io direi due cose. Una che stiamo superando la riluttanza a fare la guerra. Noi siamo cresciuti in un mondo che era abbastanza prudente, soprattutto dalle nostre parti, c’era la guerra fredda, quindi era molto angoscioso immaginarsene una calda, il che serviva a tenere a bada gli istinti bellicosi. Adesso è come se fosse scattata una molla dentro liberando quegli istinti, e si può dire senza problemi dai, andiamo in guerra! E poi quello che è ancora più grave, non posso essere più d’accordo con te, è la mancanza di strategia. Clausewitz diceva che la guerra è l’estensione della politica con altri mezzi”.
Ma qui dove sarebbe la politica? Forse è proprio la politica che è venuta a mancare.
“Appunto. Quasi rovesciando lo schema classico, la politica finisce per diventare un’appendice della guerra, una continuazione della guerra con altri mezzi. Il che contribuisce ad aumentare il senso d’angoscia”.
Però la mia domanda riguardava piuttosto il tuo lavoro. Per poter approntare contromisure alle emergenze, bisognerebbe ragionare secondo una logica e invece... Quando fai delle proiezioni saranno probabilmente sbagliate poiché la logica razionale che tu hai adoperato non sarà affatto quella che determina gli eventi...
“Forse hai ragione. Ma il lavoro che ho fatto io è raccattare i pezzi delle decisioni altrui. Questo è appunto il lavoro umanitario. Sono altri a prendere decisioni politiche, militari, eccetera, e nell’eventualità che ci sia un costo umano, gli umanitari devono affrontarlo comunque. Non sarà molto poetico dirlo, ma bisogna capire che anche in questo sta l’expertise tecnica degli umanitari, e io gliel’ho spiegato agli americani, nei pochi contatti che ho avuto l’anno scorso”.
Per “americani” intendi…?
“L’amministrazione Trump. Io all’amministrazione rimprovero appunto questo, di aver smantellato la loro macchina degli aiuti. Continuano a dire di volere la pace. Ma non è sufficiente un atto di imperio politico: se convochi a Washington i capi di due paesi in guerra, ad esempio l’Armenia e l’Azerbaijan, e fai pressioni perché firmino, loro certo firmano, ma dopo? La pace è un’operazione di enorme competenza tecnica, e diplomatica, come farla, come arrivarci, ma una volta che l’hai ottenuta devi ancora costruirla, il che comporta pazienti negoziati, aiuti, investimenti. Mettiamo che cada il regime degli ayatollah in Iran, e che sarà sul serio Trump a scegliere la nuova guida del paese… Be’, non basta mica, soprattutto in un paese con cento milioni di abitanti, non è come comprare un pezzo di terra per costruirci un grattacielo! E la pace, dato che oggi si parla così tanto di pace, la pace è anche questo. Gli studenti mi chiedono sempre: ma tu sei d’accordo che noi andiamo in piazza? E io gli rispondo: d’accordissimo, fatelo! Però sappiate che non è sufficiente, una volta che la si è proclamata, magari anche ottenuta, quella pace va costruita. Io l’ho vissuto in Afghanistan, e in tanti altri posti, ed è lì che siamo deboli. Se non costruisci bene la pace ricomincerà la guerra, proprio come in Afghanistan”.
Qualche anno fa feci una ricerca nei dizionari e nei manuali di politica e di storia, su quale fosse la definizione di pace. Be’, ho scoperto che non esiste, la pace è solo quando non c’è la guerra, è l’intervallo tra una guerra e l’altra, si riesce a descriverla solo in negativo. E allora ti chiedo, come mai questa rinuncia radicale, non solo per una questione strettamente economica, al cosiddetto soft power? Un tempo gli americani ci puntavano parecchio, tenevano a presentarsi al mondo come un modello positivo, basato su valori, su ideali, eccetera. Forse era un’immagine ipocrita, di facciata, ma come mai è stata completamente abbandonata?
“All’America quel ruolo costruttivo non interessa più, interessa la pace nel senso dell’assenza di guerra, perché è prestigioso, perché questo è il messaggio che Trump vuole far passare, io sono un uomo di pace! Datemi il Nobel! Ma un vero uomo di pace va al di là della firma del trattato. Trovo molto interessante quello che ha detto a Davos il primo ministro canadese”.
Carney? Be’, stavo per impararmelo a memoria…!
“Bisogna un po’ scavare in quel discorso, lui ha messo il dito sulla questione, ha fatto una riflessione su tutti noi, su tutto l’Occidente direi. Era un sistema di valori, democrazia, libertà, prosperità, tutto quello che sappiamo. Ma era molto imperfetto, tant’è vero che oggi ci sono pochi che si ergono a difenderlo, no? Anzi, sembrano andare tutti nella direzione opposta. Dunque, perché quel sistema non ha prevalso alla fine? Perché malgrado le sue pretese universali era molto parziale. Non vorrei sembrare negativo, visto le cose buone che ha comunque prodotto, ma in un certo senso quel sistema era la continuazione del colonialismo in altre forme. Quindi, dice Carney, quell’ordine dobbiamo rivederlo da capo a fondo. Abbiamo bisogno, aggiungo io, ad esempio, che i paesi africani abbiano più voce in capitolo nelle decisioni che si prendono. E da qui torniamo al problema del Consiglio di Sicurezza ONU, che va ampliato, al diritto di veto, che va abolito, per rendere insomma quell’organismo più collegiale che nel 1945. Ecco perché il discorso di Carney è importante, non solo per ribadire i soliti valori. Che ordine mondiale vogliamo? ha chiesto Carney”.
Un ordine più equo?
“Sì, più equo. Mi rendo conto che è come predicare nel deserto, perché stiamo andando nella direzione opposta adesso. La diplomazia delle cannoniere, siamo tornati al 1910 o quasi”.
Sarà anche vero, come dici tu, che oggi è venuto meno il freno inibitore contro la guerra, e che governa solo la legge del più forte… Ma perché, mi chiedo, prima chi è che governava? La legge del più forte ha sempre regolato i rapporti tra gli stati. Non mi sembra dunque una scoperta degli ultimi anni…
“Credo che poche categorie professionali al mondo possano essere d’accordo con te più degli umanitari, che le conseguenze della ferocia e della violenza le incontrano ogni giorno. Ma proprio perché l’uomo aggredisce, si sono stabiliti dei sistemi per cercare, non dico di cancellarla, ma almeno contenerla, questa aggressività. Era lo sforzo fatto negli anni Quaranta e Cinquanta, no?”.
Scusa, Filippo, ricordo una volta, proprio in Afghanistan, eravamo in cinque in macchina, sai queste lunghe missioni intorno a Kabul, e viene fuori la domanda se l’uomo sia buono o cattivo: be’, io ero l’unico ad avere dei dubbi, gli altri tutti a dire che no, era buono. Intanto passavamo tra le macerie e le distruzioni di trent’anni di guerra, e io dicevo, scusate, ma allora, chi li ha combinati questi disastri? Dove sarebbe tutta questa bontà?
“Io proprio non so se l’uomo sia buono o cattivo, forse è entrambe le cose. Diciamo che la cattiveria ha un impatto più vistoso che la bontà. In realtà siamo usciti dalla guerra fredda negli anni ‘90 senza essere preparati a quello che sarebbe venuto dopo. E cioè un mondo multipolare. Anche lì perché non era prevedibile che venisse giù tutto così rapidamente”.
Forse si ricorre alla guerra proprio perché la politica si è degradata a un livello primario. Ci sono governi che sembrano davvero formati da dilettanti allo sbaraglio...
“Sì, forse sarebbe necessario spiegare e conoscere meglio la complessità, soprattutto in un’epoca di comunicazione basica come la nostra. E non solo per contrastare il populismo. Ma non è sufficiente credere che noi siamo i buoni fra gli uomini cattivi, sono i buoni che devono capire la cattiveria e gestirla. Sai quante volte mi si rimprovera per esempio, “ma tu che predichi tutte queste belle cose, ti abbiamo visto cinque anni fa stringere la mano a Assad!”. E beh, che dovevo fare? Bisognava aiutare i siriani, quindi, o stringevo la mano a Assad o i siriani non potevamo aiutarli sul posto! È questa è la realpolitik degli umanitari, questo è il metodo, questa è la fatica di fare le cose buone, non so se mi spiego. Più che mai penso che sia importante dirlo, non solo a chi, come i populisti, semplifica tutto, tanto loro non ascoltano, ma per chi invece vuole fare la cosa giusta e semplifica anche in quel senso”.
Quali sono stati i momenti in cui hai visto plasticamente raffigurato il tuo lavoro, il senso del tuo lavoro? In senso positivo, intendo.
“Hai presente quando Trump ha dichiarato di aver terminato otto guerre? Be’ una era quella fra il Congo e il Rwanda. C’erano al tavolo il governo congolese, il governo ruandese e poi i ribelli appoggiati dal Rwanda, sono stati prodotti due documenti, un piano di pace fra Rwanda e Congo e uno fra Congo e i ribelli, e in entrambi hanno inserito l’UNHCR come agente di costruzione della pace, e sai perché? Perché in quella regione la questione dei rifugiati e degli sfollati è essenziale per la stabilità, dato che tutte le parti in causa usano le popolazioni per creare squilibri etnici, quasi come arma, insomma. Per cui sono partito per Kinshasa e per Goma. Chiaro che quando arrivi lì, capisci che quel bagaglio di decenni di guerra è difficile disfarlo non avendo più le risorse e le strutture necessarie, per cui avrebbe fatto molto comodo il contributo di USAID…”.
Cioè l’agenzia di aiuti umanitari che lo stesso Trump ha praticamente chiuso!
“Appunto. E siamo daccapo. Ma voglio portarti un altro esempio in positivo. A capo del governo colombiano precedente a questo c’era Ivan Duque. Era un governo di destra, molto conservatore. Duque ha avuto una grande intuizione, secondo me. C’era questo enorme flusso di rifugiati dal Venezuela, qualcosa come due milioni o due milioni e mezzo di persone. Be’, lui è andato davanti alla sua opinione pubblica e invece di dire quello che tutti si aspettavano, e cioè che se ne restino a casa loro, chiudiamo la frontiera! ha detto, no, un momento, ragioniamo. Facciamo una legge per cui gli concediamo una protezione temporanea per dieci anni. Grazie alla quale hanno accesso libero a istruzione, sanità e lavoro, cioè le tre cose principali. Ha ragionato su basi pragmatiche, cari colombiani, adesso vi sembra che sia un fardello in più per noi, invece questo contribuirà all’economia, alla stabilità della nostra società. C’è riuscito pienamente? Non lo so, però certo è stato un passo molto importante”.
Altri leader che sono stati motivo di ispirazione per te?
“Uno per tutti, Mohamed Yunus, il premio Nobel, l’inventore del microcredito. Quando nell’estate del ‘24 in Bangladesh hanno cacciato la prima ministra, Sheikh Hasina, dopo che aveva represso nel sangue il movimento studentesco, è stato messo al suo posto Yunus, un signore di più di 80 anni, un economista, un filantropo... Un grande, Yunus, anche perché aveva ereditato la questione quasi ingestibile del milione di rifugiati Rohingya dal Myanmar. Il dilemma per lui era forte, vedere queste centinaia di migliaia di giovani rifugiati, isolati nei campi, privi di opportunità, e pericolosamente esposti all’influenza di quelli che li vogliono strumentalizzare ideologicamente, col terrorismo, la radicalizzazione eccetera. Quindi dobbiamo trovare delle soluzioni, diceva Yunus. Abbiamo sperimentato con lui tante formule. Ecco, sì, Mohamed Yunus, un uomo puro al potere, a 85 anni in un paese certo non semplice, 200 milioni di abitanti e tensioni politiche pazzesche, che cerca di rimanere fedele ai propri ideali dovendo poi accettare i compromessi che si fanno quando si è al potere. Il suo è davvero un bell’esempio”.
Dunque, ve ne sono, di casi positivi…
“Nel dicembre scorso, poco prima di concludere il mio mandato, ho deciso di andare in Sudan, dove, trentenne, avevo cominciato a lavorare per le Nazioni Unite. Volevo aprire e chiudere nello stesso posto. Ed è stato un viaggio drammatico, le città devastate dalla guerra, donne e bambine stuprate e uccise, ragazzi sottratti alle famiglie per essere arruolati di forza… Un catalogo di orrori. In un articolo di giornale che commentava quella visita mi hanno definito, con ironia, “l’ultimo umanitario”. Un messaggio chiaro: senza soldi, senza potere, senza reale influenza, il nostro era un lavoro senza futuro… Basta, gettate la spugna, non resta che la brutalità della guerra. E senz’altro, se ci guardiamo intorno, la violenza, la glorificazione del sopruso, il diritto internazionale tenuto in spregio ovunque, da Mosca a Washington… Quella domanda me la pongo anch’io: ha ancora senso fare quello che ho fatto tutta la vita? Ma sono proprio le persone per cui ho lavorato per più di quarant’anni che mi suggeriscono la risposta: i rifugiati, che devono far fronte alla scelta di restare (e rischiare la vita) o fuggire (e rischiarla, in altro modo, lasciandosi dietro tutto quello che gli è caro). Pensando a chi ha avuto il coraggio, spesso eroico, di prendere quella decisione, come posso io, che non sono mai stato costretto a fare la stessa scelta, gettare la spugna?”.










