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di Beppe Battaglia


Ristretti Orizzonti, 25 novembre 2020

 

Due delle tante ambiguità che accompagnano il carcere: il 41bis e il... contagio criminale. Sul 41bis si è detto e si dice di tutto e di più. La cordata dei forcaioli di mestiere è sempre lì che si strappa le vesti giurando e spergiurando (il falso) che non si tratta di tortura e che, invece, esso serve ad interrompere la comunicazione tra il carcere e fuori dal carcere.

Naturalmente a pontificare su questa materia sono persone che il carcere non l'hanno mai visto, quindi immaginano e pontificano con teorie fantastiche, con spocchia intellettuale e pescando le ragioni dalla propria pancia. Presupposti lontani mille miglia dalla realtà concreta del carcere con le sue costanti e le sue variabili. A dimostrazione che non è assolutamente vero che il 41bis serve ad interrompere la comunicazione tra dentro e fuori, ci sarebbero una serie vasta di indicatori. Uno per tutti: ci sono persone sottoposte a tale regime che non hanno nulla da comunicare ma soprattutto non hanno a chi comunicare essendo la propria formazione mafiosa estinta nel tempo.

Ma c'è di più. Se questo esercito amante della forca avesse messo piede in un carcere qualche volta e/o avesse avuto consuetudine di qualche natura con le persone detenute, saprebbe che il boss che finisce in carcere - anche quando si chiama Provenzano o Riina - in realtà non comanda più un bel niente e che i suoi eventuali ordini dalla galera non trovano più alcun riscontro esecutivo all'esterno.

I rapporti tra dentro e fuori, prima ancora del 41bis, erano gestiti unicamente dall'esterno. Ossia, il boss in galera, per il solo fatto che la sua vita inizia e finisce nello spazio angusto di una cella, perde oltre al ruolo anche la competenza degli interessi della compagine territoriale della aggregazione di appartenenza. In breve, il boss in galera diventa un pericolo per tutta l'organizzazione perché non è più in grado di "leggere" nel suo dinamismo gli interessi della cosca. Naturalmente è sconveniente abbandonarlo al suo destino da galeotto.

Potrebbe cambiare sponda... Quindi gli viene data l'illusione che lui è sempre il boss attraverso i soldi garantiti a lui e alla sua famiglia, agli avvocati e ai "cavalli" per le comunicazioni riservate. I "cavalli" sono alcuni dipendenti penitenziari (è prediletto il poliziotto penitenziario che può spingersi senza controlli fino alla cella del boss) corrotti. Un'operazione controllata esclusivamente dall'esterno in modo tale che il boss incarcerato non possa prendere iniziative di comunicazione verso l'esterno se non quando e nella misura richiesta dall'esterno.

Il "cavallo", trasmettendo la comunicazione (in genere un pizzino scritto) ha anche l'incarico di portare fuori l'eventuale risposta al pizzino, oppure assolve solo il compito della consegna. Il "cavallo" inoltre non è sempre lo stesso e non è abilitato a mettersi agli ordini del recluso.

Naturalmente, poiché il boss non è un cretino, dall'esterno non solo gli assicurano assistenza economica e legale a lui e alla sua famiglia. I suoi ex gregari devono anche dargli l'illusione che ancora lui è il boss, che ancora comanda e dunque lo tengono in qualche modo "informato" su questioni scontate e che comunque non suscitino più l'interesse del carcerato. Il resto, per avvalorare la bugia del boss che comanda dalla galera, lo fanno i media che accreditano e certificano la bugia fino a farla diventare verità!

A chi obietta che il boss può utilizzare i familiari per comunicare ai soci esterni che lui sa come raggiungere... in questo caso si dimentica che i familiari sono un vettore pericolosissimo per due motivi. Il primo è che essendo familiari a contatto con il proprio congiunto in galera sono anche bersaglio prediletto dei controlli di polizia; il secondo motivo di inaffidabilità è dato dal fatto che trattandosi di persone con un grosso coinvolgimento emotivo (gli affetti non sempre consentono alla ragione di prevalere) non danno garanzia di sicurezza.

Era questa la ragione che induceva le formazioni partigiane, durante la guerra di liberazione, a mettere in quarantena il compagno partigiano che usciva dal carcere. Come dire, quando tutto il mondo si riduce ad una angusta cella, c'è poca speranza che la persona colpita possa allargare le sue latitudini razionali.

Ovviamente è vero che la motivazione formale (e legale) del 41bis è proprio quella di impedire la comunicazione tra dentro e fuori. E l'ambiguità riposa proprio qui. Se così fosse che senso avrebbero tutte le deprivazioni apparentemente assurde che caratterizzano la vita (si fa per dire) della persona reclusa al 41bis?

E, d'altra parte, non è più un mistero, neanche per i più scettici, che tali deprivazioni e mortificazioni - proprie della tortura - hanno lo scopo di indurre alla delazione, al pentimento, alla collaborazione (chiamatela come volete), pur di sopravvivere!

Questo meccanismo bene lo spiegano i più arrabbiati sostenitori della valenza del 41bis, uno per tutti quel Caselli Giancarlo, magistrato in pensione, che non si vergogna più di sostenere (non che si sia mai vergognato, ma fino a poco tempo fa si mascherava ancora...) che il boss catturato ha di fronte a sé solo due possibilità: la collaborazione o la morte. Eppure la nostra Carta Costituzionale non dice questo. Anzi, dice l'esatto contrario (art. 27) e uno come il Caselli certo non può non saperlo!

Infine, su questo tema, vale la pena di sottolineare che al 41bis non ci sono solo i boss. E non ci sono solo i condannati, molti sono gregari di ultimo livello, altri ancora giudicabili (e dunque innocenti fino a prova del contrario)!

Insomma il 41bis è come la storia del... re nudo. I tromboni nazionali si strappano le vesti per sostenere che non è tortura e i media fanno il resto. Ricordiamo questa primavera in piena pandemia quando volevano accreditare un esercito di boss che aveva lasciato le galere! Quando serve sono tutti boss!

Di certo non basta questo coro di sciagurati per fare verità della menzogna! Il 41bis è uno strumento vergognoso di tortura e spesso la Corte Europea per i Diritti Umani ce lo ricorda...

L'altra ambiguità che accompagna il carcere riguarda la tesi secondo la quale il carcere è una "scuola di delinquenza". Il presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze, Marcello Bortolato con un co-autore, ha scritto un libro recentemente, dove prendendosi gioco dei luoghi comuni che affollano la prigione ne rafforza alcuni tra i quali, appunto, il "contagio criminale" (notare il nuovo conio, in tempi di Covid...). Naturalmente il nostro giudice si diffonde a spiegare come nella promiscuità del carcere il delinquente più incallito insegna a quello più sprovveduto, lasciando intendere che la delinquenza s'insegna in aula.

Ora, è certamente vero che il carcere è scuola di delinquenza, ma il nostro giudice, attribuisce i ruoli di docenza e discenza a ...lume di naso. In verità, gli studiosi di diritto penitenziario e pochi tra gli addetti ai lavori sanno benissimo che si tratta di un insulto al buonsenso, giacché il delinquere s'impara in campo aperto e non certamente in aula. Il meccanismo è semplice ma richiede un po' di applicazione. La persona detenuta, anche la più sprovveduta, entrando in carcere scopre quasi immediatamente che tutto il personale gestore non rispetta le regole dell'Ordinamento Penitenziario. Ossia, commette dei reati (e molti) quotidianamente. Ma, la persona detenuta, scopre altresì che alla commissione di tali reati non corrisponde alcuna sanzione di tipo penale e neppure amministrativa. E dunque il nostro malcapitato s'interroga su come mai il suo reato è stato perseguito e quelli che ha sotto gli occhi tutti i giorni passano senza conseguenze. Naturalmente trova anche e rapidamente la risposta: gli autori dei reati che ha sotto gli occhi (e spesso sulla propria pelle) tutti i giorni, mettono in campo un arsenale di violenza enorme e questo determina entro certi limiti un'immunità diffusa.

Ma tant'è, il nostro si chiede: dov'è che ho sbagliato per trovarmi in cella? Questi mi insegnano che ad usare la violenza si può farla franca... E in breve giunge anche alla conclusione: non sono in cella perché ho fatto un reato, bensì perché ...nel farlo ho messo in campo una quantità di violenza insufficiente! E dunque si ripromette di scodellare, all'uscita dal carcere, un volume di fuoco maggiore di quello che aveva impiegato per commettere il reato che lo ha portato in cella. Eccola la scuola di violenza, il carcere criminogeno, il "contagio criminale", signor giudice.

Il piccolo particolare riposa nel fatto che su quella cattedra siede lo Stato e non il delinquente più incallito! Signor giudice, quando scriverà un altro libro si ricordi di fare mente locale al fatto che una società divisa in classi è in sé un crimine giacché piccoli gruppi predatori sfruttano, spogliano, escludono, non certo pacificamente, il grosso del corpo sociale! Ma, addirittura i nostri predatori si dotano a loro discernimento anche delle leggi, dei sistemi punitivi e del personale adeguato.

Il "contagio criminale", in questi giorni, lo vediamo chiaramente in tutte le articolazioni dello Stato, dal ministro, giù fino al più insignificante subalterno della prigione, dove sta maturando una strage senza che qualcuno muova un dito per impedirla! Il "contagio criminale" è il gemello del "contagio da coronavirus" in prigione, entrambi uccidono chi non può neanche difendersi! Prima di scrivere un altro libro, però, signor giudice, ascolti le parole di Piero Calamandrei: "Bisogna avere visto"!!!