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di Sergio Labate*

Il Domani, 26 agosto 2025

La società civile è sempre più investita dalla responsabilità di opporsi alla distruzione sistematica del presente. Ma è anche evidente che non possiamo affidarci solo alla politica alta per modificare ciò che ci indigna. L’importante iniziativa di Freedom Flottilla, ricordata da Giulio Cavalli su questo giornale, m’induce a condividere alcune considerazioni più ampie sul tempo presente. Che è quel che è, tempestoso e sciagurato. Dal quale però dobbiamo assolutamente trarre delle direzioni da prendere per trasformare la politica da esperienza catecontica a esperienza utopica. Parole difficili che vogliono dire una cosa semplice: uno dei rischi più grandi di questo tempo è che pensiamo alla politica solo in termini negativi, come se tutta la sua efficacia si potesse misurare nella capacità di rallentare la distruzione.

Quest’angoscia generalizzata ci induce così a non credere alla politica come ciò che può trasformare il presente e non solo rallentarne la deriva. Per usare una metafora non proprio accademica: ci stiamo abituando a pensare alla politica come, nel migliore dei casi, il freno della storia, avremmo invece bisogno di ricominciare a pensarla come il suo acceleratore. Perché l’iniziativa di provare a sabotare il blocco di Gaza dal mare mi pare una provocazione utopica? Innanzitutto perché si evoca un diritto del mare da contrapporre all’ordine giuridico della terra. In fondo ancora adesso, quando ci riferiamo alla politica internazionale, la definiamo “geopolitica”. Del resto è proprio Schmitt a scrivere che “la storia del diritto internazionale fino ad oggi conosciuta, è una storia di occupazioni di terra”.

Logica novecentesca - Tutto ciò che sta accadendo sembra tornare a questa logica novecentesca: non solo la guerra di Putin è per l’occupazione di terre, ma anche quella di Netanyahu si manifesta sempre di più come una guerra coloniale mascherata da guerra difensiva. In Occidente nessuno si scandalizza più per l’uso di termini che evocano direttamente un grande passato di cui vergognarsi: i coloni israeliani si chiamano così perché impegnati esplicitamente in un esercizio di colonizzazione. Ci siamo improvvisamente dimenticati dell’abominio delle conquiste occidentali di territori già abitati. Con che coerenza facciamo studiare criticamente la conquista dell’America e poi assecondiamo la nuova logica coloniale? (La risposta in effetti la suggerisce Trump con le università americane ma anche Valditara con la sua retorica tronfia di un Occidente senza coscienza di sé: basta modificare i programmi e trasformare la storia in propaganda).

Tutto questo è segno di una delle contese culturali più importanti di questo tempo disgraziato: decidere chi rappresenta l’Occidente. Chi ne incarna orgogliosamente e senza più pudore le peggiori azioni della storia, a partire dal colonialismo, oppure chi l’identifica nella critica alle proprie azioni e nel rifiuto di quella storia di violenza? L’idea di giungere dal mare è dunque un modo per contestare questo ritorno alle occupazioni di terra su larga scala. Ma anche per sottrarre la protesta politica alla vanità del “nomos dell’aria”. A volte ho come la sensazione che la società civile si accontenti di affidare “all’etere” la responsabilità di prendere posizione: ci riteniamo soddisfatti se le nostre prese di posizione sono virali sui social.

Concreti quando? Ecco un’altra questione importante: in tempi in cui “l’aria” è diventato lo spazio privilegiato dell’opposizione politica, che cos’è davvero concreto? In fondo il mare “confina” con la terra e le navi possono provare a forzare i blocchi. Ma in che modo i social forzano i blocchi? Lo possono fare certamente e, infatti, una delle prime cose a cui i regimi autoritari pongono limiti sono proprio i social. Ma forse non bastano più per rendere concreta la nostra indignazione. C’è davvero bisogno di iniziative concrete che decolonizzino i territori che qualcuno sta brutalmente cercando di ricolonizzare forzatamente. C’è un ultimo aspetto. In tempi di guerra, diffidiamo delle azioni nonviolente. Quasi con disprezzo, come se contenessero in sé un velleitarismo un po’ snob. Belle cose, ma del tutto inutili. Io penso invece esattamente il contrario.

Perché le azioni nonviolente sono suscitate da un presupposto teorico sempre più importante: la distinzione tra guerre e conflitti. Dove c’è guerra, c’è il tentativo di mettere fine in forma violenta a un conflitto. Ora, in un quadro del genere è evidente che l’opinione pubblica contraria alla guerra non possa opporsi facendo a sua volta la guerra. L’unico strumento concreto che ci rimane è appunto esercitare un conflitto che spezzi l’egemonia della guerra. La lezione che traggo è dunque la seguente: è sempre più evidente che non possiamo affidarci solo alla politica alta per modificare ciò che ci indigna. Ma se vogliamo esercitare con intelligenza il nostro dovere di prendere posizione, conviene forse pensare a queste semplici cose: decolonizzare e contrapporre i conflitti nonviolenti alle guerre crescenti.

*Filosofo