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di Viola Giannoli e Miriam Romano

La Repubblica, 1 maggio 2023

Dopo il caso della donna violentata in ascensore alla stazione Centrale, le proposte del gruppo Non una di meno di Milano: “Sportelli antiviolenza in tutte le stazioni, corsi su stalking e molestie, spazi dove rifugiarsi in caso di pericolo”.

Le telecamere ok, ma servono solo dopo, per inchiodare gli stupratori. Le forze dell’ordine sì, ma non possono essere ovunque. Lo spray al peperoncino va bene, ma non è detto che si riesca a tirarlo fuori dalla borsa. I dispositivi che suonano a tutto volume in caso di pericolo certo, ma non possiamo tenerli sempre in mano. “Per sentirci sicure non vogliamo solo i militari all’angolo, ma una città dove i servizi in stazione siano aperti anche la notte, dove i mezzi pubblici funzionino h24, dove la sicurezza sia prevenzione, educazione sessuale, al consenso, al rispetto, formazione degli operatori pubblici, dei gestori e dei lavoratori dei locali e del personale del trasporto pubblico, dove il numero antiviolenza 1522 sia affisso dappertutto”, dicono le transfemministe di Non una di meno di Milano.

“Viola walk home” - Da qui e dalla Lombardia sono arrivate la maggior parte delle 9mila risposte a un ricerca di “Viola walk home”, startup italiana che si occupa di violenza di genere che racconta come 9 donne su 10 non si sentano sicure sulle banchine e nei vagoni e una su 4 qui abbia subito molestie. Per questo alle Ferrovie dello Stato una delle fondatrici della startup, Ilaria Saliva, ha proposto “formazione sulle violenze sessuali allo staff delle stazioni e l’istituzione di Punti Viola, presidi sicuri nei bar e nei negozi accanto ai binari dove le donne possano rifugiarsi se si sentono in pericolo, insegnando ai dipendenti cos’è lo stalking, cosa una molestia e come comportarsi con vittime e abusanti”.

Intanto “Viola walk home” le donne le accompagna a destinazione appena scese dai treni con una videochiamata gratuita grazie a una rete di volontari pronti a rispondere dalla pagina Instagram della startup, un deterrente immediato per gli aggressori. I City Angels le accompagnano invece sottobraccio, dal vivo, e negli ultimi giorni, dopo lo stupro in Centrale, “le chiamate di aiuto di donne per farsi portare a casa o per un breve tragitto dalla stazione sono triplicate”, racconta Mario Furlan, volontario che prova a essere dappertutto, ma non è un supereroe. È che di servizi così ce ne vorrebbero un’infinità, come le luci, le telecamere collegate al pronto intervento, le pattuglie, il personale o un centro anti-violenza, come chiedono le attiviste, in ogni stazione: che però in Italia sono più di duemila.

“Lanciamo una campagna che comunichi con la città” - “Una città come Milano dev’essere in grado di creare un contesto sociale di sicurezza: bisogna individuare i luoghi che possono essere pericolosi e tenerli d’occhio”, dice Manuela Ulivi, avvocata della Casa delle donne maltrattate di Milano. “È il momento di fare rete, di creare un filo diretto tra tutte le realtà del territorio e di formalizzare un patto tra le associazioni, lanciando una campagna di comunicazione per la città che spieghi quali sono gli strumenti a disposizione di tutte per sentirsi più sicure”, rilancia Diana De Marchi, presidente della commissione Pari opportunità del Comune.

“Quel che serve sono processi rapidi e condanne importanti” - Altro che opuscoli antistupro. “I numeri aumentano anche perché ora le donne chiedono aiuto più frequentemente, hanno più coraggio di parlare - spiega Alessandra Kustermann, oggi presidente di Svs Donna aiuta donna - Ma dirci di stare in casa o di non camminare libere per strada non fa altro che aumentare i sensi di colpa e di vergogna delle vittime. Quel che serve sono processi rapidi, condanne importanti, per gli stupratori non dev’esserci più impunità”.