di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 30 aprile 2026
Intervista tramite mail all’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e allo “scrivano di Rebibbia” Fabio Falbo, che dal carcere si battono per i diritti dei detenuti. Sulle restrizioni alle attività culturali dicono: “Il teatro in carcere è ossigeno. Una società che recide ogni ponte con i reclusi non costruisce sicurezza, ma rancore e marginalità. Azzerare queste esperienze significa colpire ciò che la Repubblica dovrebbe proteggere”. Cosa succede quando si chiude il sipario in carcere? Abbiamo chiesto a due detenuti, l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e al suo compagno di cella Fabio Falbo, cosa significa privare i reclusi in alta sicurezza della possibilità di accedere alle attività culturali e di formazione.
La loro risposta, pervenutaci via mail, prova a fare il punto sulle conseguenze delle restrizioni che riguardano iniziative che in passato hanno portato film realizzati con persone detenute a Rebibbia anche a vincere l’Orso d’Oro del Festival di Berlino. Proprio nel carcere romano Alemanno e Falbo stanno scontando la propria pena, lo stesso dove grazie all’esperienza del “Teatro libero” centinaia di detenuti hanno imparato a conoscere il palcoscenico. Prima di rispondere alle nostre domande, ci hanno inviato una lettera, che pubblichiamo in calce.
Da qualche mese, a seguito di una circolare del Dap, sono state quasi azzerate le attività teatrali e culturali per le persone detenute in alta sicurezza. Si spegne una luce che ha riacceso speranza in tante persone che avevano commesso crimini gravi aiutandole a ricominciare. Cosa pensate di queste restrizioni?
Pensiamo che sia una decisione profondamente sbagliata, non solo sul piano umano ma anche su quello giuridico e amministrativo. Il teatro e le attività culturali non sono un “premio”, né una concessione discrezionale, sono, strumenti di trattamento, previsti dall’ordinamento penitenziario per dare concretezza alla funzione rieducativa della pena. A Rebibbia queste attività hanno una tradizione gloriosa, riconosciuta anche a livello internazionale, hanno prodotto percorsi di responsabilizzazione autentici, non retorici, capaci di incidere sul modo in cui una persona detenuta guarda a se stessa e agli altri. Spegnere questa luce significa cancellare ciò che funziona, e rinunciare al cambiamento nelle carceri, non rende la società più sicura, la rende solo più fragile.
Salvatore Striano, che da criminale è diventato attore famoso proprio grazie al libero teatro di Rebibbia, ha detto a HuffPost che togliere il teatro alle persone detenute in alta sicurezza che si sono appassionate al teatro stesso, significa condannarle a morte. Condivide?
La condividiamo nel senso più profondo, anche se la frase è dura. Il teatro, per chi vive da anni in sezioni di alta sicurezza, non è intrattenimento, è ossigeno psichico, è parola, è relazione, è possibilità di rileggere il proprio passato. Cancellare questa esperienza significa condannare molte persone a una forma di morte civile e interiore fatta di isolamento, immobilità mentale, regressione. Striano è la prova vivente che il teatro non è un’illusione buonista, ma uno strumento concreto di trasformazione. Azzerare queste esperienze significa colpire ciò che la Repubblica dovrebbe invece proteggere.
L’articolo 27 della Costituzione delinea la funzione rieducativa della pena. Cosa resta oggi nelle carceri italiane di quella rieducazione?
Resta spesso solo una dichiarazione di principio. Nella pratica quotidiana, la rieducazione viene sacrificata sull’altare della sicurezza intesa in modo difensivo e burocratico, non intelligente. Senza lavoro, senza formazione, senza cultura, senza relazioni significative, la pena perde la sua funzione costituzionale e diventa solo contenimento. Questo non lo diciamo noi, lo dice la Corte costituzionale, lo dice la giurisprudenza europea, lo dice l’esperienza concreta di chi vive e lavora nelle carceri.
L’idea della dirigenza del Dap è quella di impedire l’incontro tra persone detenute di alta sicurezza e studenti e, in generale, il mondo esterno. A che logica risponde secondo lei questa disposizione? Quali effetti può avere?
Risponde a una logica di separazione assoluta, che confonde la prevenzione con la chiusura. L’idea che il contatto con l’esterno sia sempre un rischio e mai una risorsa tradisce una visione della persona detenuta come pericolo permanente, non come essere umano in evoluzione. Gli effetti saranno devastanti con più isolamento, più tensione, meno responsabilità, meno fiducia. Una società che recide ogni ponte con i reclusi non costruisce sicurezza, ma rancore e marginalità.
I dati sul sovraffollamento sono drammatici. Qual è la situazione a Rebibbia in questi giorni?
Rebibbia è lo specchio di una crisi sistemica, con un sovraffollamento di oltre il 160%, salette della socialità trasformate in celle per oltre 10 persone senza nulla all’interno, carenza di personale, spazi inadeguati, servizi insufficienti. In questo contesto, le attività culturali non sono un lusso, sono uno strumento di gestione intelligente della complessità. Tagliarle mentre il carcere esplode significa togliere anche agli operatori una valvola di equilibrio.
In un contesto così pieno di problemi, impedire alle persone detenute di fare teatro, corsi di lingue e cose simili per il solo fatto che sono ritenute pericolose (per reati commessi magari molti anni fa) non è un incredibile passo indietro?
Lo è. È una logica retrospettiva, che guarda solo al reato e non alla persona, ma il diritto penitenziario non giudica il passato, governa il presente e prepara il futuro. Se una persona, dopo anni di detenzione, non può accedere a percorsi trattamentali perché etichettata una volta per tutte come “pericolosa”, allora la rieducazione è una finzione.
Sovraffollamento, suicidi, poco lavoro, pochissime attività culturali. Il panorama è drammatico. Di cosa hanno bisogno oggi le persone detenute?
Hanno bisogno di senso, di sentirsi ancora parte della comunità umana, di strumenti per comprendere il danno fatto, per assumersi responsabilità, per non essere definiti per sempre dal peggiore atto della loro vita (fatti salvo i casi di professata innocenza). Hanno bisogno di essere trattate come persone, non come problemi da neutralizzare. Certamente il primo passo in questa direzione è emanare provvedimenti urgenti contro il sovraffollamento: solo riportando i numeri della popolazione carceraria entro limiti di sostenibilità, si potrà lavorare concretamente per rilanciare le attività trattamentali.
Una norma del decreto sicurezza prevede che gli agenti della penitenziaria potranno fare gli infiltrati in carcere. Le associazioni che si occupano dei diritti dei detenuti sono in allarme perché dicono che così si aggiunge caos a caos e che nessuno si fiderà più neanche del suo compagno di cella. Condivide l’allarme?
La condividiamo pienamente, la fiducia è un elemento essenziale per la tenuta del carcere. Introdurre infiltrati nelle celle significa avvelenare le relazioni, distruggere ogni residuo di cooperazione e rendere il carcere un luogo di sospetto permanente. Non aumenterà la sicurezza, viceversa moltiplicherà la paura, l’isolamento e il conflitto, provocando nuovi reati che intaseranno ancora di più i tribunali. E quando in carcere si mette in crisi la fiducia, il danno ricade su tutti, persone detenute, agenti, istituzioni.
Lettera di Gianni Alemanno e Fabio Falbo
Preferiamo rispondere insieme alla sua intervista, perché le nostre due diverse esperienze ormai si integrano vicendevolmente. Ma prima di rispondere alle Sue domande, riteniamo necessario fornire alcuni elementi di contesto, perché ciò che sta accadendo oggi nelle carceri italiane - e in particolare nei reparti di Alta Sicurezza - non riguarda singole misure amministrative, ma l’idea stessa di pena in uno Stato di Diritto.
Per quanto riguarda l’Alta Sicurezza, Fabio Falbo vi è stato detenuto per oltre tredici anni, a Rebibbia e in altri istituti penitenziari italiani. Proprio a Rebibbia ha potuto partecipare ad attività culturali e teatrali di altissimo livello, ricevendo anche un encomio per la partecipazione al film “Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani, girato integralmente all’interno del reparto di Alta Sicurezza, con la partecipazione - tra gli altri - di Salvatore Striano.
Quel film vinse l’Orso d’Oro al Festival di Berlino, riportando l’Italia a un riconoscimento internazionale che mancava da 21 anni, ed è stato successivamente candidato agli Oscar. Alla prima proiezione fu presente il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che inviò a tutti noi persone detenute partecipanti un messaggio di augurio e di apprezzamento, riconoscendo pubblicamente il valore rieducativo e civile di quell’esperienza.
Giorgio Napolitano è stato il Presidente della Repubblica più attento al mondo del carcere, è entrato più volte negli istituti penitenziari ed è stato l’unico a inviare un messaggio formale alle Camere sul tema del sovraffollamento carcerario, richiamando le istituzioni al rispetto della dignità umana e della Costituzione. Per Napolitano, la condizione del carcere rappresentava un termometro dello stato di salute della democrazia.
Alla luce di questo, il suo apprezzamento per Cesare deve morire e per la cultura in carcere assume oggi un significato ancora più profondo. Non possiamo sapere cosa direbbe oggi davanti alle circolari del Dap, ma una cosa è certa, la sua concezione della pena, coerente con l’articolo 27 della Costituzione, non avrebbe potuto accettare un arretramento così netto e burocratico della funzione rieducativa. Le recenti circolari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria pongono un problema di fondo: sono atti amministrativi, che in quanto tali non possono sostituirsi alla legge, né comprimere diritti e strumenti del trattamento penitenziario previsti dall’Ordinamento.
Il tema non riguarda la sicurezza, la cultura non ha mai rappresentato un fattore di rischio, il vero nodo è costituzionale. Ai sensi dell’Ordinamento penitenziario, i magistrati di sorveglianza vigilano sull’esecuzione della pena e sulla sua conformità con l’articolo 27 della Costituzione, una circolare non può quindi svuotare di contenuto la rieducazione nelle carceri. Questo è quello che accade da tempo a Rebibbia, in particolare nel reparto di Alta Sicurezza di Rebibbia, visto che sono state tagliate quasi tutte le attività trattamentali: scuola e università sono state fortemente ridimensionate; non è più consentito l’uso dei computer portatili per lo studio; non è stato rinnovato il corso di giornalismo, nonostante fosse un’esperienza strutturata e formativa; sono state impedite iniziative simboliche come l’albero di Natale e il presepe; la socialità, prima libera, è oggi subordinata a domandine e autorizzazioni, limitate ad una fascia oraria. Nel reparto di media sicurezza, dove il corso di giornalismo continua, si è arrivati a un ulteriore paradosso, visto che negli articoli scritti dalle persone detenute non possono essere indicati nomi e cognomi, come se il nome fosse una colpa aggiuntiva da nascondere e non, al contrario, un’assunzione di responsabilità pubblica rispetto a ciò che si scrive. Il risultato è un giornalismo senza firma, dove l’autore viene cancellato, svuotando la scrittura del suo valore etico e civile. In questo modo lo studio e la produzione culturale perdono il loro valore trattamentale e diventano mero intrattenimento controllato.
Le conseguenze sono evidenti, isolamento, regressione, aumento della tensione e, nel medio- lungo periodo, crescita della recidiva. A questo quadro si aggiunge un nodo ancora più delicato, una deriva culturale presente in alcune decisioni della magistratura di sorveglianza. Nel caso di Fabio Falbo, nei provvedimenti di rigetto è stato scritto che tutto ciò che è stato fatto negli anni di detenzione - studio universitario, attività culturali, scrittura, teatro - sarebbe stato compiuto per motivi edonistici, cioè per soddisfazione personale, e non come segno di reale maturazione, ma soltanto in funzione dell’ottenimento di benefici come la liberazione anticipata.
Questa lettura riduce la cultura a fatto privato e sospetto, negandole ogni valore pubblico. Ma l’articolo 27 della Costituzione non impone di giudicare le intenzioni interiori, bensì di valutare comportamenti, percorsi e responsabilità oggettive. Se tutto viene letto come opportunismo, allora nulla può mai essere riconosciuto come cambiamento autentico. Siamo stati formalmente invitati a presentare il nostro libro sulle carceri al Salone Internazionale del Libro di Torino, su iniziativa della Direzione editoriale del Salone e del CESP, con tutte le spese a carico dell’organizzazione. Nonostante ciò, abbiamo ricevuto un primo rigetto alla richiesta di permesso. Adesso abbiamo presentato una nuova istanza ai sensi dell’art. 21, comma 4-bis, O.P., che attribuisce il potere al Direttore di far uscire, in modo controllato, le persone detenute dall’istituto per svolgere attività culturali. Siamo tuttora in attesa di risposta.
Questo episodio pone interrogativi legittimi, la cultura deve restare chiusa nel perimetro del carcere? Oppure diventa un problema quando esce, quando dialoga con la società, quando assume una dimensione pubblica? In questo contesto si inserisce anche l’esperienza degli avatar narrativi generati con l’intelligenza artificiale, da noi ideati come strumento per consentire alle testimonianze di cultura carceraria di circolare all’esterno in forma virtuale. L’intelligenza artificiale non è prevista dalle norme semplicemente perché non esisteva quando quelle norme sono state scritte, ma gli avatar non fanno evadere nessuno, fanno solo viaggiare la parola.
La domanda è inevitabile, il problema è davvero la sicurezza, o il fatto che la cultura carceraria, quando diventa visibile, mette in discussione equilibri e narrazioni consolidate? Il paradosso è evidente, ciò che ieri veniva riconosciuto come valore per la Repubblica, oggi viene trattato come pericolo da contenere o silenziare, attraverso circolari amministrative, rigetti discrezionali e anonimato forzato. Non è solo una questione di teatro, di corsi o di permessi, è una questione di Costituzione, legalità e democrazia. Se la cultura è ammessa solo finché resta invisibile, allora non è più rieducazione ma è amministrazione del silenzio.











