di Giuliana Musso*
facebook.com, 18 novembre 2025
Penso al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro che ha deciso di limitare pesantemente tutte le attività culturali che si svolgono nelle sezioni AS, Alta Sicurezza, dei nostri carceri italiani. Ma perché? Perché? È l’unico modo che hanno questi uomini di ritrovarsi dentro, di rimettersi in piedi, di dare senso alla propria responsabilità, di provare ad avere rapporti con persone che non siano né guardie, né detenuti. L’unico modo per non far morire l’anima, mentre la vita scorre e si paga per i crimini commessi, e di uscire, ormai anziani, con qualcosa di positivo da dare a sé stessi e alla comunità.
E parliamo di un sistema carceri in Italia che ha ben altri problemi, urgenti e drammatici sia per il personale di polizia, che dovremmo tutelare e sostenere molto di più, che per i detenuti... ma questo signore si preoccupa di limitare le attività culturali. Che cosa sono poi queste spaventose attività da limitare? Sono corsi di pittura, di studio, di teatro... Due ore o poco più alla settimana, dentro a giornate e giornate sempre uguali, all’infinito, per un tempo infinito...
Penso che sicuramente questo signore non abbia mai visto uno spettacolo in carcere, non abbia mai visto lo sforzo che fanno per capire un testo, per leggere ad alta voce una poesia, per muoversi insieme agli altri, per rispettare le regole del gioco del teatro. Non ha visto gli occhi spalancati, i silenzi, le lacrime, le emozioni, i balbettii di persone che stanno in carcere magari da più di 30 anni.
Penso a loro. Quelli che ho conosciuto. Per due anni, grazie al lavoro di tutor svolto per il progetto “Per Aspera ad Astra”, ho potuto entrare in carcere con i formatori della compagnia Matricola Zero, che svolgono questa attività da 6 anni ormai. Tutti giovani professionisti, seri, dedicati e che ci mettono l’anima!
Io ho seguito, ogni tanto, le due docenti principali, due artiste bravissime, nelle lezioni che tenevano con alcuni detenuti della sezione AS. La prima volta ero spaventata all’idea di incontrare un gruppo di uomini che avevano commesso crimini terribili. Perché se uno è in Alta Sicurezza ha sicuramente commesso atti terribili. Mi aspettavo quantomeno durezza, mascolinità tossica, atteggiamenti manipolativi. Nulla di più lontano da quello che ho trovato. In due anni non ho mai, mai visto o percepito nel gruppo un minimo gesto o sguardo o un pensiero che lo fosse, anzi, ho incontrato uomini umili, gentili e super rispettosi, grati dell’opportunità che avevano, corretti, impegnati. Dico qualcosa di più perché l’ho sentito: ho incontrato un qualcosa di “innocente” nel loro modo di fare, come se portassero in sala una parte di sé un po’ bambina, a tratti ingenua quasi... ma per questo pulita. Forse “ri-pulita” da tutta quella vita spesa dentro al carcere? Non lo so. Non si aveva tempo di parlare del passato e delle vicende giudiziarie, mai. Solo di tanto in tanto una parola faceva intuire una vicenda personale. Ricordo il giorno in cui il più giovane del gruppo, che poteva avere circa 45/50 anni, mi disse che lui era quello che aveva fatto meno anni di tutti. Ne aveva fatti “solo” 24. Mi ricordo con altri, davanti a un caffè della macchinetta, brevi cenni, due parole sui figli o sui nipoti. Per il resto si parlava di teatro, della storia di Geppetto e del suo folle amore per questo burattino/bambino tutto da inventare. Si parlava del senso sovversivo di ogni atto di cura gratuito e di gentilezza. Si imparava a maneggiare un burattino, a cantare una ninna nanna in coro, a recitare il gatto e la volpe, a ricordare qualcosa di buono vissuto nell’infanzia.
Si sarebbero dovute fare tre repliche di questo splendido spettacolo, una per gli interni e una anche per pochi esterni, su invito. Io avevo invitato mia figlia. Ma no, non è stato possibile perché la “stretta” di questo signore era già in atto. Un’unica replica, e ci è andata bene. E allora via che si va in scena: musiche, costumi, burattino, una pera di legno che sembra vera, due proiettori... il piccolo auditorium di cemento diventa un teatrino. Chi c’era a vedere lo spettacolo lo scorso 5 novembre, ha riso, ha pianto, ha applaudito. Anche il personale, anche io.
Che dire ancora? Un pensiero grato a tutte le persone, professionisti e volontari che in Italia dedicano il loro tempo e la loro arte a chi è recluso nelle carceri. Grazie ancora e un applauso grande a Matricola Zero, Federica, Alice, Maria Celeste, Marco e tutti gli altri.
Grazie a tutti gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria che accolgono, sorridono, e, per quel che possono, si mettono in gioco. Grazie a chi amministra e dirigere perché non credo sia un lavoro facile quando è fatto con coscienza.
Grazie a tutti coloro che le organizzano queste iniziative e che le finanziano. Nel nostro caso il Teatro Stabile del Veneto e la fondazione Cariparo. Grazie a chi mi ha fatto fare questa esperienza d’arte, di cura e di gentilezza. Non la dimenticherò.
Geppetto, quel folle folle amore
Liberamente tratto da Collodi e F. Stassi
Regia e laboratorio Federica Chiara Serpe
Testi Marco Mattiazzo e Federica Chiara Serpe
Aiuto regia Alice Centazzo
Voce di Ettore, registrazioni e ambienti sonori Leonardo Tosini
Costumi Giulia Negrin
Burattino Cristina Cason - L’Aprisogni
Foto Serena Pea
Tutoraggio artistico Giuliana Musso
Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale Matricola Zero Fondazione Cariparo #acri Compagnia della Fortezza #perasperaadastra
*Attrice










