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di Raffaella Calandra


Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2020

 

Pena & diritti. Tre volumi sollecitano a superare pregiudizi e luoghi comuni. Bisogna aver visto, per comprendere. Bisogna aver vissuto al di là del muro di cinta, per liberarsi da luoghi comuni e pregiudizi. Bisogna aver verificato i benefici di pene alternative, per riconoscere la natura antieconomica della detenzione, considerata invece la prima risposta al reato.

Bisogna aver ascoltato le storie dietro le statistiche, per descrivere un carcere che resta troppo spesso quel "cimitero di vivi" denunciato da Filippo Turati. Bisogna aver operato nelle prigioni d'Italia, per sapere però che si possono anche migliorare. Nell'interesse di tutti. Perché la "doverosa tutela della collettività, le esigenze di difesa sociale e l'equa punizione di chi ha leso diritti altrui - scrive l'avvocato Giuliano Pisapia - ben possono conciliarsi col senso di umanità".

A questa sostanziale conclusione giungono tre libri, maturati a partire da esperienze diverse, tra raggi e camminamenti. "Il Direttore" è l'autobiografia di Luigi Pagano, storica guida di San Vittore, a Milano, che ha attraversato gli ultimi quarant'anni di storia italiana con la prospettiva delle celle e lo sguardo di chi le affollava; poi due saggi: "Vendetta Pubblica", di Marcello Bortolato, magistrato di sorveglianza, ed Edoardo Vigna, giornalista de "Il Corriere della Sera", un viaggio nei penitenziari in direzione ostinata e contraria rispetto ai luoghi comuni; infine "Dei relitti e delle pene" di Stefano Natoli, già firma de "Il Sole 24 Ore", che, forte dell'analisi dei numeri e della testimonianza da volontario nei penitenziari, prova a liberare la questione carceraria da disinformazione e indifferenza.

Tre libri, per certi versi complementari, che sono una finestra sul "mondo di dentro". Un mondo lontano dallo sguardo e dalle coscienze, salvo temporanei riflettori che poco spazio lasciano ad autentiche riflessioni, come durante le proteste all'inizio dell'epidemia. Che lo vogliamo o no, il girone dei reclusi resta lo specchio di quel che si agita fuori. E questo appare con chiarezza, srotolando quattro decenni da carceriere di Pagano.

Da Pianosa a Badu e Carros, dall'Asinara a San Vittore, quest'ex scugnizzo napoletano ha ascoltato i silenzi degli irriducibili degli anni di piombo e il clamore di Mani Pulite; ha sentito il ricatto della mafia stragista e conosciuto banditi preceduti dalla loro fama, prima di veder entrare in cella quasi esclusivamente gli ultimi della società. Così in pagine dense, in cui ricordi personali intersecano la storia criminale, ma anche politica, d'Italia, il direttore matura perplessità sul sistema penitenziario e sull'amministrazione, che ha scalato fino a livelli apicali.

E con lui, il lettore condivide il paradosso di aver provato per tutta la carriera a reintegrare, con l'isolamento del carcere, i detenuti, fuori dal carcere. È stata una continua ricerca di strade nuove, quella di Pagano, per portare la città al di là del muro di cinta.

Una sperimentazione, che ha cambiato il modo stesso di intendere oggi quello che in gergo è il "trattamento" dei detenuti. Il culmine è stato il "progetto Bollate", il penitenziario lombardo, divenuto simbolo degli scambi tra dentro e fuori, all'insegna del lavoro. Considerato un modello, in realtà è solo "l'invenzione del carcere normale", si rammarica l'autore. L'esempio di questo penitenziario - citato anche dai due saggi - permette di dimostrare come il tasso di recidiva si abbassi drasticamente quando la pena non è espiata solo "marcendo in cella".

Natoli, ad esempio, documenta con statistiche e conti, a cominciare dai 3 miliardi annui spesi per 190 penitenziari, come dovrebbe essere tra l'altro conveniente per lo Stato recuperare la funzione rieducativa indicata dai Padri costituenti, che avevano sperimentato il carcere: "Far sì che il maggior numero possibile di detenuti non torni a delinquere". Ma questo avviene solo se la pena non è una Vendetta pubblica, argomentano Bortolato-Vigna; se la detenzione è sostituita più spesso da misure alternative e pene pecuniarie; se si avvia una depenalizzazione e si crede nella giustizia riparativa.

I tre libri confermano il fatto che tutti coloro che conoscono il carcere in profondità ne sollecitano una riforma, ma il dibattito pubblico malvolentieri se ne occupa. Diventa così meritorio lo sforzo di chi, partendo dai luoghi comuni ("Dentro si vive meglio che fuori", "Alla fine, in carcere non va nessuno") prova con dati, esperienze e coni richiami alla Costituzione a svelare l'autentica condizione di penitenziari inadeguati e sovraffollati, dove il contagio criminale rischia di rendere peggiori persone che comunque, prima o poi, usciranno dalle celle, è il pragmatico assunto di Bortolato e Vigna.

Per questo, bisogna occuparsi del carcere, dove sempre di più sono stipati "gli ultimi e cittadini in attesa di giudizio", quindi presunti innocenti, avverte Pisapia, nella prefazione al saggio di Natoli. Un monito, per l'Italia degli slogan e dei pregiudizi, che comunque resta - come dimostrano questi tre libri - anche il Paese di Cesare Beccaria, di Filippo Turati odi Aldo Moro, che ricordava come "la pena non è il male per il male, ma la limitazione della personalità è finalizzata ad una ragione superiore, che è la cancellazione del male stesso".

"Il direttore", Luigi Pagano Zolfo, pagg. 299

"Vendetta pubblica", Marcello Bortolato, Edoardo Vigna, Laterza pagg. 151

"Dei relitti e delle pene", Stefano Natoli, Rubbettino, pagg. 205