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di Mauro Palma*

treccani.it, 11 aprile 2022

L’annuncio è stato importante: negli istituti penitenziari del nostro Paese, 1.246 detenuti sono iscritti a corsi universitari, molti di tipo triennale, ma anche un quarto di essi frequenta corsi di laurea magistrale e ben 25 quelli post-laurea. Accanto a questo dato, un altro di segno ben diverso: 851 sono i detenuti italiani analfabeti e altri 627 non hanno completato la scuola elementare; più di 5.000 si sono fermati a questa soglia del primo grado di istruzione. Il carcere vive, dilatandole, le contraddizioni che affliggono la società esterna: il divario è eclatante e diviene ancora maggiore se si considera che molti sono i casi non rilevati.

La dilatazione delle differenze sociali appare chiara quando si esamina l’elevato numero di coloro che sono in carcere per scontare una pena inflitta - non un suo residuo - inferiore a uno o due anni: insieme si giunge a più di 3.000 persone che rappresentano ‘plasticamente’ la povertà che affligge il territorio esterno a quelle mura e che si riflette al di dentro di esse. Superfluo è, infatti, chiedersi quale possa essere stato il reato commesso che il giudice ha ritenuto meritevole di una pena detentiva di durata così contenuta; importante è piuttosto riscontrare che la sua esecuzione in carcere, pur in un ordinamento quale il nostro che prevede forme alternative per le pene brevi e medie, è sintomo di una minorità sociale che si riflette anche nell’assenza di strumenti di comprensione di tali possibilità, di un sostegno legale effettivo, di una rete di supporto. Una presenza, quindi, che parla di altre assenze e che finisce col rendere meramente enunciativa la finalità costituzionale delle pene espressa in quella tendenza al reinserimento sociale: perché la complessa ‘macchina’ della detenzione richiede tempi per conoscere la persona, per capirne i bisogni e per elaborare un programma di percorso rieducativo. Al di là della volontà del costituente e delle indicazioni dell’ordinamento penitenziario queste detenzioni si concretizzano soltanto in tempo vitale sottratto alla normalità - interruzioni di vita destinate probabilmente a ripetersi in una inaccettabile sequenzialità.

Per questo sono spesso le altre voci, di natura non istituzionale, che nel nostro sistema detentivo frequentano il carcere a determinare la possibilità che questi tempi non siano vuoti, ma abbiano valore, intercettando bisogni, interloquendo, prospettando alcuni progetti. Un ritmo di presenze che si è fermato negli ultimi due anni per la pandemia da Covid-19, che stenta tuttora a riprendere e che costituisce uno dei più gravi danni all’interno di un sistema che già era molto critico per più aspetti, in primo luogo per l’affollamento dei suoi anonimi spazi. Se, infatti, si può dire che il sistema detentivo ha contenuto dal punto di vista sanitario il temuto espandersi a dismisura del contagio, altrettanto non è possibile affermare per quanto è avvenuto nelle dinamiche relazionali al suo interno e, quindi, per il rischio del permanere di una situazione di staticità centrata soltanto sul contenere. Già i primi giorni dei provvedimenti di chiusura hanno fatto vivere qualcosa di assolutamente inconsueto: la morte di ben 13 persone nel contesto di dimostrazioni e rivolte sviluppatesi all’annuncio dell’interruzione dei colloqui con i propri affetti. L’ansia che all’esterno si sviluppava verso un pericolo inedito che individuava in ciascuno di noi la vittima e il potenziale veicolo del pericolo stesso si raddoppiava all’interno dei luoghi di privazione della libertà e soprattutto in carcere si scontrava con l’impossibilità di adottare quelle minime misure igieniche o di distanziamento che pur venivano indicate come essenziali. Una società presa dalla propria angoscia ha troppo frettolosamente archiviato quelle morti, quasi come effetti collaterali di una grave situazione complessiva. È stato il ricorso alle possibilità offerte dalle tecnologie della comunicazione a far rientrare una certa calma, attraverso i video-colloqui con i propri familiari. Tuttavia, la quotidianità in carcere è mutata e quei corridoi, quelle celle sono diventati luoghi di semplice contenimento. Ci si è abituati a una privazione del significato del tempo recluso; e si stenta ora a riprendere il cammino. Ecco perché l’afflizione punitiva vissuta negli ultimi due anni è divenuta ancor più pesante: la pena si è fatta più afflittiva e tutto ciò dovrebbe trovare una compensazione da parte del legislatore.

Forse una compensazione in termini di accelerato accesso alle misure alternative, assegnando una maggiore incidenza in termini di tempo ai giorni e ai mesi trascorsi in queste particolarissime condizioni; forse una maggiore immissione di investimenti culturali e di attività volte a ridare significato al proprio tempo recluso, cercando di ridurre quella distanza che separa anche simbolicamente coloro che seguono un percorso alto di studi e coloro che stentano a scrivere la propria firma nell’Italia del XXI secolo. Forse una compensazione in termini di modifica dello sguardo esterno con cui ci si rivolge a questo mondo, quasi sia distante e diverso da noi, spesso con parole di rifiuto e ritorsione, senza comprendere che è parte di noi: del nostro corpo sociale.

*Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale