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di Marta Cartabia*

Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2025

Nel giorno dei funerali del Papa, accanto ai capi di stato e di governo, non poteva mancare una delegazione di detenuti. Un gruppo di detenuti insieme ai leader del mondo. Nel giorno dei funerali del Papa, accanto ai capi di stato e di governo, non poteva mancare una delegazione di detenuti. Vengono dal carcere di Rebibbia, l’istituto di pena dove il 26 dicembre 2024 Papa Francesco ha voluto aprire una Porta Santa del giubileo della speranza. Lungo tutto il suo pontificato, fino all’ultimo giorno, le forze ormai allo stremo, Papa Francesco ha dedicato una grande attenzione ai detenuti. Da ultimo ha voluto visitare i carcerati, a Regina Coeli, nella ricorrenza del Giovedì Santo, quando le celebrazioni liturgiche ricordano la lavanda dei piedi.

Ogni anno Papa Francesco ha voluto rivivere e far rivivere quel gesto che sovverte ogni ordine sociale e lo ha voluto fare in carcere, nel luogo più estremo. Chi ha assistito a una di quelle celebrazioni, o ha avuto occasione di vederne le immagini, non può dimenticare la figura dell’autorità ultima della Chiesa china sul corpo dei detenuti e delle detenute, e non può dimenticare gli sguardi increduli e commossi di coloro che hanno ricevuto quel lavacro inusuale e con esso la riscoperta della propria dignità.

La lavanda dei piedi in carcere è forse la più potente delle tante immagini e delle tante parole che il pontificato di Francesco ha lasciato in eredità a chi vive dentro il carcere, a chi dentro il carcere lavora, a chi se ne occupa per professione, alle madri, ai padri, alle mogli, ai mariti, ai figli dei detenuti, a chi sa che dietro le mura di detenzione c’è una parte della società in cui viviamo e non volta lo sguardo altrove. “Il carcere deve avere sempre una finestra, una finestra aperta”: è questa una delle frasi che Papa Francesco ha ripetuto instancabilmente. Lo ha fatto parlando ai detenuti, durante le sue visite. Lo ha fatto parlando a professori e professionisti del diritto penale. Lo ha fatto ogni volta che è intervenuto pubblicamente sulla condizione detentiva.

La finestra è un elemento fisico, ma è anche un’immagine dall’altissimo valore simbolico. La finestra è uno squarcio che permette alla luce di entrare anche nei luoghi più tetri. La finestra è un elemento di comunicazione tra il dentro e il fuori. La finestra è anche un’apertura che permette a chi è all’interno di affacciarsi al di là e proiettare lo sguardo oltre le mura. Perciò la finestra è l’immagine della speranza.

E Francesco ha ripetutamente spalancato le finestre del carcere con le sue visite e con l’apertura della porta santa all’inizio dell’anno giubilare a Rebibbia. Quel gesto è stato ed è un chiaro messaggio rivolto anzitutto ai detenuti, una esortazione a non rassegnarsi. Un invito a guardare verso un orizzonte diverso, a una vita diversa, rinnovata. Quel gesto è anche una chiamata alla responsabilità, un appello rivolto a tutti, a interrogarsi su che cosa significhi in concreto che gli istituti di detenzione siano luoghi di speranza. La Corte europea dei diritti dell’uomo, a proposito della condizione dei detenuti, parla di diritto alla speranza.

Ma quale speranza si può sperimentare dentro un carcere? Le condizioni fisiche degli istituti penitenziari, il sovraffollamento ritornato a livelli di guardia, l’insufficienza del personale, le tensioni interne, i disagi e le malattie mentali, i suicidi, la scarsità delle possibilità di lavoro e delle opportunità di formazione: questi e tanti altri problemi fanno pensare che il carcere sia tutto fuorché un luogo di speranza.

Eppure, sorprendentemente, non mancano esempi di vite rinate. Tra le molte che mi è capitato di incontrare, mi premono soprattutto le storie dei ragazzi. Ai ragazzi dobbiamo con priorità offrire uno spiraglio verso un futuro diverso. Molti di loro attendono, più o meno consapevolmente, un’alternativa alla vita che li ha portati dietro le sbarre. La realtà conferma questa ipotesi, come nel caso dei giovani, una decina all’anno, che stanno facendo un percorso di studi universitari nel mio ateneo, in Bocconi, assistiti da docenti e tutor, dal primo giorno di studio fino all’ultimo esame, alla laurea e, decisivo, fino all’inserimento nel mondo del lavoro. Uno di loro qualche settimana fa diceva che non aveva mai neppure pensato di potersi laureare e che in fin dei conti in carcere ha incontrato una opportunità che altrimenti non avrebbe neppure saputo immaginare. Una goccia in un oceano di bisogno, di sofferenze, di abbandono.

Una goccia insufficiente di certo a risolvere tutti i problemi che affliggono l’universo carcere, ma sufficientemente potente da lasciar filtrare un raggio di sole per tutti, come diceva Eugenio Perucatti, direttore di uno dei più severi luoghi di punizione, l’ergastolo di Santo Stefano a Ventotene (ormai chiuso da molto tempo). Una storia, quella di questo coraggioso direttore, che Papa Francesco aveva molto apprezzato, durante un breve incontro nel carcere di Civitavecchia, a margine della funzione della lavanda dei piedi. È da storie così che può rinascere la speranza come possibilità concreta, reale, per chiunque, in qualunque condizione. È ad esse che occorre guardare per lasciarci interrogare su che cosa possa significare spalancare una finestra per tutti.

*Professoressa di diritto costituzionale nell’Università Bocconi di Milano