di Maria Rosa Tomasello
La Stampa, 20 febbraio 2024
Dacia Maraini sa cosa significa essere privati della libertà. Vivere una vita a parte, separati dal mondo, rinchiusi dietro mura sorvegliate. A partire dal 1943, per due anni, quella che sarebbe diventata una delle voci più importanti della cultura italiana, venne internata con i genitori, Fosco Maraini e Topazia Alliata, e le sorelle Yuki e Toni, in un campo di prigionia in Giappone. Aveva appena sette anni, Dacia, e quegli anni di infanzia perduti sarebbero diventati una cicatrice indelebile, una incisione nell’anima. Da quella storia, anche, viene la sua idea di ciò che il carcere non dovrebbe essere: “Il luogo della vendetta sociale, perché il concetto di vendetta è arcaico e fuori tempo”.
Lei racconta quella esperienza nel suo ultimo libro, “Vita mia: Giappone, 1943. Memorie di una bambina italiana in un campo di prigionia”, edito da Rizzoli. Che cosa ricorda di quei giorni terribili?
“La fame, soprattutto. In Italia oggi per fortuna non sappiamo cosa vuol dire soffrire la fame, quella fame che porta malattie come lo scorbuto e il beriberi, che porta parassiti, perdita di capelli, debolezza dei muscoli, dolori per tutto il corpo, emorragie, e lo sguardo diventa vitreo. Avevamo cibo appena sufficiente per sopravvivere, stavamo malissimo”.
Lei e la sua famiglia eravate reclusi da innocenti, una detenzione ancora più terribile rispetto a chi è ristretto per aver commesso un reato...
“Eravamo prigionieri politici. La nostra colpa, per i giapponesi e per gli italiani fascisti era di avere tradito la patria, ovvero la Repubblica di Salò. Ma i miei genitori non erano politicizzati. Erano solo e decisamente contrari al razzismo. Per questo ci hanno chiusi in un campo di concentramento per due anni”.
La situazione nelle carceri italiane è enormemente difficile. Dall’inizio dell’anno ci sono stati 20 suicidi. Per qualcuno è una strage di Stato. È davvero così?
“Penso che non si deve giocare con le parole. Eccidio si dice quando c’è una volontà di sterminare una comunità, un popolo. Semmai parliamo di cattiva politica, di negligenza vergognosa, di una mancanza di attenzione e investimenti sulle carceri, questo sì! Ma i suicidi sono una accusa alla società intera”.
Per Giorgia Meloni, la soluzione al sovraffollamento è “accrescere la capienza delle carceri”. Al contempo si aumenta il numero di reati, come quello per i rave party, e si limita l’accesso ai benefici penitenziari. Come giudica le iniziative del governo?
“Non credo nelle maniere forti. Le prigioni italiane hanno bisogno di più investimenti, servono più attenzione, più comprensione e umanità. La prigione dovrebbe essere un luogo di apprendimento e ravvedimento, quando possibile. Per ora è troppo spesso un luogo abbandonato e infelice. Ci sono alcune carceri modello in cui i prigionieri sono trattati con umanità, ma sono pochi. Troppi sono in attesa di giudizio per anni e questa è una vera ingiustizia, di cui tutti dovremmo vergognarci. I prigionieri secondo la Costituzione devono potere lavorare, devono potere studiare, fare sport, essere ascoltati e avere accesso a forme di insegnamento e di educazione civica. Invece si tengono chiusi in spazi stretti e in condizioni soffocanti”.
Come se ne esce?
“Cerchiamo di parlarne, di fare pressione, di chiedere che la giustizia diventi più giusta. I politici hanno bisogno di consenso. Siamo ancora capaci di creare dissenso per ottenere consenso?”.
La possibilità di lavorare è riservata ancora a pochi, circa un terzo dei detenuti. È possibile “rieducare”, secondo quanto detta la Costituzione, senza offrire alle persone la possibilità di dare senso al proprio tempo?
“Alla protesta si risponde sempre che non ci sono soldi. Tutte le istituzioni nel nostro Paese sono senza soldi: la scuola, la ricerca, l’agricoltura, la sanità. Abbiamo puntato solo sulla ricchezza individuale e mai su quella comune. Abbiamo sviluppato un individualismo cinico ed narcisista. Il bello è che ci chiamiamo cristiani”.
Il 9,2% dei detenuti soffre di disturbi psichici molto gravi. Eppure le persone che beneficano di assistenza psichiatrica dentro gli Istituti di pena sono una sparuta minoranza. Che Paese è quello che dimentica i più fragili tra gli esclusi?
“Penso che tutto questo dipenda da anni di trascuratezza. Ma prima di tutto culturale e poi politica. Chi vogliamo colpevolizzare? La magistratura? La polizia penitenziaria? C’è una responsabilità culturale di tutto il Paese che ha perso ogni empatia verso chi sta male. I soli che veramente ci mettono l’anima sono i volontari, di tutte le età e luoghi di origine. Una grande ricchezza di cui però non si parla mai”.
Dietro le sbarre vivono, con le loro madri, più di venti bambini, mentre il governo ha previsto una stretta sui reati minori che consente la detenzione di madri con bambini di età inferiore a tre anni. Lei che è stata bambina in prigione, cosa ne pensa?
“Penso che i bambini non possano essere trattati come prigionieri, che è una condizione dolorosa terribile. Che se fino a due anni magari è difficile staccare un bimbo dalla mamma, dopo bisogna trovare a tutti i costi un modo per consentirgli di vivere fuori dal carcere”.
Il carcere è una sorta di mondo parallelo, dove a causa della carenza di spazi e di offerte formative e di lavoro si vive una realtà alienante. Che ruolo dovrebbe avere invece?
“Dovrebbe essere un posto dove si impara a capire gli errori fatti, non il luogo della vendetta sociale. Il concetto di vendetta è arcaico e fuori tempo. È il Paese intero che dovrebbe abbandonare le vecchie prevenzioni e prendere un atteggiamento umano. Se il Paese cambia, cambiano anche le istituzioni. Non si può sempre incolpare i governi. Chi ha permesso loro di governare? Di quale consenso si avvalgono? Che popolo rappresentano? Io, per quanto ho potuto, ho lavorato per le carceri. Anni fa, insieme al giudice Anania, abbiano fatto degli incontri a Rebibbia. Ho aiutato a costruire la biblioteca comprando e portando libri. In altre occasioni, con un gruppo di attori, ho fatto teatro dentro il carcere discutendo poi sui temi di attualità. È stata una esperienza forte, ma anche molto istruttiva per me”.
Tra le nuove norme immaginate dal governo di centrodestra ce n’è una particolarmente allarmante: vengono puniti anche gli atti di resistenza passiva all’esecuzione di ordini. Non solo gli atti violenti, dunque, ma anche chi si oppone con la disobbedienza pacifica. Qual è il suo giudizio?
“La forza, i castighi feroci e le punizioni, secondo me, non servono a niente. Serve invece parlare, capire, costruire. Ho visto che quando si dà fiducia ai detenuti, rispondono bene. Come tutti gli esseri umani hanno bisogno di rispetto e comprensione, anche se colpevoli. In ogni persona al mondo si trovano istinti violenti e istinti di tenerezza. Eros e thanatos convivono, come diceva Freud. Ciascuno di noi porta in sé un poco di eros (l’amore per la vita e per gli altri) e thanatos (l’odio, la voglia di distruggere e fare male). Anche chi ha compiuto il più feroce dei delitti può capire e cambiare, ce lo insegna Manzoni. La capacità di sublimare, la propensione a reprimere il rancore e la vendetta dentro di noi, tutto questo si impara attraverso la conoscenza, l’educazione, la cultura, la fede, l’intelligenza. Sono le qualità che vanno coltivate in chi ha sbagliato”.
Il teatro, l’arte, la letteratura, in che modo possono cambiare o migliorare le condizioni di chi vive recluso? Si dice che la bellezza ci salverà. Lei immagina un ruolo più attivo di intellettuali e artisti?
“La cultura prima di tutto deve dare il buon esempio: onestà, sincerità, generosità. Mentre purtroppo, soprattutto in questo periodo troppe persone di cultura passano il tempo a insultarsi e additare il fuscello nell’occhio dell’altro senza vedere la trave nel proprio. Ci sono molte iniziative in giro per l’Italia. Ma non abbastanza. E soprattutto i media sono ciechi e sordi. La televisione è molto potente da noi. Bisognerebbe lavorare di più sulla conoscenza del problema. Ho visto come sono cambiati i detenuti di Rebibbia quando i fratelli Taviani li hanno coinvolti in un film. Tutti abbiamo bisogno di esprimerci. E quando i detenuti capiscono che al posto del linguaggio dei coltelli e dei fucili possono usare il linguaggio delle parole e del pensiero, cambiano, si trasformano. Non tutti naturalmente, ci sono recidivi e gli incalliti criminali ormai persi per la collettività. Ma ci sono tanti altri che sono pronti a diventare cittadini responsabili purché li si tratti con giustizia e umanità”










