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di Ornella Favero

 

Ristretti Orizzonti, 4 marzo 2015

 

Ancora a proposito dei giornali dalle carceri, e di Sosta Forzata.

"Il redattore porta in sé la voglia, l'ansia di mostrare la propria coscienza, provata senz'altro dalla condizione di restrizione vissuta, ma libera interiormente, (...) perché di uomini si tratta, all'interno di un carcere ma uomini, che pensano e raccontano agli altri di sé e della loro visione delle cose, rivendicando pari dignità rispetto ai cosiddetti uomini "liberi", imbrigliati da una serie infinita di condizionamenti di ogni tipo propri del nostro viver sociale".

Sono parole della direttrice del carcere di Piacenza, scritte sul primo numero di Sosta Forzata. E noi allora ci appelliamo a lei, chiedendole di garantire a quegli uomini la loro "pari dignità", garantendo prima di tutto che continuino a fare il giornale che stanno facendo, nel modo in cui lo stanno facendo e con le persone che da sempre ne sono responsabili.

Di recente però, in una lettera inviata all'associazione "Oltre il muro" - a settembre ancora editore del giornale - la stessa direttrice a proposito di Sosta Forzata fa riferimento a "Un'esperienza che va, dopo oltre 10 anni, comunque ricalibrata, alla luce degli incidenti di percorso che purtroppo, lungo il cammino, non sono mancati". "Ricalibrare" esperienze difficili come i nostri giornali è un lavoro che dobbiamo fare sempre, essendo le nostre redazioni composte non da professionisti, ma da persone detenute con poca esperienza e tanta voglia però di mettersi in discussione, ma è la redazione stessa di Sosta Forzata che deve farlo, è la redazione che deve avere la responsabilità di gestire quei piccoli tempi e spazi di autonomia, che anche in un carcere dovrebbero essere garantiti.

"Incidenti di percorso" nella vita difficile dei nostri giornali ci sono e ci saranno sempre, perché i nostri giornali vivono dentro carceri che, non dimentichiamolo, sono state (e sono in larga parte ancora) fuori legge, e c'è voluta l'Europa per richiamarci alla legalità (ci verrebbe comunque da dire che l'Amministrazione penitenziaria di "incidenti di percorso" ne ha disseminati tanti sulla sua strada).

E non dimentichiamoci neppure che il provveditore dell'Emilia Romagna, Pietro Buffa, ha dovuto emanare una circolare sulla "umanizzazione delle pene", il che significa riconoscere che le pene in questi anni tanto umane non sono state.

Sottolineo questa complessità della situazione nella quale operiamo perché ritengo che, in questo quadro, vadano finalmente ridefiniti nelle carceri il ruolo del volontariato e della comunità esterna, e in particolare il ruolo delle realtà che si occupano di informazione dal carcere e sul carcere. Vanno ridefinite perché il nostro è uno strano Paese: quando qualcosa dà fastidio, subentrano subito i "motivi di sicurezza". Con tutto il rispetto per la sicurezza, noi pensiamo che giornali, associazioni, volontariato, società esterna in questi anni abbiano solo contribuito a rendere le carceri più sicure, stemperando le tensioni e creando attività e iniziative, là dove altrimenti ci sarebbe il deserto.

Mi preme anche sottolineare che non mi risulta che l'Amministrazione penitenziaria eserciti qualche forma di controllo per esempio sull'organizzazione interna delle cooperative che operano in carcere, sui loro presidenti, sui loro soci, ma sembra invece "normale" che lo faccia nei confronti dei giornali, come a voler sottolineare una particolare "pericolosità" dell'informazione. Ricordo intanto a qualche distratto che noi che firmiamo i giornali dalle carceri ne siamo responsabili anche penalmente, e credo di poter dire abbastanza serenamente che questa responsabilità la esercitiamo forse in modo più attento di tanti nostri colleghi dei giornali "liberi", se non altro perché la galera la vediamo ogni giorno, e anche lo stato della nostra Giustizia, e dunque preferiamo non correre il rischio di doverci avere a che fare direttamente.

Se ci saranno davvero gli Stati Generali delle pene e del carcere, chiediamo allora che si cominci a discutere anche di questo: degli spazi di autonomia e indipendenza che devono avere i giornali e chi si occupa di informazione dalle carceri. Non è una questione secondaria, al contrario è una garanzia che le carceri non tornino ad essere quei luoghi opachi e nascosti che sono state soprattutto in questi ultimi anni.

Nella Carta dei doveri del giornalista c'è scritto "Il giornalista ricerca e diffonde le notizie di pubblico interesse nonostante gli ostacoli che possono essere frapposti al suo lavoro e compie ogni sforzo per garantire al cittadino la conoscenza ed il controllo degli atti pubblici": all'Ordine dei Giornalisti chiediamo allora se questo vale anche per chi fa informazione dalle carceri, e se non è venuto il momento di tutelare delle realtà come le nostre, che lavorano in luoghi poco abituati alla trasparenza e proprio per questo dovrebbero essere doppiamente sostenute e difese. Perché non basta che il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria permetta l'accesso in carcere a qualche giornalista per garantire democrazia e apertura. No, la sfida dell'apertura e della democrazia sono proprio i nostri giornali, che in carcere hanno le loro redazioni, fatte di persone detenute e di operatori esterni, e quindi scrivono a partire da una conoscenza profonda di una realtà, che altrimenti resterebbe estranea e lontana.