di Massimo Lorello
La Repubblica, 29 aprile 2025
Mentre i genitori delle vittime precipitano nell’ergastolo del dolore, i carnefici si consegnano all’ergastolo giudiziario con raggelante incoscienza. Esiste una nuova categoria di ergastolani che sta riempendo le patrie galere. È composta da giovanissimi che non conoscono il valore della vita umana, che sono pronti a sopprimere quella degli altri e, di conseguenza, a compromettere la propria. Non hanno grandi carriere criminali alle spalle e a volte non ne hanno affatto. Eppure, sono in grado di tagliare la gola a una ragazza colpevole di restare indifferente ai corteggiamenti, sono in grado di uccidere tre persone a colpi di pistola dopo un banale, stupido, irrilevante, diverbio sull’imprudenza nella guida di uno scooter.
Mentre i genitori delle vittime precipitano nell’ergastolo del dolore, i carnefici si consegnano all’ergastolo giudiziario (o a condanne pressoché equivalenti) con raggelante incoscienza o forse con una coscienza che la psicologia, la sociologia, l’antropologia non conoscono ancora. Ci sarebbe, invero, un indizio dal quale partire. Ed è la dose quotidiana di odio che tante, troppe persone, anche le più distanti dal crimine, sentono il bisogno di riversare sul resto dell’umanità. Non è disappunto, non è insofferenza, non è intolleranza. È proprio odio. Nessuna generazione e nessuna classe sociale ne è immune, come emerge dai commenti che alimentano i social network. L’odio è il sentimento più familiare del terzo millennio.











