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di Glauco Giostra

Avvenire, 7 maggio 2025

Su giustizia e carceri, i governi del recente passato hanno prodotto, con sensibilità culturale e lungimiranza politica, interessanti progetti di riforma, tradendo poi, per miopi calcoli elettorali, ogni fiduciosa attesa. L’attuale sembra, più “coerentemente”, chiudere qualsiasi spiraglio alla speranza. Si concludono oggi i tre giorni di astensione dalle udienze proclamate dall’Unione Camere penali per protestare contro il c.d. DL Sicurezza, esprimendo il “più ampio e profondo dissenso sia nei confronti delle singole norme, violatine dei principi costituzionali di proporzionalità, ragionevolezza, offensività e tassatività, che della visione securitaria e carcerocentrica”. Difficile non condividere pienamente entrambi i rilievi critici.

Basti pensare, sotto il primo profilo - come denuncia il documento delle Camere penali - “alla inutile introduzione di nuove ipotesi di reato, ai molteplici sproporzionati e ingiustificati aumenti di pena, alla introduzione di aggravanti prive di alcun fondamento razionale, alla sostanziale criminalizzazione della marginalità e del dissenso ed alla introduzione di nuove ostatività per l’applicazione di misure alternative alla detenzione”. Nel complesso poi, questa lenzuolata di novità normative ad alta illiberalità ed a bassa efficienza costituisce in effetti l’ennesima espressione di un demagogico giustizialismo, che, a sua volta, altro non è se non il cugino del populismo che ha studiato legge.

Ma è sul fronte del dramma penitenziario - fronte su cui l’Unione ha da sempre condotto una battaglia di civiltà, non soltanto giuridica - che la delibera di astensione orienta prevalentemente i suoi rilievi critici, non soltanto perché “l’entrata in vigore di tali discusse norme non farà altro che aumentare la popolazione carceraria, con ulteriore aggravio del fenomeno del sovraffollamento e con il definitivo collasso di strutture già allo stremo”, ma anche per denunciare le responsabilità in omittendo, non essendosi provveduto alle “assunzioni di personale sanitario, amministrativo e di polizia”, al fine di garantire le adeguate “risorse destinate alla sicurezza, al trattamento ed alla assistenza psichiatrico-sanitaria”.

Nonostante la meritoria iniziativa delle Camera penali, riesce difficile nutrire qualche speranza di attenzione politica al dramma carcerario, se anche autorevolissimi moniti - condanna per trattamento inumano e degradante dei detenuti da parte della Cedu, preannunci di incostituzionalità della Corte costituzionale, incalzanti raccomandazioni degli ultimi due Presidenti della Repubblica, accorati appelli di Papa Francesco - sono stati sostanzialmente ignorati.

Coscienze imperturbabili, salvo qualche frettoloso rammarico di circostanza, anche quando dalla disperante situazione penitenziaria si leva, con agghiacciante frequenza, un esangue indice accusatore: “Devi rispondere anche di questa mia morte, tu Stato, che invece di limitarti a privarmi della libertà, mi hai umanamente distrutto”. I governi del recente passato hanno prodotto, con sensibilità culturale e lungimiranza politica, interessanti progetti di riforma, tradendo poi, per miopi calcoli elettorali, ogni fiduciosa attesa.

L’attuale sembra, più “coerentemente’: chiudere qualsiasi spiraglio alla speranza. Il Ministro della Giustizia Nordio ha chiarito che il sovraffollamento e le sue conseguenze dipendono dal numero di coloro che commettono i reati. Considerazione che oscillerebbe tra l’insensato e l’irridente, provenendo da una figura di qualificata esperienza, tanto più se letta insieme alla gragnuola di reati e di inasprimenti di pena introdotta con il Decreto. Ma che ben si spiega, se inscritta nel disegno politico proteso ad esibire alla insicura collettività il rigonfio bicipite della repressione penale. La Presidente del Consiglio, da parte sua, dice di non aver mai creduto “che la strada per ridurre il sovraffollamento siano indulti e svuota-carceri”, ritenendo piuttosto che servano “misure strutturali per ampliare gli spazi a disposizione”.

Forse è bene premettere che con l’iperbolico neologismo svuota-carcere si è inteso da tempo connotare allarmisticamente la semplice introduzione di alcune misure alternative alla detenzione per i meritevoli, e con questo allusivo pericolo si è riusciti a far fallire ogni conato di riforma. Un’idea, quella espressa dalla Presidente, in frontale contrasto con le raccomandazioni da tempo formulate dal Consiglio d’Europa: dopo aver avvertito che “aumentare la capacità ricettizia significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere”, il Consiglio ha esortato a far ricorso alle misure alternative, ritenute “mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa”, evitando “gli effetti negativi della reclusione”.

Postilla: seguendo tali raccomandazioni l’Olanda ha chiuso diversi penitenziari e sino ad oggi si è rifiutata di consegnare alle autorità italiane un presunto pluriomicida per lo stato delle nostre carceri “inumane per sovraffollamento, numero di suicidi e inadeguatezza delle strutture”.