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di Simona Musco

Il Dubbio, 26 luglio 2026

L’Anm: “Attacco inaccettabile”. Il procuratore afferma che gli istituti di pena sono gestiti dai clan e il Guardasigilli si indigna: “Gravità inaudita”. Poi il contropiede di sindacati e magistratura a difesa della toga. Il duello tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la magistratura si riaccende. Questa volta a far saltare il tappo sono state le dichiarazioni del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, che ieri, nel corso di un incontro sul racket del pizzo organizzato da Assostampa, ha affermato che gli istituti di pena “non sono più sotto il controllo dello Stato”, quindi “le carceri non esplodono perché i detenuti non vogliono farle esplodere, il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”.

Parole che sono rimaste sospese per ore, fino a quando in serata è arrivata la reazione furiosa del guardasigilli: “Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha perso il controllo di sé stesso. È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l’intero Corpo della Polizia penitenziaria, che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo all’intero territorio nazionale. Non è il modo migliore per creare quell’atmosfera di leale collaborazione che stiamo attuando, con interlocuzioni attente sia con il procuratore nazionale antimafia, sia con il Csm, sia con l’Anm”.

Era stato proprio il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, a lanciare un allarme simile un anno fa (“Il regime di Alta sicurezza è in mano alla criminalità”), senza però suscitare la stessa reazione. Ma la replica di Nordio ha scatenato una catena di solidarietà per il procuratore, a partire dall’Associazione nazionale magistrati. L’allarme lanciato da De Lucia, ha esordito il sindacato delle toghe, “merita ascolto. Eppure sul dramma delle carceri, sia per quanto riguarda l’insopportabile sovraffollamento che toglie dignità ai detenuti e costringe la Polizia penitenziaria a lavorare in condizioni non sostenibili, sia per quanto riguarda i temi della sicurezza in questi anni dal governo non ci sono state risposte adeguate. Né si profilano interventi concreti per risolvere tale drammatica crisi”.

Davanti all’allarme di un procuratore in prima fila nella lotta alla mafia, ha aggiunto la giunta esecutiva centrale dell’Anm, “la reazione del ministro della Giustizia lascia interdetti: nessuna risposta nel merito, ma solo un attacco scomposto e inaccettabile. Il ministero ha il compito di risolvere i problemi del sistema penitenziario, non di attaccare con veemenza chi combatte la criminalità. Siamo al fianco del procuratore De Lucia, del personale di Polizia penitenziaria che svolge un ruolo delicatissimo con grande professionalità e dei magistrati di sorveglianza che devono gestire situazioni di enorme complessità con risorse sistematicamente inadeguate. Sulle carceri servono risposte e azioni immediate”.

Sui social è intervenuto anche Sebastiano Ardita, già direttore generale del dipartimento detenuti e trattamento del Dap: “Quello che ha dichiarato il procuratore De Lucia è esattamente ciò che è accaduto: il controllo delle carceri da parte della criminalità. Dire che questa è un’offesa alla Polizia penitenziaria, significa che che non si è compreso da dove parte il problema. Significa non essersi documentati, ma neppure incuriositi per capire come si sia arrivati a tutto questo. Non aver compreso quali scelte politico-amministrative, quali enormi assunzioni di responsabilità giuridiche, contabili, forse anche penali, si annidano in alcune scelte di gestione penitenziaria compiute tra il 2012 e il 2015 (ovvero con il governo Monti e, dal 2013, coi governi Letta e Renzi, ndr). E questo la polizia penitenziaria lo sa benissimo. Sarebbe bastato chiedere a uno di loro anziché difenderli da un’accusa che nessuno gli ha mosso e potrebbe mai muovergli”.

A dare ragione al procuratore sono stati poi gli stessi sindacati di polizia. In una nota congiunta, Aldo Di Giacomo (segretario generale) e Maurizio Mezzatesta (delegato nazionale per la Sicilia del Sindacato polizia penitenziaria) spiegano che le sue dichiarazioni “sono la conferma più autorevole della nostra forte denuncia. Anche il più alto magistrato di Palermo, per la prima volta in assoluto tra i magistrati siciliani, ammette la “resa” dello Stato nelle carceri siciliane”. I due sindacalisti sottolineano come le carceri siciliane, le peggiori d’Europa per sovraffollamento e violenze, siano ormai “basi operative” per lo spaccio di droga dentro e fuori i penitenziari: “Da quattro anni denunciamo che la mafia, come la camorra e la ‘ndrangheta, in generale la criminalità organizzata, si combattono dal carcere da dove continuano a comandare, a decidere traffici e omicidi e a seminare terrore tra operatori economici e cittadini. Si pensi solo al traffico di stupefacenti interno. Intorno al traffico e all’uso di droga è sempre la criminalità organizzata a fare affari controllando, come è accaduto per l’inchiesta di Siracusa, le più grandi piazze di spaccio fuori.

Dopo le dichiarazioni del procuratore De Lucia a cui diamo atto del coraggio dimostrato la priorità resta quella di riprendere il controllo delle carceri togliendolo alle mafie per ristabilire legalità e sicurezza dentro e fuori. Ministero alla Giustizia, Dap, Parlamento questa volta non possono ignorare la nuova denuncia che è la nostra stessa”. Dalla parte del ministro si è schierato invece il consigliere laico del Csm Enrico Aimi: “Assistere alle contorsioni verbali di chi, in queste ore, accusa il ministro della Giustizia Carlo Nordio di “delegittimazione” o “attacchi scomposti” significa ribaltare la realtà dei fatti. Le parole del ministro Nordio non nascono da un intento polemico, ma dalla doverosa tutela del corretto equilibrio e della leale collaborazione tra i poteri dello Stato. Nessuno mette in discussione il valore delle indagini né la figura del procuratore De Lucia, ma il richiamo del ministro tocca un punto istituzionale essenziale: l’opportunità e la misura della comunicazione pubblica su temi delicatissimi come la sicurezza penitenziaria. Dichiarazioni d’allarme generalizzate rischiano di ingenerare ingiustificati allarmismi, delegittimando l’enorme e quotidiano sforzo della Polizia penitenziaria e dell’intero sistema ministeriale che lavora sul campo”.