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di Giuseppe Gargani

Il Dubbio, 10 ottobre 2025

“Questa riforma completa il lavoro che fece Vassalli: la divisione dei ruoli deve essere un caposaldo”. Per affrontare i problemi della magistratura in riferimento alla riforma del ruolo del pubblico ministero meglio conosciuta come “divisione delle carriere”, che si discuterà in quarta lettura al Senato nelle prossime settimane, è necessario fare una riflessione sulle norme della Costituzione e sulla ratio dell’ordinamento giudiziario. Il discorso sul futuro della magistratura e dei relativi problemi costituzionali ancora aperti, è molto importante per la democrazia, ma le soluzioni finora sono incerte.

La magistratura ha un rapporto difficile con il legislativo per cui nel nostro paese l’equilibrio dei poteri è saltato da vari anni e la democrazia non può non ricevere un vulnus. La novità degli ultimi anni è che la magistratura ha assunto un ruolo diverso, rispetto al passato, e la sua indipendenza si è incrinata rispetto al prevalere dell’” autonomia” che le consente di interpretare in maniera soggettiva le regole dei codici e delle leggi. Il tema è come poter ottenere una magistratura all’altezza della situazione, che sia garanzia della società italiana.

Ci sono molte questioni costituzionali aperte, sulle quali è necessaria una valutazione anche politica. Il futuro della magistratura è molto incerto perché incerta è la democrazia e in tutto il mondo il rapporto tra i poteri è molto logorato: dobbiamo prendere atto di questa situazione se vogliamo dare un giudizio fino in fondo realistico e veritiero. Vi è un contrasto tra la magistratura e la politica che si è inasprito da Tangentopoli in poi. Il contrasto c’è sempre stato nella storia dei popoli, ma oggi ci troviamo in una situazione di grande prevalenza del giudiziario e di grande arretramento della politica. Quindi, se il contrasto si è accentuato con le indagini di Tangentopoli, è perché la magistratura ha voluto e vorrebbe con le sue indagine condizionare la storia del nostro paese. Ci troviamo di fronte una narrazione, da Tangentopoli in poi, che ha distrutto i partiti, ma che non corrisponde alla verità, che ha fatto venir fuori il populismo e che ha allontanato definitivamente il cittadino dalle istituzioni. La colpa è soprattutto della magistratura, perché ha assunto un valore etico molto pericoloso, perché ha deciso di dover incidere nelle questioni sociali, non come “terzo”, ma come parte in causa rispetto alle grandi questioni sociali che affliggono il nostro Paese.

La Costituzione fu fatta sulle ceneri del fascismo e il capitolo “magistratura” fu messo da parte, in qualche modo in una “nicchia”, perché l’esperienza fascista precedente faceva temere la perdita della indipendenza dell’organo giudiziario. Non si voleva correre il pericolo che la magistratura influisse e prevalesse, quindi l’”autonomia”, prevista dalla Costituzione, aveva questa finalità. Di conseguenza oggi la magistratura è più “autonoma” che “indipendente”: questo è il grande problema.

L’ “autonomia” è caratteristica dell’”ancien regime”, perché l’evoluzione istituzionale richiede l’indipendenza ma anche la responsabilità e la magistratura non è responsabile istituzionalmente. Il Pubblico Ministero non è responsabile. Il legislatore non lo ha voluto riforme o modifiche in tutti i lunghi anni della Repubblica è anche difficile farle oggi. Il problema da affrontare è dunque quello di far coincidere la responsabilità con la piena indipendenza e superare l’”autonomia” che porta alla separatezza. È vero che la interpretazione è data dalla giurisprudenza che è prevalente, che le leggi che approviamo contengono una “delega” ampia, e oggi, nonostante il contrasto che c’è tra la maggioranza di governo e la magistratura, la delega è ancora più accentuata, per cui il magistrato interviene su tutte le questioni e decide… interpretando.

La conclusione sul piano istituzionale è che la prevalenza della giurisdizione è insopportabile per la democrazia e siccome nel mondo è contestata la democrazia che registra la sua debolezza, la prevalenza del giudiziario ritengo che sia particolarmente pericoloso. E allora, per intenderci, la “divisione delle carriere”, che sta per essere approvata è un problema importante non propedeutico alla subordinazione all’esecutivo, come dicono in coro i magistrati, ma funzionale ad un sistema che rompa l’unità della giurisdizione per un approccio costituzionale diverso.

Tanti di noi ci siamo battuti per questo quando nel 1989 approvammo la riforma del Codice della Procedura Penale, e bisognerebbe rileggere le osservazioni del Ministro Giuliano Vassalli in quegli anni, che diceva a gran voce: se modifichiamo il Codice di Procedura Penale, ne viene di conseguenza che bisogna cambiare i ruoli della magistratura, perché la divisione delle carriere, cioè “la divisione dei ruoli”, è una riforma sistematica, di principio e deve essere un caposaldo del processo, nel quale si contrappongono le “parti”. Non è rilevante il difficile passaggio da pubblico ministero a giudice, ma è necessaria una configurazione sistematica del processo con le “parti” e il giudice terzo. Quindi è giusto introdurre questa distinzione di ruoli ma è necessario modificare la Costituzione se vogliamo risolvere il problema fondamentarle del rapporto istituzionale tra i poteri dello Stato.

Bisogna, in conclusione, prendere atto che la magistratura oggi è un “potere” che va regolato, come tutti i poteri; ma in riferimento alla proposta di legge in discussione al Senato non possiamo non rilevare che il sorteggio per la scelta dei componenti del CSM è scandaloso, anticostituzionale e arretrato, e offusca il ruolo al Consiglio Superiore che tanto varrebbe sopprimerlo. Il sorteggio veniva fatto ai tempi dell’Agorà, ma mi pare che il processo democratico abbia fatto maturare altri orizzonti istituzionali lungo i secoli. Il Consiglio Superiore ha la rappresentanza dei magistrati e in epoca moderna, dopo la Rivoluzione Francese la rappresentanza avviene col voto dei cittadini: in questo caso con il voto dei magistrati. Il sorteggio previsto anche per il Parlamento è avvilente e altera le regole democratiche. Bisogna recuperare un dialogo tra maggioranza e opposizione in modo da premiare il significato vero della divisione dei ruoli e cancellare il sorteggio. Se dunque la divisione delle carriere è l’inizio di un itinerario istituzionale di riforme coerenti e innovative al tempo stesso, è necessario evitare lo scontro o l’incomunicabilità tra la maggioranza e la opposizione per evitare un referendum artificiosamente divisivo.