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di Andi Shehu*

L’Espresso, 17 agosto 2026

L’Italia è il primo Paese europeo per casi documentati di denunce Slapp. Ma il decreto che dovrebbe recepire la direttiva europea lascia fuori nove casi su dieci. Nel maggio del 2025 due cittadini di Pesaro hanno firmato un esposto sui rischi di un deposito di gas liquido in una zona abitata. Il mese dopo la società proprietaria dell’impianto ha risposto con una richiesta di risarcimento da due milioni di euro e una querela per diffamazione aggravata. Due cittadini senza una redazione o un ufficio legale alle spalle che avevano semplicemente firmato un foglio. Chi promuove una causa così non spera nell’esito positivo della sentenza. Perdere la causa costa a chi la fa qualche migliaio di euro di spese, mentre costa a chi la subisce tre o quattro anni di avvocato e udienze con la paura di una condanna. Si chiamano Slapp, azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica, e l’effetto è che la volta dopo, prima di firmare un esposto, uno ci penserà. L’Italia è il primo Paese europeo per casi documentati.

Nel 2024 l’Ue ha approvato una direttiva, la cosiddetta Legge Daphne dalla giornalista maltese Caruana Galizia uccisa nel 2017, vittima di decine di cause di questo tipo. L’Italia avrebbe dovuto recepire la direttiva entro il 7 maggio, non lo ha fatto, e il 15 luglio la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione. Lo schema di decreto è arrivato in Parlamento il 9 luglio. Ai due cittadini di Pesaro quel decreto non servirebbe. Intanto perché vale solo per le cause civili, mentre contro di loro c’è anche una querela: in Italia la diffamazione resta un reato, il che rende la denuncia lo strumento di pressione più comodo che ci sia. Inoltre, vale solo per le vicende con un elemento transfrontaliero, mentre la loro si svolge per intero fra Pesaro e un tribunale italiano. Su entrambi i limiti Bruxelles non poteva fare di più: in materia di giustizia, i trattati le permettono di occuparsi soltanto della cooperazione civile fra Stati diversi. Proprio per questo la direttiva si definisce uno standard minimo e invita gli Stati ad andare oltre. Belgio, Francia, Paesi Bassi e Polonia lo hanno fatto.

L’Italia no; ha ricopiato il ristretto perimetro europeo e poi lo ha stretto ancora. Per la direttiva, una causa smette di essere transfrontaliera a due condizioni insieme: che le parti vivano nello stesso Paese e che lì si trovi tutto il resto della vicenda. Il decreto italiano ha mantenuto solo la prima. Il 30 luglio il decreto è passato dalla commissione affari Ue della Camera proprio per verificare la compatibilità delle leggi con il diritto europeo. La relatrice, Alessia Ambrosi (FdI), ha spiegato che il testo adotta “una definizione molto ampia di questione transfrontaliera” e ha aggiunto che un caso lo è “a meno che entrambe le parti abbiano il domicilio nello stesso Stato del tribunale adito e ogni altro elemento rilevante della vicenda sia localizzato esclusivamente in quel territorio”.

È una descrizione esatta; peccato che descriva la direttiva europea e non il decreto italiano. Le condizioni sono due e valgono insieme: dove vivono le parti e dove si svolgono gli elementi della vicenda. Il decreto italiano, però, si ferma alla prima. Basta che le due parti risiedano qui perché il caso sia interno, anche quando l’inchiesta riguarda una multinazionale o un impianto costruito all’estero. La conseguenza è che le tutele previste lascerebbero fuori oltre nove casi italiani su dieci. Ambrosi ha concluso che “non ravvisa disposizioni contrarie all’ordinamento dell’Unione europea” e la commissione ha dato parere favorevole senza osservazioni. Le proposte alternative di Pd e M5s sostenevano il contrario, ma sono rimaste nel cassetto: si votano solo se il parere del relatore viene bocciato.

Poi c’è il rilievo che è comparso e scomparso. Il 3 agosto, in commissione Giustizia al Senato, il capogruppo di FI Pierantonio Zanettin ha chiesto una precisazione proprio sul criterio transfrontaliero. Nella bozza di parere mandata ai senatori, quel rilievo c’era. Il 5 agosto, al momento del voto, non c’era più. Lo mette a verbale la presidente della commissione, Giulia Bongiorno, senza aggiungere altro. Quel 5 agosto hanno votato tutte e due le Camere e i due pareri sono quasi identici; alla Camera il relatore ha dichiarato di aver “condiviso i contenuti con il relatore presso l’omologa commissione del Senato”. Due osservazioni ciascuno, le stesse, e nessuna sull’articolo che restringe il campo e che rischia di rendere il decreto incompatibile con la direttiva. Una delle due tocca il merito delle tutele: chiede al governo di cancellare la norma che permette al giudice di far pagare a chi ha promosso una causa abusiva l’intera parcella dell’avvocato della vittima, anche oltre le tariffe forensi. La direttiva prevede l’opposto: rimborso integrale, salvo spese eccessive. Il Parlamento chiede di ridurre il rimborso a chi la causa l’ha subita.

Anche in queste commissioni, le proposte alternative di Pd e M5s non sono arrivate al voto. Alla Camera il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni (FdI) ha dichiarato di condividere il parere del relatore. Il governo, quindi, ha già sostanzialmente detto di sì. Adesso il testo torna al Consiglio dei ministri, che potrà correggerlo o firmarlo così, non essendo vincolato da quanto il Parlamento ha detto. Succederà probabilmente a fine agosto, quando le redazioni sono a organico ridotto e il Paese è al mare. Non serve un complotto quando basta un calendario. Chi una causa bavaglio la sta già subendo non è coperto in ogni caso: le nuove garanzie vengono applicate ai soli procedimenti avviati dopo l’entrata in vigore. Non è un obbligo europeo ma una scelta italiana, contestata da Pd e M5s. Vuol dire che i due cittadini di Pesaro e le decine che, come loro, aspettano una sentenza, leggeranno di una legge nata per proteggerli e scritta in modo da arrivare dopo di loro.

*Policy Officer, The Good Lobby Italia