di Guido Trombetti
Il Mattino, 17 luglio 2024
Ciò nonostante l’Europa abbia richiamato severamente l’Italia per lo stato del suo sistema carcerario. Allarmante il dato dei suicidi in carcere: oltre una sessantina nei primi sei mesi di quest’anno. “I suicidi (di detenuti e degli stessi agenti di polizia penitenziaria) sono uno tra i molteplici indicatori del fallimento del carcere: l’indicatore più̀ drammatico, ma certamente non l’unico “scrive Emilio Dolcini. E prosegue “Il livello medio di istruzione della popolazione penitenziaria (61.500 persone) è molto basso. I detenuti che hanno conseguito un diploma di scuola media superiore o di scuola professionale non raggiungono il 10%. Il numero dei laureati è tuttora inferiore a quello degli analfabeti (nel 2023 i laureati erano 604, gli analfabeti 824). Questi dati dicono che il carcere è una discarica sociale nella quale i rifiuti della società̀ vengono accumulati e lasciati marcire... I tassi di recidiva si abbassano se la pena viene scontata in un carcere ‘aperto e umano’ (prototipo, quello milanese di Bollate)”.
La madre di tutti i problemi è il sovraffollamento. I detenuti vivono quasi ovunque in condizioni barbare. Privati non solo della libertà. Ma del diritto al decoro minimo. Costretti in celle anguste per il numero di persone ospitate. Con servizi primari a giorno e in comune. Per non dire della carenza di personale di sorveglianza e di personale specializzato nei compiti di recupero ed assistenza. Ci vediamo costretti a richiamare l’ovvio. Il carcere ha una doppia funzione. Punitiva e correttiva. E la prima deve essere funzionale e subordinata alla seconda. Si può sostenere che la detenzione ha un suo valore intrinseco come strumento per far scontare una colpa separato dalla finalità di recupero? Se qualcuno lo pensasse non avrebbe il coraggio di affermarlo. “Le pene, ammonisce la Costituzione, “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” (e tanto più le detenzioni cautelari). Il ricorso al carcere è purtroppo una necessità, ma ogni sforzo deve essere fatto per limitarlo” scrive Bruti Liberati. Ed invece le condizioni nelle quali vivono i detenuti trasformano il periodo di carcerazione in uno strumento di tortura. Quasi l’obiettivo dello stato fosse solo la vendetta.
Sostiene Andrea Pugliotto che di fronte a tale scenario “la risposta più comune è un’alzata di spalle, facilmente traducibile: a mali estremi, estremi rimedi…Questa non può però essere la tesi di uno Stato di diritto.” E intanto in giro non si vedono cortei né manifestazioni di protesta. Solo qua e là interventi sulla stampa. Che, esattamente come il mio, lasciano il tempo che trovano. Non si tratta di assumere posizioni fanciullesche pensando che si possa abolire la detenzione. La privazione della libertà è una medicina estremamente amara. Ma è l’unica che si conosca. Però la carcerazione non può essere la sola forma di privazione della libertà. Ci sono metodi alternativi. Almeno per reati meno gravi o periodi di pena residuale. La detenzione in carcere, così come è oggi, diventa una sorta di corso di perfezionamento per acquisire titoli nella carriera criminale. L ‘interesse pubblico non risiede nel tenere quanto più a lungo possibile in carcere i rei. E qui mi viene in mente, come sempre quando affronto simili argomenti, che per Schopenhauer alla base dell’etica c’è la compassione, non la ragione come sosteneva Spinoza.
Anche papa Francesco sembra sfiorare il pensiero di Schopenhauer quando dice: “Misericordia e giustizia non sono alternative ma camminano insieme perché la misericordia non è la sospensione della giustizia, ma il suo compimento”. Ancora a sostegno di misure alternative al carcere vi sono argomenti di carattere socioeconomico. Un detenuto costa allo Stato. E pertanto se è in grado di lavorare, iniziando così anche un percorso di recupero, occorre dargliene la possibilità. In un mondo civile bisogna reagire. Mettere in moto un movimento di idee che obblighi la politica ad affrontare il problema. Per comprendere il carattere emergenziale della situazione basta leggere quello che scrive su L’Unità Tullio Padovani: “Si chiudono gli alberghi che non corrispondono alle condizioni adeguate a ricevere ospiti in condizioni di sicurezza, in condizioni di salute, in condizioni di igiene, e invece si tengono aperte carceri che non sarebbero in grado di ospitare nemmeno i maiali, secondo la normativa dell’Unione europea”. Forse veramente non si può più rinviare la promulgazione di un indulto.










