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di Ciriaco M. Viggiano

L’Edicola del Sud, 5 febbraio 2025

La detenzione della giornalista Cecilia Sala in Iran è stata accompagnata da un’ondata di indignazione per le disumane condizioni in cui versano gli ospiti del carcere di Evin. Celle sovraffollate e spesso senza finestre, zero letti o brandine ma solo un tappeto e una coperta per ripararsi dal freddo, cuscini infestati dagli insetti, luce accesa giorno e notte per impedire ai reclusi di dormire, senza dimenticare pessime condizioni igieniche e sistematiche violazioni dei diritti umani: quanto basta, insomma, per far sì che anche i manettari più convinti si stracciassero le vesti. Peccato, però, che altrettanta attenzione non sia stata e non sia tuttora riservata al tema della detenzione in Italia. Intendiamoci: qui nessuno vuole paragonare le carceri nazionali a quelle del regime degli ayatollah. Ma se la civiltà di un Paese si misura anche dalle condizioni in cui versano i suoi penitenziari, beh, l’Italia non se la passa proprio benissimo.

Basta analizzare i numeri che, si sa, hanno il pregio di non mentire mai. Il sovraffollamento medio sfiora il 150%, con picchi del 225 a Milano San Vittore, 205 a Brescia Canton Mombello, 200 a Como e a Lucca, 195 a Taranto e a Varese del 194. E il 2024 è stato caratterizzato da una drammatica sequenza di suicidi, ben 89 tra i detenuti e sette nel personale della polizia penitenziaria. Eppure, davanti a una situazione tanto drammatica e lesiva dei diritti costituzionali, nessuno sembra scandalizzarsi. Nemmeno Andrea Delmastro, sottosegretario al Ministero della Giustizia, che in estate ha visitato le carceri di Taranto e Brindisi precisando di non volersi “inchinare alla Mecca dei detenuti”. E forse nemmeno lo stesso guardasigilli Carlo Nordio che continua a escludere provvedimenti ormai indispensabili come amnistia e indulto, pur di assecondare le istanze securitarie del suo elettorato.