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Il Dubbio, 1 dicembre 2025

Un estratto del libro “Vite minori. Storie vere di ragazzi dietro le sbarre” di Raffaella Di Rosa (ed. Il Millimetro) Capitolo IX - Il ragazzo che legge Dumas. “Devo essere spontaneo e dirti quello che direi io o devo rispettare i canoni del carcere?”. Daniele fa questa domanda, ma si capisce subito che dirà solo quello che vuole. Ha 19 anni, indossa una tuta rossa e le ciabatte con i calzini, quasi una divisa d’ordinanza dietro le sbarre. Ha i capelli biondi a caschetto che cadono un po’ sugli occhi. Due occhi azzurri di ghiaccio, velati di tristezza, una tristezza che Daniele non ha nessuna intenzione di trasmettere con le parole.

Ha vissuto cento vite nei 19 anni della sua. Ha cambiato nove comunità per minori, quattro o cinque famiglie affidatarie, diverse carceri. Ha dormito da amici e per strada e definisce questa la sua forza, la palestra che lo ha reso chi è oggi. Ha letto il Conte di Montecristo. “Me lo ha regalato il Pubblico Ministero, se non lo hai ancora letto fallo subito, è bellissimo”, dice. È evidente che non sta mentendo, anche se Daniele le bugie un po’ ha imparato a dirle, per sopravvivere.

Nel carcere minorile di Casal Del Marmo, a Roma, è entrato la prima volta due anni e mezzo fa. Era stato prima a Nisida, cinque mesi libero per poi tornare nel minorile di Roma dove si capisce che gli piace stare. Parlare con lui è come salire su una giostra di emozioni contrastanti, ascoltare la vita che sembra quella di un film in cui piangi dall’inizio alla fine, ma resti inchiodato per sapere come va a finire.

Vuoi stare dalla sua parte, anche se certe volte è impossibile. “Sono italiano - dice - nato a Roma. Ho vissuto a Ravenna, Pescara, Salerno, Napoli, poi in Puglia”. I luoghi che cita sono le case famiglia da cui è transitato: “Mia nonna non era in grado di badare a me”. “La mia famiglia? Un vero disastro. Papà non l’ho mai conosciuto, mamma è morta per droga”. Ha il 17 tatuato sul braccio, il giorno in cui sua madre se ne è andata.

Anche il nonno era tossicodipendente e la nonna, l’unico suo riferimento al mondo, è rimasta sola. “Sono cresciuto con gli zii, ma mio zio era cattivo, mi sfondava di mazzate, mi legava al tavolo e mi picchiava. Qualche giorno fa è morto e sono contento”. Non esita quando lo dice, sembra sincero. Daniele parla di sé come di un bambino vivace e iperattivo. “Dieci adulti non sono stati capaci di prendersi cura di me”, dice sorridendo con un po’ di amarezza.

Parla a scatti, quasi mangiandosi le parole, a volte, guarda spesso in basso; ricordare i luoghi e le persone che lo hanno attraversato non è facile, ma lui cerca di non tradire alcuna emozione. L’immagine che deve dare di sé è la corazza con cui cerca di essere qualcuno anche in questo luogo, il carcere con le sbarre e le regole che nessuno gli ha mai dato. “Ti piacciono le regole?”. “Solo se conosco il loro fine”. Le emozioni sono sempre state un problema per questo ragazzino cresciuto da solo. “Anche quando succedevano cose belle io scleravo, quando le emozioni erano troppo forti non riuscivo a contenermi ed ero violento. Ho anche menato mia nonna”, dice mordendo le parole, forse le più difficili da pronunciare.

Racconta di una coppia che lo aveva “scelto”, usa lui questa parola per sottolineare la differenza con le altre famiglie dalle quali era arrivato come un pacco postale. Due nuovi genitori, brave persone, che lo portavano spesso al maneggio e gli piaceva. A volte ci vuole così poco per scoprire le proprie passioni. Daniele aveva scoperto di amare i cavalli, la sua nuova famiglia era a posto, attenta alle sue esigenze, ma è durata poco anche questa. Un giorno una lite in macchina rompe l’incantesimo, Daniele riceve uno schiaffo e non la prende bene. Sarà lui a chiedere a questi nuovi “genitori”, che avevano avuto l’ardire di sceglierlo, di lasciarlo andare: “Mi stavo affezionando ma sapevo che sarebbe finita male”. Del resto, tutte le altre famiglie lo avevano rifiutato, non erano riuscite a capirlo.

Perché questa volta avrebbe dovuto funzionare? È tornato così a essere un nomade. Uno che scappa, sempre. Da tutti. “Per sopravvivere nel mondo da solo facevo furti e scippi. Era il mio modo di vivere. A un certo punto però ero stanco, in una delle comunità in cui mi avevano mandato ho provato a fare il bravo. Un giorno ho visto uno dei responsabili picchiare un ragazzo. Mi sono messo in mezzo, stava menando anche me e l’ho accoltellato”.

Il confine tra realtà e immaginazione, tra verità e volontà di stupire è sottile in questo giovane cresciuto da solo con una vita così lontana da quella di qualsiasi altro ragazzo della sua età. Daniele finisce in una sperduta comunità di campagna con gli asinelli a Olevano sul Tusciano, in provincia di Salerno. Un luogo lontano da tutte le insidie che lo stavano trascinando sempre più giù, ma da cui non riusciva ad allontanarsi. Scappa un’altra volta, sarà il carcere a fermare la sua fuga. “Sono tre anni che sto qui dentro, fine pena novembre 2026, ma ne ho due di sospensione e due processi a settembre. Qualche giorno fa mi hanno trovato il fumo nel telefono. Mi tengono d’occhio”.

Sì, a Casal Del Marmo Daniele è da tenere d’occhio. E non solo qui. Perché quell’aria da ragazzo disincantato, divoratore di libri che molti adulti non hanno mai letto, simpatico e scaltro, nasconde un profilo che chi lavora in carcere conosce bene. Daniele è un leader per gli altri detenuti, uno che sa e vuole farsi rispettare, non sempre con metodi leciti, capace di guidare rivolte che fanno male soprattutto a lui. “Le rivolte? Io cerco di non farmi vedere. Ma non ho mai bruciato una cella perché è denigrante per un detenuto. In cella ci devi stare tu, se spacchi le finestre muori di freddo, se rompi il riscaldamento anche. Se bruci la camera poi ti spostano e siamo già troppi. Allora mena le guardie, tanto sempre una denuncia ti prendi”.

Molti di questi ragazzi hanno paura di uscire, se non è paura è una forte repulsione per il mondo fuori che non li ha mai accolti, fatti sentire a casa. “Uno può dire: “Non vedo l’ora di andare fuori” ma io no. Non lo dico. Perché fuori non ho niente”. È il paradosso e la realtà di certi ragazzi che trovano dietro le sbarre un modo di stare al mondo migliore di quello che hanno conosciuto da liberi. Daniele fuori ha solo la nonna, 70 anni, una donna piccola e sciancata con dei forti dolori a una gamba che le rendono difficile camminare. Anche venirlo a trovare è complicato. La vita di questa nonna è stata complicata. Ha perso tre figli tra droga e malattie. “Nessuno le ha mai dato una gioia - sorride Daniele - pensa che mi dice: tu sei il meglio che ho. E io sto in galera”.

“Come vedi il tuo futuro?”. “Non lo so, me lo chiede sempre anche la psicologa, ma non so rispondere. A me piace scrivere canzoni. Io scrivo e canto. Non mi fa schifo il lavoro perché io voglio essere libero economicamente, ma non voglio fare il muratore. Vorrei fare qualcosa di grande e per farla devi avere un’idea e crederci. Pensa a Jeff Bezos, è stato furbo, ha avuto un’idea e adesso è l’uomo più ricco del mondo, ma cosa ha più di me?”. La risposta a questa domanda la lascia lì, appesa. Dice di avere anche lui un paio di idee che deve ancora organizzare meglio.

Daniele conosce gli equilibri del carcere e di chi lo abita. Con una certa sicurezza di sé traccia il quadro delle vite dietro le sbarre: ci sono gli abusati “e quelli li difendo sempre”. Ci sono i malavitosi che fanno il casino vero, “ma quelli alla fine escono”. E poi ci sono gli stranieri, “che non hanno nulla da perdere, vogliono stare qui, a volte rientrano apposta”. È strano vedere come un giovane diciannovenne possa raccontare la cultura del carcere come un adulto. Racconta che, quando stava a Nisida, facevano le pizze.

“Ne fai settanta la mattina, impari davvero, non come qui”. A Napoli ci sono le regole, i codici e fai la galera meglio. I ragazzi napoletani non si ammazzano tra di loro dentro, ma si ammazzano fuori. Ci sono regole che tutti rispettano per il bene comune. Perché l’obiettivo di tutti è uscire. E poi ci sono i codici: a Nisida, per esempio, quando uno fa una chiamata nessuno parla. Racconta anche una cosa che lascia tutti un po’ interdetti. “Il giorno dei colloqui nessuno si masturba”, dice. “Perché?”. “Perché potresti farlo pensando al familiare di un detenuto, non esiste proprio. Si chiamano regole”.

Passa da un discorso all’altro, da una suggestione a una illuminazione. All’improvviso torna sul suo futuro, mette a fuoco una di quelle idee da strutturare meglio: “Voglio fare l’educatore”. È confuso, però, perché dice che il suo obiettivo è la libertà economica. “Io devo fare i soldi perché la società in cui viviamo è materialista. E voglio anche un figlio”. Nonostante non abbia idea di cosa sia una famiglia, Daniele non mette in conto nemmeno per un istante di non averne una. La rabbia lo tiene sempre acceso. “Sai cosa penso? Mia nonna aveva problemi economici: prendeva 300 euro al mese. Lo Stato ha pagato le comunità in cui mi hanno mandato fino a 900 euro al mese e se quel denaro lo avesse dato a mia nonna per crescere me magari stavo meglio”. L’idea è contorta ma si capisce dove vuole andare a parare. C’era bisogno di un po’ di famiglia nella vita di un ragazzo a cui hanno cercato di darne cento per poi lasciarlo solo al mondo. La violenza per Daniele è uno strumento, lo spiega lui stesso. “Da piccolo ero violento e basta, ora la uso se mi serve. Per esempio in galera”.

Quello che succede la stessa sera di questa conversazione è l’esempio concreto di ciò che voleva dire. Daniele scopre dagli agenti che il giorno dopo dovrà essere trasferito a Catanzaro per esigenze “organizzative”. La verità è che hanno capito che per la sopravvivenza degli equilibri è meglio spostare questo ragazzo con una personalità così forte e in grado di condizionare gli altri. Funziona così il trasferimento, te lo dicono solo poche ore prima, quando tutto è già deciso, per evitare casino. Ma Daniele a Catanzaro non ci vuole andare e organizza una protesta violenta, schiera gli altri detenuti in blocco, si presenta con un pezzo di ferro nella stanza del direttore minacciando di usarlo se non bloccheranno il suo trasferimento. Quella sera ottiene il risultato sperato, la scorta venuta da Catanzaro per portarlo via torna indietro senza di lui. Il trasferimento viene bloccato per motivi di ordine pubblico. E alla sua fedina penale si aggiunge un altro reato. Passa un po’ di tempo e si decide che Daniele, ormai maggiorenne, non andrà in un altro minorile. Oggi è in un carcere per adulti.

“Agg perz ‘o cunto r’e città cagnate/E a casa nun tengo né mamma né pate./Aggia ricere ‘a verità ‘nteng manco ‘a casa/ nun l’aggio scigliuto ma l’aggio truvato “. Sono alcuni versi della canzone che Daniele aveva scritto quando stava al minorile di Nisida, a Napoli. Dove si impara a fare le pizza davvero e il profumo del forno si confonde con quello della salsedine.