di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 4 novembre 2025
Una circolare del Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, può cambiare la vita ai detenuti, anche se fuori nessuno se ne accorge. In questo caso, niente proclami, battaglie parlamentari, grisaglie ministeriali in subbuglio, opposizioni inferocite, media mobilitati. Nulla, solo poche righe confinate in un testo anonimo, burocratico, poco comprensibile, che piombano in un silenzio di tomba e filtrano nelle celle dei detenuti dalle minuscole bocche di lupo, i lucernari che sempre più spesso sono l’unica interfaccia che hanno con la realtà esterna.
Ce ne sono due, di circolari, a far discutere. Il caso più noto è quella che negli ambienti che si occupano di questi temi viene chiamata “circolare Napolillo”, dal nome del Direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento amministrazione parlamentare, qualifica pomposa rivestita, appunto, da Ernesto Napolillo. Questo testo del 21 ottobre - vi risparmiamo il burocratese - di fatto toglie ai direttori delle carceri il potere di autorizzare attività esterne, educative e di reinserimento sociale, nei penitenziari che hanno anche sezioni di Alta sicurezza o di 41 bis. Questo potere viene centralizzato e avocato al suddetto Dap, il dipartimento centrale del ministero della Giustizia. Sembra un cavillo, ma non è così. Le richieste dovranno arrivare con “congruo anticipo” (una settimana, un mese, un anno?) ma contenere anche l’indicazione esatta degli spazi utilizzati, la durata dell’iniziativa, la lista dei detenuti da coinvolgere, i nomi dei partecipanti esterni con i loro titoli, e il parere del direttore.
La questione è questa. La Costituzione dice che lo scopo della pena è la rieducazione. Ora parliamo più frequentemente di reinserimento sociale, sottraendo il nobile scopo costituzionale al rischio di moralismo etico. Comunque sia, questo sarebbe l’obiettivo. Come si raggiunge? Provando a far svolgere ai detenuti attività lavorative, sportive, ricreative, culturali. Dentro e fuori dalle carceri. Qui ci occupiamo di quelle dentro. Quanti sono i detenuti che fanno qualcosa in carcere, a parte deprimersi, imbottirsi di psicofarmaci e tentare atti autolesionistici? Ce lo dice Antigone: nel 2023 erano circa 6.100 su 61 mila. Uno su dieci. Pochi, che ora rischiano di essere ancor meno.
Finora era il magistrato di sorveglianza, su proposta e parere del direttore del carcere, ad autorizzare gli esterni a entrare, secondo l’articolo 17 del regolamento penitenziario. A Rebibbia, per prassi, i magistrati di Roma delegano il direttore anche all’autorizzazione all’ingresso. Ora deciderà tutto Roma. Le reazioni degli addetti ai lavori non sono mancate. Francesco Maisto, ex garante di Milano: “La circolare rinnega il primo ordinamento democratico dopo 50 anni”. Il garante campano Samuele Ciambriello: “Trasforma le autorizzazioni della magistratura di sorveglianza in orpelli, elementi ancillari”. Francesco Petrelli, presidente delle Camere penali: “Prevale una idea dell’istituzione carceraria come luogo della segregazione e della privazione sempre più impermeabile e ostile”. Interessanti anche le opinioni degli ospiti di Riccardo Arena a Radio Carcere, su Radio Radicale. Ornella Favero, Ristretti orizzonti: “Questa circolare renderà ancora più insopportabile una burocrazia inutile. È un paradosso: si riesce a rovinare quel poco che funziona”. Chiara Gallo, giudice al Tribunale di sorveglianza di Roma: “Si introduce un controllo a monte che renderà tutto più difficile, tra l’altro con una normativa secondaria, rispetto al regolamento penitenziario”. Luigi Pagano, ex direttore di San Vittore e di molti altri e attuale garante dei detenuti a Milano: “Andiamo avanti retrocedendo. È una circolare contro la ratio della legge, che mortifica anche la dirigenza e sovverte la Costituzione. Non dimentichiamoci che Giuliano Amato non fu autorizzato a entrare a San Vittore per presentare un suo libro, perché la domanda al Dap arrivò troppo tardi. E allora c’era solo l’obbligo di informazione”. Stefano Anastasia, garante laziale e docente di Filosofia del diritto: “Non si interviene solo sul circuito dell’alta sicurezza, che tra l’altro riguarda anche detenuti non pericolosi, ma su tutti gli istituti in cui c’è un reparto di alta sicurezza. A Rebibbia femminile, per esempio, ci sono 350 detenute, di cui 15 in alta sicurezza: in questo caso se si vorrà organizzare un incontro, una proiezione di film, un concerto, si dovrà passare per gli uffici romani. Faccio un altro esempio. Ho sentito Giorgio Flamini che ogni anno organizza uno spettacolo in carcere della compagnia di Spoleto nell’ambito del Festival dei due mondi: in questo caso, entrano centinaia di persone, utenti e spettatori del festival. Bisognerà prenotarsi mesi prima? Fornire nomi e titoli di tutti gli spettatori? È chiaro che molte attività semplicemente non si potranno più fare”. Nel frattempo, a Spoleto, tre aggressioni in dieci giorni contro gli agenti della penitenziaria.
La seconda circolare è del 10 ottobre, firmata dal capo del Dap Stefano Carmine De Michele. Tra le varie cose, dice: “Troppo frequenti risultano i cosiddetti ‘pendolarismi ospedalieri’ per urgenze differibili, che generano disagio, costi e rischi di sicurezza. Occorre valorizzare le risorse interne, garantendo continuità delle cure e tempestività delle risposte. Il medico penitenziario deve assumersi la responsabilità di una valutazione rigorosa, contattando direttamente il 118 solo nei casi di effettivo pericolo di vita”. Samuele Ciambriello: “Pendolarismo ospedaliero? È un linguaggio offensivo della dignità delle persone detenute e degli operatori sanitari”. Insomma, se state male, e non state morendo, sarete curati dall’infermeria del carcere, a prescindere dalla malattia. Non un gran messaggio a tutela della salute dei detenuti.
*Diari dal carcere Bisognerebbe fossero letti in Parlamento i Diari dal carcere di Gianni Alemanno. L’ultimo, il 29 settembre, parla di Zoran, “un rom con cittadinanza italiana che si dichiara gay, molto matto e incontrollabile”. Arriva il 30 agosto e viene messo in una cella singola, dove distrugge il lavandino e tenta il suicidio. Il 17 ottobre arriva Joao Victor, “un brasiliano immigrato che si dichiara gay e per questo motivo viene recluso in una cella singola del reparto dei trans”. Ma la cella non ha i servizi igienici, né lavandino, né wc. Fa i bisogni in un secchio. Bisogna trasferirlo. Dove? Ideona: nella cella di Zoran. Si approntano letti a castello, un metro quadro per uno (Sarkozy ne ha undici tutti per lui), senza lavandino, con un unico cesso, a vista. Essendo gay, scrive Alemanno, non possono andare all’ora d’aria, dove ci sono i detenuti dei reparti comuni. Possono solo convivere, scrive l’ex sindaco di Roma, in questa specie di “matrimonio combinato”.
**Identità Il 7 settembre, a Sollicciano, Firenze, si è suicidata una ragazza di 26 anni. Nessun’altra notizia, nessun nome, come spesso succede nelle comunicazioni ufficiali. Il suo, però, l’aveva lasciato scritto sulle pareti della cella, prima di impiccarsi. Un messaggio semplice, definitivo: “Elena vi saluta”.











