di Alfio Sciacca
Corriere della Sera, 20 settembre 2026
Il capo della Polizia Postale: “Sono in prevalenza maschi con difficoltà a relazionarsi con i genitori e l’altro sesso”. I primi contatti sulle piattaforme di gaming poi la condivisione di video violenti su Telegram. Prima di Centocelle era successo a Trescore Balneario. E prima ancora a San Vito Lo Capo. Nord, Sud, Centro Italia, non fa differenza. Ad ogni latitudine ci sono giovanissimi che vivono in Rete intossicati da contenuti ad alto tasso di violenza. E qualcuno di loro all’improvviso esplode contro la prima figura che vede come l’istituzione: il prof. Se non siamo ancora ai massacri di Columbine o Sandy Hook forse è perché in Italia non è facile procurarsi un fucile d’assalto. Ma quelle stragi vengono costantemente evocate nei video che condividono in Rete.
Tre casi analoghi in sei mesi non possono essere una casualità. Soprattutto per le modalità e i particolari che tornano: il casco, il selfie allo specchio, le scritte sulle magliette, il countdown che anticipa l’aggressione. E poi il cellulare per un’azione da condividere sui social. Troppo per parlare di semplice disagio giovanile. E infatti siamo di fronte a qualcosa di più allarmante. “L’Italia, come altri Paesi, è attraversata da un fenomeno che definiamo nichilismo violento in fase preadolescenziale - spiega il capo della Polizia Postale, Ivano Gabrielli -. Ragazzi dai 12 ai 16 anni che aderiscono a gruppi che esaltano la violenza e a volte la esercitano nell’ambiente primario a quell’età, la scuola”.
Il tredicenne di Centocelle frequentava la True Crime Community. Come lui anche il ragazzino di San Vito Lo Capo. Si tratta di una misteriosa rete internazionale zeppa di contenuti violenti. Oltre a condividere l’aggressione alla prof con un ristretto gruppo Telegram su TikTok aveva oltre 4.300 follower e ben 70 mila like. Ma la pagina è stata chiusa subito dopo l’aggressione. Non si può escludere che qualche chatbot avesse gonfiato la platea dei follower pronti a vederlo all’opera. Per il giovane di San Vito Lo Capo si parlò addirittura di una challenge (sfida in rete). “Su questo bisogna indagare - dice Gabrielli -, ma è certo che c’è una vasta comunità di voyeur che ama assistere allo spettacolo della violenza”. Giovani che da semplici guardoni si possono trasformare in violenti. “Sono soprattutto maschi che all’inizio si incontrano su piattaforme di gaming - spiega il capo della Postale -. Non si conoscono, legano in modo virtuale e si confrontano sulle reciproche sofferenze: spesso hanno difficoltà relazionali con i genitori e l’altro sesso”.
La sentina dove cova la violenza non sono solo i social ma soprattutto Telegram. “Qui riescono a restare anonimi, usano nickname - spiega Gabrielli -. Quando le gesta violente arrivano su TikTok siamo già all’emerso, ma prima si può fare ben poco”. Un culto della violenza che può portare fino alla radicalizzazione. “Sugli utimi casi non posso dire nulla, ma non sembrano avere una connotazione politica - spiega Riccardo Perisi, direttore del Servizio antiterrorismo internazionale della Polizia -, ma la fascinazione per violenza e armi può portare a fenomeni di radicalizzazione di matrice islamista o suprematista”.
Per questo l’intelligence cerca di “intercettare algoritmi creati ad arte per catturare giovani fragili e facili da indottrinare”. Insomma la violenza fine a se stessa può trasformarsi in bacino di pescaggio per altro. “Negli ultimi tre anni - spiega Perisi - abbiamo fatto 50 arresti di minori sotto i 16 anni avviati alla radicalizzazione e centinaia di perquisizioni”.
Ma il convitato di pietra di questa emergenza sono le famiglie. Leonardo Mendolicchio, psichiatra che studia il mondo giovanile, prima di dire la sua si è messo all’ascolto. “Dopo quest’episodio ho parlato con mio figlio di 15 anni e i suoi compagni - spiega -. Ho chiesto: “Cosa ne pensate?”. E loro: “Ma tu sai cosa c’è su Telegram? C’è l’ira di Dio. Decine di canali che inneggiano alla guerra, alla violenza, ti spiegano come accoltellare una persona”. Una vera tempesta di violenza che investe i nostri ragazzi. Possiamo fare tutti i ragionamenti sull’educazione, ma qui c’è una voragine che sottovalutiamo”.
Una zona franca che intercetta giovani con delle fragilità di base. Cosa si può fare? “Noi adulti - afferma - passiamo pochissimo tempo, vero, con i nostri figli. Mi rifiuto di pensare che questo ragazzo non avesse dato dei segnali che potevano essere intercettati, in famiglia o a scuola”. E poi perché stupirsi quando la fascinazione per la violenza tocca un po’ tutti. Si chiede Mendolicchio: “Come può un figlio ritenere dei modelli quei genitori che sono ormai irrimediabilmente dipendenti dai talk crime?”.









