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di Simona Musco

Il Dubbio, 29 luglio 2026

Mario Serio, componente dell’Ufficio del Garante nazionale dei detenuti, cosa ne pensa dell’allarme lanciato dal procuratore De Lucia sul controllo delle carceri da parte della criminalità? “Non è nuovo né privo di fondamento. Il procuratore parla di indagini in corso che hanno verificato l’esistenza di questi contatti tra detenuti, probabilmente in regime di alta sicurezza, ma forse anche di media sicurezza, e l’esterno. Non mi pare affatto che si sia sbilanciato in analisi di carattere generale come gli ha rimproverato il ministro. Parlava della propria esperienza giudiziaria, in primo luogo. In secondo luogo - e questo è non meno importante - non ha minimamente lasciato intendere che possano esserci delle collusioni con la polizia penitenziaria, nel modo più assoluto”.

“Questo non traspare né dalle sue parole, né dalle indagini. Possono esserci episodi isolati, in tal senso, ma quello che io tengo a dire, anche come garante, è che la situazione nelle carceri è insostenibile. Le condizioni logistiche e materiali sono ai limiti della tollerabilità, ai sensi della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Negli stessi luoghi abitano detenuti e polizia penitenziaria, quindi non si può assolutamente trascurare il loro impegno né ingiustamente tacciarlo di corresponsabilità. Il problema è politico e amministrativo. Quando ad esempio si costringe la magistratura penale di Firenze, nel caso del Sollicciano, ad intervenire con un sequestro di sette sezioni del carcere perché non in regola con la normativa in materia di sicurezza sul lavoro, siamo o no davanti ad un punto di non ritorno?”.

Certo che sì. Ma questo è un problema più grave del controllo delle singole carceri o sezioni da parte della criminalità. Questa polemica è un’arma di distrazione di massa rispetto alle condizioni disumane degli istituti di pena?

Probabilmente sì. Il vero cuore della questione non è tanto quello della sicurezza, che pure è un problema. Il problema è più generale, perché in una condizione di sovraffollamento del 140%, con un problema di inagibilità di interi settori degli istituti penitenziari, in un momento in cui vi sono epidemie di scabbia e in cui non esiste, se non in rarissimi casi, l’aria condizionata, nelle condizioni climatiche che viviamo, è ovvio che saltano tutte le regole. Non è che, prendendo a pretesto questi episodi certamente gravi, la reazione debba essere quella di rendere ancora più severe le condizioni di vivibilità per la stragrande maggioranza dei detenuti che non sono protagonisti di tali episodi. Potrebbe diventare quasi una sorta di alibi. Ci sono episodi gravi di collegamenti tra i mafiosi e il mondo esterno: cosa facciamo? Aggraviamo le condizioni di tutti gli altri detenuti o comunque non interveniamo per migliorare le condizioni gravi già registrate? Stiamo attenti a non sovrapporre i fenomeni. L’analisi del procuratore De Lucia è impeccabile, ma non è un’analisi che esoneri le autorità amministrative dal migliorare la condizione delle carceri.

Ma lei estenderebbe l’analisi del procuratore a tutte le carceri?

De Lucia non si è certo erto a giudice supremo di tutte le carceri italiane. Lui ha parlato della sua realtà. Ci sono sicuramente altre aree in cui il fenomeno si registra, ma non è mai bene generalizzare. Lasciamo parlare i magistrati che hanno le competenze. Anche il procuratore nazionale antimafia, qualche tempo fa, ha lanciato un allarme simile. E lui ha una visione più estesa. Però ognuno parla per la propria esperienza.

Come giudica la risposta di Nordio a De Lucia?

Con toni dal carattere denigratorio, a mio avviso. Non meritava una risposta come quella che è stata data. Anche perché, tengo a sottolinearlo, il procuratore De Lucia è una delle persone più misurate nell’espressione verbale che la magistratura italiana registri. La delegittimazione della magistratura, soprattutto dei suoi esponenti più apprezzati ed impegnati, rende incolmabile il solco rispetto ad una collettività disorientata che, tuttavia, riesce a recuperare razionalmente il bandolo della matassa nei momenti cruciali, come quello referendario. Questo è un primo versante. Il secondo versante è, come già detto, non creiamo l’alibi per non intervenire sulla situazione carceraria partendo da questi episodi. Sono emisferi completamente non comunicanti. Noi dobbiamo prendere atto oggi che la situazione carceraria media italiana è quella di cui si è occupata la magistratura fiorentina a Sollicciano. Questo è il vero grande problema. Il problema della sicurezza esiste e andrà affrontato con rigore ed equilibrio, senza cedere a pulsioni dell’ultima ora. Occupiamoci del resto della popolazione carceraria, della grandissima maggioranza. Perché il ministero non si apre al confronto con le altre componenti che hanno competenza nel settore, avvocatura compresa, e non si apre anche a suggerimenti e visioni che cerchino di conciliare le esigenze della sicurezza con quelle della dignità della pena? Sarebbe un gesto molto apprezzato e soprattutto un gesto corale, che incoraggerebbe circa una possibile risposta unitaria di tutte le istituzioni. La vera svolta sarebbe questa.