di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 8 marzo 2026
Festa della donna: parità, libertà e democrazia sono valori universali di cui spesso godiamo solo noi che viviamo in Europa. Molti pensano che l’8 marzo sia solo un bel momento di festa, la festa delle donne, giorno in cui si organizzano pranzi e incontri con scambio di mimose. Ma quanti ricordano l’origine drammatica dell’anniversario? Il giorno 8 marzo del 1908 è scoppiato un terribile incendio nella fabbrica Cotton di New York in cui sono morte 129 donne e 23 uomini. E proprio come è successo a Crans Montana le operaie sono morte perché il proprietario aveva chiuso le porte di uscita per evitare ogni movimento irregolare. Le donne intrappolate, per quanto gridassero e battessero i pugni contro le porte, sono rimaste chiuse e sono bruciate vive mentre i proprietari sono risultati assenti. Il fatto che a morire fossero in maggioranza assoluta donne ha fatto sì che l’8 marzo sia diventata la giornata simbolica della difficile condizione femminile in una società dei padri.
Io vado spesso nelle scuole e scopro che i liceali non sanno quasi niente del perché dell’8 marzo, né i ragazzi né le ragazze. Come spesso non sanno niente dell’ultima guerra mondiale del come e perché sia nata. La risposta alla mia domanda sul perché di questa deficienza di una memoria storica importante è che non hanno fatto in tempo. Mi chiedo se questo ritardo non provenga dalla paura degli insegnanti di affrontare un argomento scottante per cui dovrebbero prendere una posizione che magari dispiacerebbe alle famiglie. Come sta succedendo con la legge sul consenso sessuale che è stata fermata incredibilmente da una donna che teme il pericolo di chi si inventa uno stupro mai subito. Ma sarebbe come dire che siccome ci sono alcuni che mentono su una rapina mai subita, si dovesse eliminare la legge sulle rapine. Lo stupro è in effetti una rapina.
Gli studenti spesso mi chiedono se il femminismo abbia in realtà cambiato le cose. A questa domanda sarebbe importante rispondere con consapevolezza storica. Anche se stiamo passando un periodo di regressione e nostalgia di un passato idealizzato e falsificato, dobbiamo ricordare che il Femminismo e il Sessantotto hanno provocato una vera rivoluzione dei costumi nel nostro Paese, ma potremmo dire in tutto il mondo democratico. Non ha cambiato l’economia e poco la politica, ma i costumi sì e molto. Vorrei ricordare che solo nel 1975 è stato cambiato il diritto di famiglia che presupponeva una piramide sulla cui cima si trovava il capo famiglia che poteva decidere sul destino della moglie e dei figli; che l’adulterio era denunciabile solo se perpetrato dalla donna; che nel 1970 con la legge 898 viene votato il diritto al divorzio; che nel 1975 viene votata la legge sulla parità legale all’interno della famiglia; che nel 1981 con la legge 194 viene abolita la pena per l’aborto; che ne 1981 viene abrogata, con la legge 442 , il delitto d’onore per cui un marito che uccideva la moglie prendeva un anno o 2 anziché 20; che solo nel 2013 con la legge 119 si creano delle regole specifiche per punire il femminicidio.
Per non parlare delle regole morali altrettanto importanti di quelle legali: la condanna sociale dell’omosessualità per esempio, che viene trasformata in diritto al matrimonio civile. E anche la possibilità per le donne di accedere a professioni che le sono state interdette per secoli, tanto è vero che non esiste il femminile per nominarle: molti infatti trovano brutto dire direttrice anziché direttore, o dire avvocata anziché avvocato, eccetera. Insomma possiamo dire che grandissime conquiste sono state fatte nel passaggio da un secolo all’altro, anche se rimangono delle discriminazioni in tutti i campi. Probabilmente è stata una illusione pensare che il mondo si possa cambiare con una breve anche se intensa rivoluzione di costume. Dopo tremila anni di storia è difficile modificare, non tanto le leggi, ma la mentalità comune, radicata a tal punto da ritenere che le donne siano piu pacifiche e gentili per ragioni biologiche e non storiche.
Il problema oggi sta nella globalizzazione, per cui siamo consapevoli che ci sono società, sempre più vicine a noi per ragioni tecnologiche, in cui le donne non hanno diritti e in cui vigono leggi repressive e censure arcaiche e ottuse. Da qui saltano fuori tanti sospetti e insofferenze nei riguardi degli immigrati. Vorranno imporre la loro religione, i loro costumi? Chi sono, cosa vogliono? Uccideranno la nostra identità? Domande astoriche, perché la memoria scritta ci racconta che il movimento dei popoli è sempre esistito e i Paesi che si sono formati sulla mescolanza delle etnie sono riusciti sempre vincenti. Le persone sono prima di tutto persone. E se si adeguano alle nostre leggi e rispettano la nostra Costituzione l’accoglienza non può che essere una pratica legale. Il rispetto per le altre religioni rimarrà, ma non le pratiche che cancellano i diritti umani come la mutilazione sessuale, il matrimonio delle bambine, la schiavitù ecc. Chi non si adegua, può essere riportato nel suo Paese. Ma l’orgoglio per la libertà di cui godiamo dovrebbe essere assoluta. È una fandonia sostenere che l’Occidente vuole imporre le sue regole che riguardano la libertà delle donne e la democrazia. La libertà è un bene che conoscono tutti, perfino un uccellino in gabbia sa cosa sia. Le donne iraniane, in questi giorni lo stanno dimostrando con un coraggio ammirevole.
La libertà non è un valore occidentale, ma universale. E di questo dovremmo essere orgogliosi. In una Europa democratica, in cui tutti coloro che scappano dai totalitarismi vogliono venire. E invece sento che molti criticano severamente la pace europea e la stabilità economica, il diritto di movimento e la grande invenzione dell’Erasmus, che abbiamo conquistato dopo secoli di risse e guerre. Ma non mi sembra che coloro che la criticano tanto abbiano delle alternative degne di nota. Le donne in Europa hanno diritti che da nessuna altra parte del mondo sono così avanzate. L’8 marzo dovremmo festeggiare la libertà democratica europea e la emancipazione delle donne conquistata con secoli di battaglie.









