di Ciro Sbailò*
Il Dubbio, 14 ottobre 2020
a crisi libica non potrà restare irrisolta a lungo. Le ragioni sono molteplici. L'Africa del Nord è uno snodo decisivo sotto più profili: geopolitico, economico ed energetico, per citarne alcuni. L'instabilità libica è un problema innanzitutto per i Paesi confinanti, ovvero Egitto e Tunisia. Ma è anche un problema globale.
La Libia, infatti, è diventato il laboratorio per gli scenari geopolitici degli anni Venti del ventunesimo secolo. In quella regione si sta giocando un'importante battaglia interna alla guerra civile scoppiata a ridosso della nascita del califfato nero di Bagdad. Schematizzando, abbiamo uno scontro ideologico e militare tra la linea "saudita" e la linea "turco-qatarina".
L'Arabia Saudita punta a una stabilizzazione della regione sotto il patronato di Riad, di cui si rivendica anche l'egemonia sul mondo sunnita, in una fase che, per varie ragioni (ad esempio, il presunto o vero declino occidentale), appare favorevole a un'espansione culturale e religiosa dell'Islam. I sauditi possono contare sulla fedeltà degli Emirati e l'appoggio dell'Egitto di Al Sisi, ferocemente nemico dell'altro fronte, quello dell'Islam popolare, guidato dalla Turchia di Erdogan, che è diventata la patria di riferimento della Fratellanza musulmana (duramente repressa in Egitto, appunto).
Quest'altro fronte può contare sul Qatar, dove peraltro ha sede il più importante network del mondo islamico, al Jazeera, e ha un buon rapporto con una parte del mondo sciita (ad esempio gli Hezbollah) e con il regime di Teheran, oltre ad essere popolare nell'Islam d'Occidente, soprattutto tra i giovani. La durezza dello scontro s'è misurata con le reazioni nel mondo islamico ai recenti accordi "Abramo" (tra parentesi, un successo strepitoso dell'amministrazione Trump, che in questo modo sta portando gli Stati Uniti fuori dal teatro mediterraneo, assicurandosi però interlocutori affidabili e duraturi).
Erdogan e Teheran sono stati durissimi, dicendo che in questo modo si sacrificavano i Palestinesi sull'altare dell'accordo tra i Sauditi e Israele. Questa partita ha anche dei risvolti energetici ed economici, ovviamente. La posta in gioco è il controllo sulle rotte e sulle risorse naturali del Mediterraneo: anche in questo caso, Israele, Egitto e Sauditi sono da una parte, in appoggio di un Paese Ue come la Grecia, e la Turchia, con il sostegno di Tripoli, dall'altro. Intorno a questo conflitto intrasunnita, si muovono poi le grandi potenze.
La Russia spinge come sempre verso sud ovest, per garantirsi una forte presenza nel Mediterraneo, trovando un alleato nella Francia e un sicuro sostegno nell'Egitto di al Sisi. La Francia a sua volta è interessata a rafforzare la sua posizione nel Sahel, dove peraltro vige un sistema monetario parallelo che fa capo a Parigi. Mentre la Cina continua a coltivare con successo la propria politica espansiva economica in Africa, compreso il Nord Africa, cercando di mantenersi, per quanto possibile, politicamente neutrale (mentre sta costruendo le infrastrutture, fisiche e virtuali, del Continente e ha persino avviato una propria politica educativa dei giovani africani).
Insomma, sono troppi gli attori internazionali interessati a non far esplodere la situazione libica. Infatti, in questi giorni al Cairo si registrano passi significativi nel dialogo tra le autorità di Tripoli e di Tobruk, in vista della conferenza di Tunisi di novembre, che potrebbe segnare un punto di svolta. L'Italia, che è il Paese più esposto alle ricadute geopolitiche ed economiche della crisi libica (i flussi migratori e non solo: il sequestro dei pescatori di Mazara del Vallo è un episodio drammaticamente emblematico) è collocata ai margini di questo passaggio epocale nella storia del Mediterraneo. Ma si noterà soprattutto l'assenza dell'Europa, che, attraverso l'Italia, è essa stessa esposta a quella crisi.
L'Europa però non è uno Stato. Non è neanche una federazione di Stati. Non ha una politica estera e non ha ancora un esercito, anche se si stanno facendo passi avanti in questo senso. Forse questo processo potrebbe essere accelerato dall'evolversi della crisi libica (così come il covid sta accelerando, pur tra inevitabili complicazioni e resistenze, l'integrazione sul fronte del welfare e della cooperazione in ambito sanitario). L'essere semplici spettatori, in questo caso, significherebbe precludersi, per il futuro, la possibilità di avere un ruolo da protagonisti nell'area mediterranea e rassegnarsi a interloquire, in posizione di debolezza, con i big players di cui sopra (Turchia, Russia e non solo).
Oggi, all'Università degli Studi internazionali di Roma - Unint cercheremo di fare il punto sulla questione insieme a Marco Minniti, già ministro dell'Interno e massimo esperto dello scenario libico, a Vincenzo Nigro di Repubblica e ai colleghi Giampiero Di Plinio, dell'Università di Chieti- Pescara, e Paolo Passaglia, dell'Università di Pisa. Sarà un'occasione soprattutto per i nostri studenti dei corsi di laurea sulla sicurezza per toccare con mano un tema che riguarda il futuro dell'Europa, ovvero il loro futuro.
*Preside Scienze Politiche-Unit










