di Mirella Serri
La Stampa, 22 giugno 2025
“Una parola che mi viene spesso in mente è brutalità. È strano come già così giovane mi sentissi brutalizzato dagli eventi della mia vita e dalla loro natura, e come l’incarcerazione fu il colpo di grazia, il fendente che mi decapitò. Alla fine, in qualche modo, qualcuno o qualcosa di me, o in me, morì davvero”. Oggi però, per fortuna, è più vivo che mai l’ex detenuto Gianluca che ha impresso una svolta importante alla sua esistenza dopo aver trascorso parte della vita dietro le sbarre. Ora è diventato protagonista del bel libro di Donatella Stasio “L’amore in gabbia. La ricerca della libertà di un reduce dal carcere” (Castelvecchi), curato da Daniela Padoan.
La scrittrice e giornalista, autrice con Giuliano Amato di Storie di diritti e democrazia. La carta costituzionale nella società, ha identificato nell’ex ragazzino di Quarto Oggiaro, “spaccino” già a 15 anni, il Virgilio che l’ha guidata nell’inferno carcerario. Stasio, ex portavoce della Corte costituzionale, è animata da una forte passione civile e questa sua inchiesta nel mondo dei detenuti è la drammatica denuncia di un’Italia in cui i diritti non vengono rispettati.
La storica sentenza n. 10 del 2024 della Corte costituzionale ha riconosciuto alle persone recluse il diritto di amare e ha interrotto una catena di pregiudizi sulla sessualità e l’affettività in carcere cere. Ma stenta a essere applicata. Dopo la sua emanazione vi è stato l’ostruzionismo del governo che, attraverso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), ha intimato lo stop ai direttori che volevano attuarla subito. Il governo si è trincerato dietro alle commissioni di studio e ai lunghi tempi per controlli come i pareri delle procure antimafia.
Il 18 aprile 2025 c’è stato il primo colloquio intimo auto-rizzato dal magistrato di sorveglianza nel carcere di Terni. La strada è ancora tutta in salita: eppure qual-cosa nell’immobilismo carcerario si sta muovendo. L’esperienza di Gianluca, raccontata da Donatella Stasio, dimostra quanto il sistema incida profonda-mente sulla vita dei detenuti con una sofferenza che si protrae anche dopo l’esaurimento della pena, proprio per via dell’assenza di affettività e di condizioni vivibili in cella. Gianluca, contrariamente a tanti ex carcerati, è “uno che ce l’ha fatta”.
Ha rotto i ponti con il passato delinquenziale e ha saputo costruirsi un futuro diverso e una vita normale. Legge libri di filosofia e di psicologia, il suo autore preferito è Garcia Màrquez, è istruttore di pilates, massoterapista e osteopata. Eppure le privazioni e l’isolamento di cui ha sofferto dietro le sbarre sono stigmate, piaghe sulla carne viva che non si cancellano. Così ancora oggi, per esempio, Gianluca non sopporta le porte e al loro posto mette tapparelle e tendine, non può convivere con nessuno, nemmeno con la compagna e con la figlia che adora.
Non riesce ad avere relazioni affettive. Eppure a salvarlo è stata per certi versi proprio la detenzione, però solo quando è diventata veramente riabilitativa. Alle medie Gianluca era un ragazzino tranquillo, molto silenzioso, forse troppo. Aveva perso il padre morto di tumore quando aveva sei anni.
L’unico suo punto di riferimento, in una situazione di grande indigenza, fu sua madre. Quando gli offrirono 700mila lire per custodire confezioni di droga gli apparve di vivere in un sogno, a Milano circolavano in abbondanza ketamina e crack. Quando fu arrestato il giovane era un criminale e un drogato e passò da San Vittore a Fossombrone, nelle Marche. In quelle celle sporche, senza bagni, superaffollate, di relazioni affettive nemmeno se ne parlava.
“Mai mi sentii così abbandonato e solo in tutta la mia vita. Un carcere tremendamente silenzioso. Due ore d’aria al giorno. Nessuna attività ricreativa”. Poi però gli venne offerto di andare a Bollate, uno dei penitenziari più grandi d’Europa, edificato a dicembre del 2000, con circa mille posti, dedicato al “trattamento avanzato” dei detenuti, con spazi comuni, recite a teatro, partite di calcio, corsi di studio per conseguire una specializzazione.
Fu dunque il carcere, veramente rieducativo e vivibile, a salvarlo. Gli operatori scriveranno che Gianluca finalmente aveva cominciato “a comunicare quelle emozioni che per molto tempo ha represso avendone paura”. Le vicissitudini subite da Gianluca sono per Stasio un paradigma del potere che si esercita non solo attraverso le carceri.
“In gabbia”, come denunciano da decenni i militanti radicali, vengono tenute tante libertà. Anche quelle riconosciute dalla Corte costituzionale, osserva Stasio, che vanno dal diritto al suicidio assistito, ai diritti dei figli di coppie omogenitoriali di essere riconosciuti da entrambi i genitori che li hanno voluti e cresciuti. Il potere insomma è pervasivo e crudele non solo dietro le sbarre. Come diceva Voltaire, “la civiltà di un paese si misura dalle sue carceri” e, dunque, la nostra civiltà appare con un respiro debole e un perimetro assai limitato.









